In the mood for love: Wong Kar-wai esplora la psiche amorosa attraverso la dilatazione del tempo

Questo articolo racconta il film In the mood for love di Wong Kar-wai in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Lo scorrere del tempo viene percepito diversamente in base alla persona che lo vive. C’è chi come Nolan, lo dilata e restringe a suo piacimento, e chi lo rende fluido, a volte impetuoso ed a volte piacevolmente minuto e malinconico. È proprio questo il caso di Wong Kar-wai, che riesce a mettere su pellicola emozioni difficilmente percettibili normalmente. Questa sua particolarità è quasi un unicum nel cinema, soprattutto di quello rivolto alla grandi platee. L’amore raccontato come puro e semplice presentimento, a volte accarezzato talmente tanto da diventare onirico e mai carnale, possiede in sé l’animo dell’incompiuto, e non per questo deve rappresentarne un male. È chiaro che per noi occidentali può essere una contraddizione, avendo più una vena umanistica e tangibile e meno spirituale rispetto al passato, ma la passione imprigionata dal regista e mai completamente emersa affascina malinconicamente.

In In the mood for love che già dal titolo evoca piaceri spirituali, e che in lingua originale cantonese titola: “Faa yeung nin wa” – “L’età della fioritura” titolo ancor più evocativo, il regista nativo di Shanghai ma che ai primi echi della rivoluzione culturale maoista diventa da ragazzino esule ad Hong Kong, crea una bolla temporale in grado di fissare due anime in un vortice stilistico di amore pensato e psiche. Il patrimonio emotivo che strizza l’occhio all’Educazione sentimentale di Flaubert, nata più di centotrent’anni prima, ma vissuta in situazioni di caos simili: Il romanzo dello scrittore francese è ambientato durante la Rivoluzione francese, la pellicola del regista cinese invece durante i tumulti di Hong Kong che portarono l’isola ad occidentalizzarsi, negli anni Sessanta del Novecento. C’è da dire inoltre che la reale e maggiormente accreditata fonte di ispirazione di Wong Kar-wai fu il romanzo breve di Liu Yichang Un incontro

L’inconsueto uso della narrazione, e le luci particolarmente aspre, figlie anche del direttore della fotografia Christopher Doyle, richiamano puntualmente due grandissimi registi della tradizione europea: Robert Bresson e Michelangelo Antognoni. L’opera, a più di vent’anni dalla sua uscita nelle sale, e che ha un suo seguito, “2046”, frutto di una ulteriore analisi del protagonista maschile Tony Leung, oramai vive di vita propria, essendosi guadagnata il ventiquattresimo posto per i film più belli di tutti i tempi. Anche questo contribuisce alla promozione di una pellicola che possiede appieno tutti i contorni onirici della purezza di un sentimento che negli ultimi decenni sembra abbia subito una deevoluzione, di pari passo con la società umana. La riservatezza dei due protagonisti, che oltre al sopracitato Leung, comprendono la meravigliosa Meggie Cheung, a cui il regista dona una personalità che grazie anche alla sua bellezza eterea risulta quasi ultraterrena.

L’edificazione di un amore, figlio di quella età della fioritura presente nel titolo e che rappresenta la stagione della rinascita e delle rivoluzioni come la primavera, probabilmente tocca in prima persona anche il regista, che per respirare quell’aria particolare da “emigrato” volle riprodurre l’Hong Kong della sua infanzia nei minimi particolari, girando parte del film a Bangkok, proprio perché la capitale thailandese ancora ricordava la città che donò a lui ed alla sua famiglia un nuovo inizio. Alcuni tratti della sceneggiatura sono addirittura improvvisati dagli attori, e questo sorprende molto anche per via della profonda accuratezza che il cineasta riserva al montaggio: esistono diversi tagli all’opera finale, tanto che il regista montò il finale definitivo poche ore prima della presentazione ufficiale al festival del cinema di Cannes.

La fugacità dei sentimenti umani, capaci di affrontare enormi privazioni e portati a volte e per i motivi più incomprensibili ad un naturale affievolimento o completa saturazione, in questo caso vengono condotti dal protagonista sino al complesso religioso cambogiano Angkor Wat, dove dichiara finalmente il suo amore per la bella Su Li-Zhen/Meggie Cheung, sussurrandolo nella cavità di un muro per poi ricoprirlo con della terra. Questo spazio immenso, rappresentato dalla enormità del tempio, dove viene svelato il più profondo degli ardori, è l’epitaffio di quello che sarebbe potuto essere e non è stato. Le sovrastrutture che molto spesso vengono create dalle nostre società e da noi, ci impediscono senza nessuna forma apparente di costrizione a non andare incontro alle nostre naturali pulsioni ed interessi, esse sono paragonabili a delle sabbie mobili di cui molto spesso ci facciamo ingabbiare, rischiando di vivere una esistenza monca a piena di rimpianti. È proprio su questa “assenza” che poggia e consacra il film di Wong Kar-wai, donandoci un finale perfetto per il cinema, ma imperfetto per l’amore. 

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