L’assassino del bosco: il terrificante omicidio di Maria Luisa De Cia

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Maria Luisa De Cia è una ragazza di 28 anni residente a Cornuda, in provincia di Treviso. Lavora come ragioniera ed è fidanzata con Mauro, un procuratore legale. Reduce da alcune relazioni finite in malo modo, stavolta il rapporto tra i due va molto bene e Maria Luisa ha intenzione di presentare il suo compagno ai genitori.

Il 3 Agosto del 1990 arriva a Sovramonte, in provincia di Belluno, per trascorrere una vacanza insieme ai familiari. Maria Luisa è una ragazza solare, affabile e attiva. È molto appassionata di escursioni all’aria aperta. I giorni di ferie trascorrono in maniera piuttosto animata, la giovane non dorme mai nello stesso posto ma trascorre le sue notti alternandosi tra la casa del fidanzato, l’abitazione del fratello e i rifugi di montagna.

16 Agosto. È mattina quando i genitori di Maria Luisa si alzano e notano la presenza di un biglietto lasciato dalla figlia su cui è scritto “Sono andata verso San Martino”. Una passeggiata di montagna che attraverso i sentieri conduce al rifugio del Velo della Madonna, situato a un’altitudine di 2358 metri. Sembrerebbe quindi che la ragazza abbia deciso di passare la giornata dedicandosi alla sua passione per le gite in mezzo alla natura.

Purtroppo però questa volta la situazione prenderà una piega inaspettata e terribile.

Un omicidio in montagna

È ormai sera inoltrata e Maria Luisa non ha ancora fatto ritorno a casa. La notte trascorre senza nessuna notizia da parte della giovane e così il mattino seguente il padre decide di andare a cercarla in direzione di San Martino, come riportato sul biglietto trovato il giorno precedente. Arriva al sentiero 713 e nota la macchina della figlia, una Panda rossa, chiusa e parcheggiata.

In seguito a questo ritrovamento viene organizzata una squadra di ricerca con il compito di setacciare tutto il territorio circostante. Poco tempo dopo arriverà una scoperta sconcertante.

A 30 metri dal sentiero, in uno spiazzo nel mezzo della vegetazione, giace il corpo senza vita di Maria Luisa. Lo scenario è decisamente inquietante: la vittima è nuda dalla vita in giù ad eccezione dei calzini, indossa una maglietta e le sue gambe sono divaricate. Nelle vicinanze del corpo sono presenti lo zaino, le scarpe, i pantaloni, gli slip e i suoi occhiali, con le aste ripiegate e appoggiati alla base di un albero.

Il cadavere ha un nastro adesivo nero girato con forza intorno alla testa e che le passa attraverso la bocca spalancata. È stata uccisa con un colpo di pistola alla tempia, utilizzando un’arma caricata a pallettoni modificata appositamente per essere in grado di uccidere. La vittima ha segni di legature ai polsi e alle caviglie ma le corde sono state portate via dall’assalitore. Ha una clavicola slogata, non ci sono tracce di violenza sessuale ma sul corpo ci sono delle lesioni che sembrano indicare che la ragazza sia stata seviziata.

Un omicidio agghiacciante e inspiegabile, accaduto in un luogo bellissimo immerso nello splendido paesaggio delle Dolomiti.

Le indagini

La posizione di Mauro, il compagno, venne analizzata ed emerse che per il giorno dell’omicidio aveva un alibi di ferro, motivo per cui viene escluso dalla lista dei sospettati.

Gli inquirenti iniziano a ricercare possibili indizi nelle ultime ore di vita della giovane. Effettivamente sembrano arrivare dei campanelli d’allarme in questa direzione.

La sera del 15 Agosto Maria Luisa era stata al telefono con il fidanzato per circa 20 minuti, confidandogli di avere dei problemi importanti, senza però scendere in particolari. Lo informa anche che il giorno successivo avrebbe fatto una gita in montagna da sola. A cosa faceva riferimento la ragazza?

Sempre la stessa sera ricevette un’altra chiamata. La giovane in quell’occasione utilizzò un tono più distaccato e rispondeva in maniera formale. Durante la telefonata disse “Possiamo anche vederci”. Nessuno ha mai saputo chi ci fosse dall’altro capo del filo né se questo insolito evento avesse una correlazione con quello che sarebbe accaduto il giorno seguente.

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Nel frattempo giungono delle testimonianze interessanti.

Una donna dichiara di aver avvistato qualcosa di potenzialmente importante la mattina del 16 Agosto alle 9:30 di mattina, a circa 30 chilometri dal luogo del delitto. La testimone aveva notato la presenza di una macchina accostata a lato della strada con a bordo un uomo sui 35 anni, dal volto allungato e una folta capigliatura con un ciuffo di capelli che cadeva sull’occhio sinistro. Il soggetto rimase in attesa per diverso tempo fino a quando sopraggiunse una Panda rossa guidata da una ragazza che si accostò e si mise a parlare con l’uomo. Dopo una breve conversazione i due ripartirono insieme a bordo dei propri veicoli.

Anche un taxista dichiara di aver visto la stessa mattina le due auto mentre procedevano a passo lento una dietro l’altra sulla Statale 50. Il testimone li supera e mentre sorpassa nota che all’interno della Panda c’è una donna.

Due avvistamenti credibili e convergenti. È possibile che Maria Luisa avesse fissato un appuntamento con qualcuno quel giorno? Poteva essere lei la ragazza a bordo della Panda rossa?

La Polizia realizza anche un identikit dell’uomo che era stato notato dalla testimone.

Quel 16 Agosto la montagna era stata visitata da 1500 persone.

Tre ragazzi che si trovavano sul sentiero dichiararono di aver sentito intorno alle 15:20 il rumore di uno sparo e di aver visto tre persone che correvano fino a raggiungere una 127 bordeaux per poi salire all’interno di essa e andarsene. Nello stesso arco temporale una coppia riferisce di aver sentito due urla: una più lunga e una più strozzata.

Le indagini furono accurate e scrupolose, gli inquirenti andarono a scandagliare tutte le amicizie e conoscenze della vittima, ma su nessuna di esse emersero elementi rilevanti. Dopo due anni e mezzo l’inchiesta raggiunse un punto morto: sembrava impossibile dare una spiegazione a ciò che era accaduto e rintracciare il colpevole. Il 9 Marzo 1993 l’indagine viene archiviata.

Con il passare del tempo la vicenda perse di rilievo e come troppo spesso capita venne inghiottita da una nube di silenzio diventando un caso irrisolto.

Dopo 17 anni, sembra improvvisamente ricominciare a muoversi qualcosa.

Nel 2010 l’inchiesta venne riaperta dalla Squadra Mobile di Trento che nel Gennaio 2011 individuò un sospettato. Si trattava di un imprenditore di 60 anni, proprietario di una baita situata a due chilometri dal sentiero in cui venne uccisa la vittima. Dalle indagini sembra che conoscesse Maria Luisa ed era somigliante all’identikit realizzato negli anni ’90. Si trattava di un cacciatore esperto ed era in grado di costruire armi artigianali. Una serie di circostanze che portò gli inquirenti alla convinzione di aver risolto il caso dopo tanto tempo.

Tuttavia le speranze svanirono quando il test del DNA su quello che rimaneva dei reperti della scena del crimine, comparato con il DNA del sospettato, dette esito negativo.

L’uomo uscì di scena e l’inchiesta venne nuovamente archiviata.

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La dinamica del delitto

Sono molti gli interrogativi su quel 16 Agosto 1990.

Maria Luisa conosceva il suo assassino? Si è trattato di un omicidio premeditato oppure si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato? È stata intrappolata da qualcuno di cui si fidava?

La scena del crimine ci suggerisce alcuni elementi importanti.

Gli occhiali riposti in maniera accurata fanno pensare che in un primo momento Maria Luisa non si trovasse in una situazione di pericolo o quantomeno non percepisse una minaccia imminente.

Sappiamo per certo che l’assassino aveva una pistola, ma nonostante questo non ha ucciso subito la vittima ma l’ha prima immobilizzata e imbavagliata. Un dato che fa presupporre che l’assassino avesse una natura sadica, non si è accontentato di uccidere la ragazza ma ha voluto prima vederla soffrire.

Si tratta di una persona esperta di armi e che conosce bene la zona. Con buone probabilità ha una grande tolleranza al rischio, avendo compiuto un omicidio di giorno in una zona piuttosto visitata.

Sulla vittima non c’erano segni di difesa e il nastro adesivo era stato fatto passare con precisione in mezzo all’arcata dentale, ciò fa supporre che la testa di Maria Luisa fosse tenuta ferma. Ma poteva una sola persona fare tutto questo? È possibile che sulla scena del crimine abbiano agito più soggetti?

Un dato molto importante sono le corde utilizzate per bloccare gli arti della vittima e poi fatti sparire dalla scena del delitto. Il fatto che l’assassino o gli assassini abbia/abbiano speso del tempo sul luogo dell’omicidio rischiando di farsi scoprire per portarle via ci fa presupporre che si trattasse di corde particolari che avrebbero instradato gli inquirenti su una determinata pista rendendo più facile la scoperta del colpevole.

Conclusione

Sono passati più di 30 anni dal giorno in cui Maria Luisa De Cia venne uccisa e ancora oggi il caso rimane in attesa di una soluzione. Dalle ultime notizie disponibili sembra che molti reperti non ci siano più e questo renderebbe le cose più complicate. Tuttavia la vicenda resta aperta e non è da escludere che in futuro possano sopraggiungere dati o testimonianze in grado di portare alla soluzione di questo inquietante omicidio e restituire giustizia alla memoria di una ragazza ferocemente uccisa.

Fonti:

Blu Notte – Maria Luisa, il velo della Madonna
ladige.it – Omicidio De Cia, dopo 21 anni un indagato
fanpage.it – La storia di Maria Luisa De Cia, seviziata e uccisa dal killer dei boschi
delittoviapoma.forumfree.it – Il caso di Maria Luisa De Cia: il delitto del Velo della Madonna