Socrates: un filosofo brasiliano sui campi di calcio

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Socrates nel “periodo italiano” durante un’intervista

Esultanza con braccio destro alzato e pugno chiuso, passione per la medicina e per la politica, capitano della Selecao nel corso dei “nostri” mondiali, quelli del 1982, della partita a carte di Pertini e di una Germania segnata dai gol di Rossi, Tardelli e Altobelli. Calciatore atipico, estraneo alla concezione attuale d’atleta, “un grande giocatore di calcio” che dava e da – se considerato case study – filo da torcere ad ogni medico vivente: birra e sigarette facevano parte della sua routine più dell’allenamento, e nulla poteva fargli cambiare idea sul suo stile di vita. Socrates era un uomo di sinistra con le idee ben chiare, il campo da calcio per lui fu una semplice opportunità mista a fortuna, lui era ben altro e la cosa era evidente a tutto il mondo. Nato da un cristiano palestinese trasferitosi in Amazzonia, fin da piccolo viene caricato di “responsabilità”: quella del nome e della condizione familiare. Due punti che lo proclameranno dottor Guevara del futebol.

Il padre, appassionato di lettura e amante – è chiaro, no? – dei classici greci, lo mandò subito a scuola e successivamente all’Università di San Paolo, luogo in cui si laureerà in medicina. Due mondi che apparirebbero inconcepibili se seguiti insieme. Quella del medico è un’attitudine tanto quanto lo è la professione del calciatore: medici si nasce, calciatori anche. Ma qui stiamo parlando di un giocatore brasiliano, di un fenomeno che vede il pallone diversamente da come viene visto nel resto del mondo, del colpo di tacco che la palla chiese a Dio.

Socrates approda nel mondo del calcio a soli 24 anni. Approdare a ventiquattro anni era inconcepibile ai tempi, figuriamoci oggi. Ma lui doveva laurearsi e, alternando allenamenti a studio, non pensava ad altro se non ad ultimare il suo percorso accademico. Una filosofia ben chiara e coerente, dall’inizio alla fine; da prima della sua nascita (dal padre) a dopo la sua morte. L’idea di sinistra “socratesiana” avrà la sua influenza anche durante la temporanea permanenza nel Corinthians, il secondo club del paese più amato dopo il Flamengo e la bandiera calcistica delle classi più popolari della capitale paulista. Nasce, anche grazie a lui, la Democrazia corinthiana: un esperimento di organizzazione della squadra su basi non gerarchiche, un’idea che ancora oggi viene ricordata con grande nostalgia e come una delle più importanti forme di resistenza messe in atto durante il governo dei militari. “Vincere o perdere, ma sempre con democrazia”, era questo il motto che accompagnava l’entrata in campo della squadra. Una resistenza folle, bocciata all’esterno, odiata “dall’alto” e ricompensata “dall’Alto” attraverso la vittoria di due campionati e la risanazione dei debiti. Un riflettere le continue ansie democratiche che inevitabilmente uscirà dal campo da gioco e che, grazie al potere comunicativo del calcio, riuscirà ad arrivare al popolo. Si stava anticipando l’epoca delle sponsorizzazioni, delle lotte, dell’orientamento verso una necessaria Democracia!

Un talento altalenante ma fortemente influente. Passione e carisma, forza di volontà e fortuna. Quella di trovarsi nel momento giusto al posto giusto con le armi necessarie: quelle della cultura, del fisico che decide di concedersi per qualche anno alla miglior forma; della mente che, nonostante le devianze da ciò che la norma comune vuole, gli permetterà di restare nel cuore di molti: nel suo Brasile e nella nostra Italia, nei cuori di chi lotta e non vuole arrendersi, in chi crede che la democrazia possa funzionare e in chi la democrazia non la vuole. Gente come Socrates fa paura e gli ultimi elencati devono provarla. Il 4 dicembre 2011 Socrates si spegne a causa di complicanze dettate da una cirrosi epatica. In quel momento si stava disputando l’ultima partita del campionato Brasiliano e il Corinthias si stava giocando il titolo contro il Palmeiras. Un pareggio chiude la partita e un altro pareggio, quello del derby carioca tra Flamengo e Vasco, garantirà alla squadra di Socrates la vittoria del quinto titolo nazionale. Migliaia di tifosi inizieranno ad urlare, salteranno in piedi e in contemporanea faranno l’unico gesto che in quel momento andava fatto: braccio destro in alto e pugno chiuso. Come lui, insieme a lui.

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