La storia di Saffo: opere, curiosità e stile della poetessa di Lesbo

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La fama della poetessa Saffo, diffusa attraverso i secoli, è arrivata ai nostri giorni soprattutto per i particolari quasi leggendari relativi alla sua vita privata piuttosto che per la bellezza dei suoi carmi. A proposito dei versi elaborati dalla poetessa, Solone, lo statista ateniese suo contemporaneo, che lesse un suo carme solo in tarda età, avrebbe detto che, a quel punto, desiderava soltanto due cose: impararlo a memoria e poi morire, tanto erano sublimi le parole apprese.

Cercando di fare chiarezza sulle note biografiche relative alla grande poetessa, le fonti sono concordi nel collocarne l’origine nella città di Eresos, località dell’isola di Lesbo, situata nel mare Egeo. Le frammentarie notizie riguardanti l’esistenza di Saffo si desumono soprattutto dagli scritti di Marmor Parium, dall’antologista Strobeo e dal lessico Suda, nonché dai successivi riferimenti di alcuni autori latini come Cicerone ed Ovidio. Tuttavia, alcune informazioni sulla sua vita sono state interpretate analizzando proprio i suoi componimenti, di cui una parte è pervenuta soltanto sotto forma di frammenti sparsi.

La storia di Saffo

Di Saffo si tramanda che nacque da una famiglia di alto livello, che si potrebbe definire quasi aristocratica, coinvolta nelle contese politiche per conquistare il predominio politico dell’isola di Lesbo. A causa di queste alterne situazioni conflittuali, Saffo per alcuni anni si trasferì con la propria famiglia in Sicilia, dopo un provvedimento di esilio, soggiornando per la maggior parte del tempo nell’opulenta e potente città di Siracusa. Quando tornò nell’isola di Lesbo, a Saffo fu affidato l’incarico di dirigere un tiaso, ovvero una sorta di scuola formativa o cenacolo culturale, in cui si provvedeva ad istruire l’educazione di fanciulle che provenivano da famiglie agiate e nobili. Presso tale istituzione che, adoperando un linguaggio moderno, potremmo chiamare “collegio”, alle ragazze si richiedeva di conseguire una preparazione nei valori allora creduti indispensabili per le donne dell’alta società, come il canto, l’eleganza, la garbata seduzione, la delicatezza, la raffinatezza nei modi e virtù similari. A Saffo, inoltre, si attribuiscono tre fratelli: Larico che avrebbe svolto l’incarico di “coppiere” nel pritaneo di Mitilene, Erigio, di cui non si conoscono dettagli specifici e Carasso che si sarebbe improvvisato nella professione di mercante, rovinando la propria famiglia economicamente, a causa dell’amore per una donna egiziana di facili costumi, una tal Dorica. La stessa Saffo avrebbe interceduto presso la propria famiglia per riammettere in seno ad essa il proprio sfortunato ed incauto fratello, lanciando nel contempo una feroce maledizione alla sua ex amante.

Soltanto la fonte di Suda riporta che Saffo avrebbe contratto nozze con un certo Cercila di Andros e che con lui avrebbe concepito una figlia, Cleide, a cui sarebbero stati dedicati anche alcuni versi dei suoi carmi. Gli studiosi, però, ritengono che probabilmente si tratta di una notizia falsa, se messa in relazione con il resto di informazioni che si conoscono a proposito della celebre poetessa di Lesbo.

Abbiamo già citato in apertura la famosa frase attribuita a Solone, uno dei personaggi politici più importanti della Grecia del VI secolo a.C.. Ciò già lascia presagire la larga diffusione della fama che i versi di Saffo progressivamente acquistarono negli ultimi anni della sua vita e soprattutto dopo la sua morte. A Platone (Epigramma XVI) è attribuita una delle più belle lodi mai rivolte alla poetessa: “alcuni dicono che le Muse siano nove; che distratti! Guarda qua: c’è anche Saffo di Lesbo, la decima”.

Il primo autore noto che narrò dei presunti gusti omosessuali della poetessa fu il poeta Anacreonte, che visse alcuni decenni dopo la sua morte.

Secondo Anacreonte, Saffo nutriva forti sentimenti passionali nei confronti delle fanciulle alle quali insegnava la letteratura, la musica o la danza.

Secondo alcune ricostruzioni storiche, i rapporti amorosi tra le ragazze e con l’insegnante devono essere inquadrati nell’ottica delle consuetudini sessuali dell’epoca, come una sorta di preparazione alla vita matrimoniale. Lo stesso tiaso incarnava uno dei luoghi privilegiati dove si poteva esprimere al meglio il culto in onore di Afrodite, la dea dell’amore.

Nel contesto storico e sociale di Saffo, cosi’ come avveniva in ambienti prettamente maschili, tali pratiche non erano considerate riprovevoli sotto il profilo morale.

Pertanto, l’attuale accezione dell’aggettivo “lesbica” ha un significato profondamente diverso dalla concezione erotico-sessuale della poetessa Saffo e del suo cenacolo.

Peraltro, è stato sostenuto che il periodo trascorso nella “scuola” dovesse servire alle fanciulle per prepararsi ad un ordine sociale dove era rigorosamente prevista la separazione dei compiti fra i due sessi, dove alla donna si richiedeva solo di procreare figli e di presiedere alle attività domestiche.

Molte tracce di eventuali passioni della poetessa nei confronti delle sue allieve si rinvengono proprio nei suoi scritti. Vi è da precisare che, in molti casi, si tratta di “voci narranti” e, per questo, non è facile distinguere se si tratti di esperienze personali o riferite ad altri personaggi reali od inventati. Nei frammenti a noi pervenuti sono frequenti le descrizioni di infatuazioni o di innamoramenti, molto spesso non corrisposti, ma gli atti fisici di effusioni fra donne sono pochi e, peraltro, molto controversi da parte degli studiosi. In particolare, ha fatto discutere nel tempo la poesia dedicata ad una delle fanciulle, conosciuta con il nome “a me pare uguale agli dèi”, ma non è facile stabilire se si tratti di una vera e propria passione fisica, oppure di una affetto particolare e struggente nei confronti di un’allieva che stava crescendo e che molto presto avrebbe lasciato la scuola per prendere marito.

Inoltre, Saffo elaborò numerosi “epitalami” che costituivano degli inni all’amore per le sue alunne che erano destinate alle nozze. Anche in questi casi, la poetessa dedica versi passionali alle fanciulle, ma non si può con certezza intravedere una componente sessuale nelle sue intenzioni. Forse la grande sensibilità di Saffo si sentiva colpita, quando doveva lasciar partire le ragazze, accudite e serene nell’isola, per affrontare una nuova vita alla mercè dei mariti e, di frequente, rinchiuse in casa come nella migliore tradizione narrata dai tragici ellenici.

Sullo stesso aspetto fisico di Saffo, le fonti sono alquanto discordanti. Seguendo il filone che afferma una presunta passione amorosa del poeta lirico Alceo verso di lei, Saffo sarebbe stata una donna bella e piena di grazia, così come descritta dallo stesso amante. Se, invece, si vuole dar credito alla tesi del suo amore non corrisposto per il giovane Faone, che l’avrebbe perfino indotta a suicidarsi, la poetessa di Lesbo si sarebbe presentata di sgradevole aspetto e dai modi abbastanza maschili.

Lo stile poetico

Delle opere originarie di Saffo ci rimangono oggi pochi frammenti, anche se gli eruditi della biblioteca di Alessandria, la più famosa del mondo ellenistico che, prima del catastrofico incendio conteneva la maggior parte del sapere antico, catalogarono i suoi scritti in otto o nove libri, a seconda della scansione metrica dei suoi versi.

Secondo la tradizione, l’unico componimento che sarebbe sopravvissuto integro è da individuare nel cosiddetto “Inno ad Afrodite”, che fungeva da incipit della stessa raccolta elaborata dagli studiosi di Alessandria. Tra i suoi carmi più famosi, vi è quello noto come “ode della gelosia”, anche se il significato complessivo dell’opera non è molto chiaro, a causa della mancanza della parte finale. La scena, comunque, raggiunge alti livelli di liricità, quando la voce narrante osserva il dialogo tra una ragazza del cenacolo ed il suo fidanzato. Alla vista della coppia, la terza persona sembra quasi in preda ad un attacco di panico, con i relativi sintomi di sudore e di tremito. Si tratta di un altro componimento considerato fortemente indiziario della passione che Saffo nutriva per le sue allieve, partendo dal postulato che fosse proprio lei la terza persona che aveva assistito al colloquio della coppia. Tale ode fu quasi copiata da Catullo nel carme contrassegnato al numero 51 (ille mi par esse deo videtur).

Lo stile poetico di Saffo era chiaro ed elegante, espresso nel dialetto eolico dell’isola di Lesbo, che aveva due peculiarità fondamentali: la psilosi e la baritonesi.

La prima caratteristica implicava l’assenza dell’aspirazione iniziale della parola, mentre la seconda escludeva che ogni termine ponesse l’accento sull’ultima sillaba.

Alla poetessa si deve l’invenzione di un innovativo paradigma di strofe, appunto chiamate “saffiche”, costituite da un sistema che prevedeva tre endecasillabi saffici ed un adonio finale. Inoltre, di grande spessore artistico furono i suoi distici elegiaci, non molto comuni in quel periodo storico, formati dall’alternanza di un esametro e di un pentametro.

La dimensione erotica

Analizzando la concezione erotica contenuta nelle poesie di Saffo, notiamo come l’amore sia considerato un sentimento multiforme, esplorato dalla più antica autrice europea in tutte le sue sfaccettature. Nei suoi componimenti traspare la descrizione di un modo di vivere ideale, sotto il segno della bellezza, dell’eleganza e della grazia umana e divina, con svariate descrizioni di scene naturali, dove si incontrano boschi, fiori e luoghi fiabeschi capaci di incantare il lettore, come lontane echi di un paradiso terrestre perduto. Le passioni sono vissute con veemenza all’insegna della gioia e del dolore, a volte presentato dalla poetessa come una vera e propria “bufera che scende dai monti”, altre volte come un’ansia impercettibile capace, comunque, di “divorare l’anima”.

L’ode ad Afrodite, ad esempio, è un’espressione impareggiabile di condivisione di valori tutta al femminile. Essa era cantata dalle donne del “tiaso” raccolte davanti alla statua della dea, che sembrava quasi animata da vita propria.

Nella trama del  carme la dea si intrattiene in uno scambio di battute con Saffo, chiedendole spiegazioni sulle sue pene d’amore e promettendole il proprio aiuto. Afrodite è immaginata assisa su un trono colorato, simbolo delle sue straordinarie capacità nell’ordire trame di inganni, soprattutto nel campo amoroso e del suo eccezionale acume persuasivo nelle questioni di cuore, l’organo considerato dagli antichi come la sede dei sentimenti.

E con grande saggezza Saffo chiede alla dea che il suo cuore “sia soddisfatto”, trovando l’appagamento agognato e non che sia semplicemente “domato”, cioè destinato alla rassegnazione. Con la stessa saggezza, però, Saffo riconosce che la follia d’amore può portare ad uno stato patologico, in grado perfino di sospendere le consuete capacità di giudizio, motivo ricorrente in molteplici suoi carmi.

Se sull’individuazione del luogo di nascita della poetessa, Eresos nell’isola di Lesbo, vi è una ragionevole certezza (630 a.C. circa) da parte degli studiosi, lo stesso non si può dire della sua morte.

Secondo alcune fonti, Saffo lasciò questa vita terrena a Leucade intorno al 570 a.C., quando aveva più o meno sessant’anni, un’età più che venerabile considerata l’epoca.

E’ quasi certo, comunque, che non morì gettandosi da una rupe, per l’amore non corrisposto dal giovane battelliere Faone, così come riportato nelle opere di alcuni commediografi. Tale tragica versione, tuttavia, è stata adoperata per fini letterari da Ovidio nelle Eroidi e da Giacomo Leopardi nell’ode “Ultimo canto di Saffo”.

Le rappresentazioni di Saffo

Nel campo artistico, il pittore francese Antoine-Jean Gros, all’inizio del diciannovesimo secolo, realizzò il dipinto ad olio su tela, denominato “Saffo a Leucade”, ma poi conosciuto con il titolo più popolare “La morte di Saffo”, al giorno d’oggi conservato nel Museo “Baron Gerard” di Bayeux in Francia.

L’opera raffigura la poetessa che sta per gettarsi in mare dall’alto di una scogliera, in uno scenario idilliaco quanto tragico, dove il buio della notte è rischiarato soltanto dai raggi della luna. Si intuisce come una fine drammatica della poetessa si adattasse maggiormente ai canoni espressivi del Romanticismo, diventando un’icona della passione cieca e divoratrice. Al contrario, circa ottant’anni dopo, sullo sfondo di un panorama culturale del tutto diverso, l’artista olandese-britannico Lawrence Alma-Tadema elaborò il dipinto Saffo ed Alceo, interpretando un presunto periodo felice della vita della poetessa (il quadro è oggi conservato a Baltimora, negli Stati Uniti, presso il Walters Art Museum).

 Viene spontaneo sottolineare come ancora oggi i mirabili versi di Saffo non trovino molto spazio nelle scuole e nei grandi eventi sociali, perchè forse la sua poesia, così orientata alla ricerca della perfezione, contiene canoni troppo intimi e sentimentali, a differenza della dilagante epica patriarcaleche celebra la forza ed il potere.

Con il diffondersi del Cristianesimo, in particolare durante il periodo medioevale, molti versi di Saffo andarono perduti, furono messi al bando ed, in ogni caso, proibiti, nell’ottica di demonizzazione di un certo mondo classico che non poteva essere convertito alle esigenze della nuova dottrina religiosa, diventata un forte strumento di potere politico. Ma grandi autori come il Petrarca, il già citato Leopardi e l’avventuriero Lord Byron celebrarono la poetessa, per la sua eccezionale sensibilità umana ed artistica. In questo modo Saffo non è mai caduta nell’oblìo.

Quante volte, quando nel corso della nostra esistenza abbiamo incontrato una persona che ci interessa particolarmente, avremmo voluto esprimere i versi della grande Saffo: “Cosa c’è in fondo ai tuoi occhi dietro il cristallino, oltre l’apparenza? Dove il tempo all’improvviso si ferma….”.

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