La Scuola Cattolica: la storia vera dietro al film e l’analisi della pellicola

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Sta facendo molto discutere il film La scuola Cattolica uscito di recente nelle sale cinematografiche, quasi contemporaneamente alla riapertura off limits delle grandi platee. Ha destato curiosità ed interesse la diretta connessione con uno dei fatti di cronaca più efferati degli anni Settanta del secolo scorso e dalla sua visione ho ricavato alcune impressioni che vorrei condividere.

Come è noto, la pellicola è stata tratta dal romanzo vincitore del Premio Strega 2016 scritto da Edoardo Albinati, sotto la direzione di Stefano Mondini e con la partecipazione di giovani emergenti, come Gianluca Guidi e Benedetta Porcaroli, affiancati e sostenuti da navigati interpreti come Valeria Golino o Riccardo Scamarcio. Il film si ambienta a Roma nel 1975, nel pieno degli “Anni di Piombo” e vede come protagonisti un gruppo di adolescenti che frequenta una scuola privata, “Cattolica” per l’appunto, privilegio della ricca borghesia, cercando di ricostruire gli antefatti e le motivazioni psicologiche e sociali che portarono al sequestro, allo stupro ed alla morte di una delle due ragazze in un’elegante dimora del Circeo.

Prima di passare all’analisi del film, ritengo necessario ripercorrere in maniera sintetica l’evento che tanto scosse l’opinione pubblica dell’epoca.

La storia vera

Il fatto avvenne nella notte tra il 29 ed il 30 settembre 1975 nella bella località di San Felice al Circeo, sul litorale laziale, a circa 100 km a sud di Roma.

Due ragazze, Rosaria Lopez di 19 anni e Donatella Colasanti di 17, che appartenevano ad un ceto medio-basso residente nel quartiere della Montagnola, nella periferia della Capitale, furono sequestrate, seviziate e stuprate per 30 ore di seguito.

Una di loro, Rosaria Lopez morì, mentre Donatella Colasanti sopravvisse, fingendo di essere morta. La Signora Colasanti, purtroppo, è mancata nel 2005 a soli 47 anni, colpita da un grave male incurabile.

Le due ragazze conobbero qualche tempo prima due giovani benestanti, Gianni Guido ed Angelo Izzo, di 20 e di 19 anni, che avevano frequentato il liceo classico all’istituto San Leone Magno nel quartiere Trieste. Erano conosciuti per aver già evidenziato comportamenti sopra le righe e per proclamarsi “fascisti”, anche se non erano particolarmente impegnati dal punto di vista politico.

I quattro ragazzi si incontrarono in alcune occasioni nella zona dell’Eur, notati certe volte a bere o a mangiare qualcosa al ristorante situato al quattordicesimo piano del “Fungo”, il grande serbatoio d’acqua.

Il 28 settembre Guido ed Izzo invitarono le due ragazze ad una fantomatica festa a Lavinio, in provincia di Roma. Le due ragazze accettarono ma, con l’inganno, furono portate a San Felice Circeo nella lussuosa Villa Moresca, di proprietà della famiglia del terzo aguzzino che parteciperà al massacro, Andrea Ghira, figlio di un ricco imprenditore romano e da poco uscito da galera, per aver scontato pene relative a reati connessi con le violenze di piazza e per rapina.

La superstite, Donatella Colasanti, avrebbe testimoniato al processo di come la carneficina fosse stata già premeditata e ben programmata. Appena entrate in casa, Izzo aveva puntato loro una pistola, sghignazzando con gli altri e mostrando già i sacchi dove sarebbero state messe da morte. Erano state spogliate e private di tutti i documenti ed oggetti che avrebbero potuto renderle conoscibili. Ghira, in particolare, si atteggiava a capo del trio, vantando amicizie con il boss della banda dei marsigliesi, Jacques Berenguer. Dopo sevizie inaudite, Ghira più concentrato sulla Lopes e gli altri due sulla Colasanti, il padrone di casa si assentò per alcune ore, in quanto doveva partecipare ad un pranzo con la sua famiglia. Quando tornò nella villa, Rosaria Lopes fu annegata nella vasca da bagno. Donatella Colasanti, picchiata e legata con una cinghia, si finse morta, come lei stessa avrebbe raccontato al processo.

I due corpi furono posizionati nei sacchi già preparati e sistemati nel bagagliaio della 127. I tre aguzzini, ridendo e scherzando, fieri dell’atroce azione commessa, ritornarono a Roma. Durante la raccolta di informazioni del processo, emerse che il Ghira si esaltava, nel corso del viaggio, ascoltando la cassetta con la colonna sonora dell’Esorcista. Con molta disinvoltura fermarono l’auto in Via Pola nel quartiere romano “Trieste” ed andarono a mangiare tranquillamente in un ristorante.

La povera Colasanti, disperata, iniziò a picchiare sul cofano, finchè un passante non udì i lamenti e diede l’allarme. Si dovette forzare il cofano, perchè potesse essere prelevata Donatella, la cui immagine, sconvolta e piena di lividi, divenne una delle icone più agghiaccianti dell’Italia degli anni Settanta. Il film, peraltro, nel finale si sofferma proprio su questa tristissima scena, traendo spunto proprio dalla fotografia di Antonio Monteforte, un reporter noto perchè riusciva a captare le frequenze radio delle forze dell’ordine. Dal medico legale fu accertata la morte di Rosaria Lopes e le numerose ferite inflitte alla Colasanti. Izzo e Guidi furono arrestati poche ore dopo, mentre Ghira non fu trovato. Sono stati avanzati sospetti sul fatto che il criminale possa essere stato avvertito per darsi alla fuga ed eludere l’arresto.

Accanto alla foto tragica di Donatella sofferente, altrettanto emblematica è la foto di Izzo che, ammanettato dagli agenti, si esibì in un sorriso che sembrò come un ghigno farsesco degno di un clown, protagonista di un horror movie.

E’ interessante notare che, all’epoca dei fatti, lo stupro non era annoverato, nel codice penale Rocco ancora in vigore e smantellato progressivamente da sentenze della Corte Costituzionale, tra i “delitti contro la persona”, ma tra quelli contro la “morale pubblica”, con un conseguente sistema sanzionatorio più blando. Dopo circa due decenni di dibattiti politici e tra le parti sociali, soltanto nel 1996 si arriverà ad includere la violenza sessuale tra i reati contro la persona.

Il processo si tenne nella primavera del 1976 e la Colasanti fu rappresentata dall’avvocato Tina Lagostena Bassi, già conosciuta per difendere i diritti delle donne, affiancata da associazioni femministe che si costituirono parte civile.

La famiglia Lopez, invece, accettò il risarcimento di 100 milioni da parte della famiglia di Guido. Rileggendo alcuni atti del processo, si rabbrividisce davanti ad alcune parole utilizzate dall’avvocato Angelo Palmieri, difensore di Guido che, al giorno d’oggi, sarebbe stato quanto meno segnalato per violazione delle norme di deontologia professionale. La sua difesa era mirata a scalfire la credibilità delle ragazze, arrivando ad affermare che “se fossero rimaste accanto al focolare, dove era il loro posto, se non fossero uscite di notte, se non avessero accettato di andare a casa di quei ragazzi, non sarebbe accaduto nulla”.

I giudici condannarono, comunque, i tre assassini all’ergastolo (Ghira in contumacia).

Quest’ultimo fece arrivare un messaggio agli amici in carcere: “uscirete presto”.

Successivamente si appurò che Ghira, dopo aver trascorso alcuni mesi in un kibbutz israeliano, si sarebbe arruolato nella Legione Straniera con il nome di Massimo Testa de Andrès (in qualche modo richiamava il suo nome di battesimo). Diciotto anni dopo ne fu espulso, per condizioni psicofisiche critiche: era diventato un tossicodipendente. Morì a Melilla il 2 settembre 1994, come fu accertato definitivamente nel 2005 con l’esame del DNA, poi confermato nel 2016 su disposizione della Procura della Repubblica di Roma.

Donatella Colasanti, fino alla sua morte per tumore nel 2005, si è sempre detta convinta che l’esame del DNA fosse stato falsificato e che Andrea Ghira si aggirasse libero per le strade di Roma. La sua sorte rimarrà uno dei tanti misteri dell’Italia degli “anni di piombo”.

Gianni Guido, dopo alcune fughe e vari arresti, nel 2008 fu affidato ai servizi sociali ed un anno dopo, grazie ad una riduzione di pena dovuta all’indulto, è tornato in libertà.

Ancora più incredibile è la vicenda di Angelo Izzo che getta ombre inquietanti sul mondo giudiziario italiano. Dopo aver collaborato ad alcune inchieste sugli ambienti neofascisti, nel 1993, approfittando di un permesso premio lasciò l’Italia e fu poi arrestato a Parigi. Il 25 aprile 2005, in regime di semilibertà, compì un duplice omicidio. Uccise, infatti, Maria Carmela e Valentina Maiorano, moglie e figlia di un pentito della Sacra Corona Unita, conosciuto in carcere dallo stesso Izzo, al quale il boss si era rivolto per proteggerle. E nel 2010 in carcere, Angelo Izzo trovò anche moglie, sposando la giornalista Donatella Papi che, convinta della sua innocenza, per un certo tempo si battè per la riapertura dei due processi che riguardavano il consorte.

L’anno successivo i due divorziarono.

Il film

Per entrare nel vivo del film, mi preme sottolineare che la censura che ha previsto il divieto di visione ai minori di anni 18, mi è parsa esagerata.

Nonostante la tematica delicata, le scene, seppure girate in maniera realistica, non eccedono in particolari raccapriccianti. Insomma, non ho notato una sorta di compiacimento voyeuristico o splatter. Vi sono in giro pellicole cinematografiche e fiction televisive molto più violente, trasmesse peraltro attraverso i canali a pagamento in tutte le fasce orario. La Terza Commissione per la Revisione cinematografica ha stabilito che il film, intitolato “La scuola Cattolica” non fosse adatto ai minorenni. Ad orientare la decisione dei membri del consesso verso la censura, potrebbe essere stato lo stesso titolo che, richiamando la religione prevalente nel nostro Paese, ancora troppo influente sui costumi sociali, avrebbe potuto offrire una chiave di lettura troppo critica dello stesso culto religioso ai più giovani.

 Tra le motivazioni che hanno determinato la censura, i componenti della predetta Commissione hanno indicato il fatto che la pellicola “presenta una narrazione filmica che ha come suo punto centrale la sostanziale equiparazione della vittima e del carnefice”. E nella riflessione dello spettatore torna immediatamente alla mente quella che potrebbe essere definita la scena didascalica più significativa del film, non a caso abilmente inserita verso la metà della rappresentazione, quale punto di convergenza dell’assurdo destino dei giovani coinvolti. Si tratta della lezione tenuta dal professor Golgota, che si sofferma su un dipinto in cui Cristo viene flagellato.     Il docente ed i ragazzi, tra cui gli aguzzini del Circeo, condividono l’idea che in quella raffigurazione carnefice e vittime vengano messi sullo stesso piano, suscitando un vivace dibattito filosofico ed etico di difficile risoluzione.

Questo dualismo morale, che sembra abbattere le tradizionali barriere tra il bene ed il male, avrebbe potuto impattare con difficoltà sull’immaginario del pubblico minorenne, sortendo un effetto opposto al chiaro intento della direzione artistica di lanciare un chiaro monito contro la violenza sulle donne e contro la disgregazione dei valori, almeno secondo l’interpretazione della Commissione.

E’ da questa riflessione che intendo partire per una descrizione del contenuto del film, la cui narrazione si svolge in diverse dimensioni temporali, per convergere verso la carneficina finale.

 Ho avuto l’impressione che l’impianto strutturale della pellicola, pur rispettando con particolari visivi e scenici l’inquadramento temporale dei fatti descritti, tenda ad “universalizzare” un po’ troppo le figure dei protagonisti che, ad un certo punto, sembrano quasi far parte di una vicenda metastorica e simbolica.

I grandi fermenti politici degli anni Settanta fanno solo da sfondo nella trama del film, svolgendo un ruolo secondario, rispetto alla caratterizzazione emotiva dei personaggi, con incisivi riferimenti al loro ambiente socio-culturale ed al difficile rapporto con il sesso. La contestualizzazione mi è sembrata imperfetta, poiché è quasi del tutto assente la descrizione della prossimità dei tre criminali agli ambienti neofascisti, soltanto accennata in qualche dialogo peraltro di valenza generica.

 Nella “Scuola Cattolica”, dove la fede religiosa è un paravento esterno, foriero di privilegi e corruttibile con laute donazioni, matura la personalità di adolescenti aggressivi, attraverso riti di iniziazione, atti di sadismo e di sottomissione che nascondono una grande fragilità interiore ed un timore di confrontarsi con le proprie pulsioni sessuali.

Scuola e Famiglia finiscono con il seppellire sotto “una montagna di polvere” il disagio di questi adolescenti della ricca borghesia romana, sospesi tra libertà incontrollata, false punizioni e blande persuasioni. Non sfugge come l’attenzione del regista non sia focalizzata soltanto su quelli che diventeranno gli autori del massacro, ma in parallelo racconti la storia corale di un gruppo di ragazzi, distinguendo gli assassini da coloro che, seppure cresciuti nello stesso contesto, non oltrepasseranno il limite delle comuni intemperanze giovanili. Lo stesso narratore ed un suo amico si troveranno in una situazione simile a quella degli assassini, in una dimora isolata con due ragazze, ma la loro aggressività non sfocerà in atti di violenza.

Alla lezione tenuta dal Professor Golgota, che è quasi la scena clou della riflessione maschile sulla violenza ed, in particolare, sul rapporto tra vittima e carnefice, si contrappone il canto delle due sfortunate ragazze che intonano La collina dei ciliegi di Battisti, piene di speranze per una vita futura che si augurano davvero luminosa e più fragrante. Ed invece per loro il destino riserva la morte e la distruzione, considerate come dei semplici “pezzi di carne”, sia da vive che da morte,nei disgustosi dialoghi intercorsi tra gli assassini.

Attraverso gli occhi di Edoardo, voce narrante del film, non a caso omonimo dell’autore del romanzo da cui è stato tratto, emerge un “culto per la violenza” che cresce e si fortifica proprio all’interno dell’ambiente considerato ingenuamente, o volutamente ingenuo, dalle famiglie di appartenenza come il più sano e come quello più capace di proteggere i propri figli dalle insidie della società. Un pregio del regista è quello di tenersi lontano da certe sterili polemiche anticlericali, limitandosi ad evidenziare la facciata ipocrita e perbenista dell’intero sistema sociale che gravita intorno alla Chiesa Cattolica, senza indulgere troppo nella debolezza morale e nelle contraddizioni dei suoi esponenti.

Nel momento in cui questi ragazzi sono chiamati a scegliere il percorso della loro esistenza, i modelli di riferimento fanno acqua da tutte le parti: gli insegnanti sono mediocri e corruttibili, le madri distratte ed impegnate a combattere contro i segni dell’età, i padri cercano di imprimere modelli meschini di esaltazione della virilità, mediante la sopraffazione del denaro e del potere nei confronti delle donne e delle classi sociali meno elevate. Ma non tutti sono perduti, dopo l’esperienza in quella tetra “Scuola Cattolica” interamente al maschile, qualcuno diventerà uno scrittore, qualche altro uno psicanalista che dovrà sublimare il dolore per la perdita della sorellina, qualcuno ancora, già da ragazzo, sarà capace di non confondersi davanti alle provocazioni del Professor Golgota, distinguendo il bene dal male ed affermando che “si diventa umani con il bene” e “chi commette il male, lo fa soprattutto a sé stesso”.

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