Braveheart: tra storia e leggenda Gibson ripercorre le gesta dell’eroe scozzese per antonomasia

Questo articolo racconta il film Braveheart di Mel Gibson in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Sin da quando la civiltà umana ha raggiunto un livello tale da poter scrivere e narrare sono esistiti gli eroi. A volte semplici leggende, ma molto spesso il loro essere è stato frutto di azioni epiche, ingolosite da mezze verità o da uno smisurato accrescimento delle stesse. Mel Gibson, stuzzicato da sempre dai racconti storici che strizzano l’occhio alla leggenda, volle a tutti i costi mettere su pellicola un periodo cardine nelle vicende della nazione scozzese. Alla sua seconda prova da regista dopo L’uomo senza volto del 1993, riuscirà nell’impresa di ripercorrere le gesta del patriota scozzese. Girato ancora con pochissima computer grafica, (siamo pur sempre nel 1994) il film si può certamente considerare uno degli ultimi kolossal girato alla vecchia maniera. Infatti per gli eserciti anglo – scozzesi furono reclutati dal regista nativo di Peekskill una miriade di soldati appartenenti realmente all’esercito irlandese, che in base alle battaglie cambiavano continuamente “casacca”.

La minuziosità del regista venne messa alla prova anche durante la fabbricazione delle armi: infatti le frecce furono realizzate in modo accuratissimo e realmente utilizzate, e la spada che lo stesso Gibson impugna nell’opera, ricordiamo che l’attore/regista interpreta il ruolo principale, (Wallace) fu plasmata da un fabbro italiano molto abile, con l’aiuto di un suo corrispettivo inglese per esaudire l’estrema accuratezza che l’opera richiedeva. Gibson, con una produzione figlia dell’epoca degli eccessi, (la pellicola è costata 72 milioni di dollari) si concede di omaggiare due registi suoi connazionali: Peter Weir e George Miller. Quest’ultimo artefice della saga che ebbe moltissimo successo tra la fine degli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta: Mad Max, e che scelse per la sua trilogia distopica proprio l’attore australiano, affidandogli il ruolo da protagonista.

La successione di fotogrammi che subiscono rallentamenti ed accelerazioni, alterando le inquadrature, e l’alternanza di momenti anche romantici alla violenza più cruda sono un marchio di fabbrica dei due registi sopracitati. Gibson a dire il vero persevererà in modo eccessivo in alcune sue opere successive come “La passione di Cristo” ed “Apocalypto”. Nel William Wallace Gibsoniano emerge a gran voce quel Martin Riggs che ha fatto tanto la fortuna della saga di Richard Donner “Arma letale”, infatti i due caratteri al limite della lucida follia, si incrociano per lo stesso identico motivo: la perdita dell’amata. I richiami di misticismo che sono presenti sin dall’inizio: vedi la morte del padre di un Wallace bambino, vedi gli incontri notturni con lo spirito dell’amata, ma anche nel modo in cui poi il protagonista verrà giustiziato e le ricorrenti paure di un uomo che persi gli affetti diventa quasi ultraterreno.

Le musiche, del compianto James Horner immergono lo spettatore appieno nella vicenda, rappresentando al meglio la Scozia tardo medioevale e segnano profondamente gli umori delle battaglie, tanto che il compositore riceverà una nomination agli Oscar. Le battaglie chiaramente occupano uno spazio importante nella pellicola, Gibson inscena due delle principali: Stirling Bridge avvenuta nel 1297 e Falkirk, 1298. Soltanto per questi due eventi di rilevante importanza storica nella disputa anglo-scozzese ci volle più di un mese di girato. Anche questa tecnica di girato farà scuola per le future rappresentazioni di battaglie, con la steadycam alternata da primi piani ed allungamenti repentini. Il cast, oltre a Gibson comprende un Brendan Gleeson quasi agli esordi, ma anche Catherine McCormack ed una ammaliante Sophie Marceau.

Una menzione particolare va certamente a Patrick McGoohan, perfetto nel ruolo di Edoardo I Plantageneto, “Martello degli Scoti” come recita l’epitaffio sulla tomba del regnante, ubicata nell’Abbazia di Westminster. Braveheart ha certamente tutti i contorni del kolossal epico legato ancora ad un passato cinematografico che ha rappresentato una mole di lavoro sia di mezzi che di persone in carne ed ossa che la tecnologia ha soppiantato. Anche per questo oltre che per la storia in sé, affascina molti a distanza di quasi trent’anni. Inutile dire che portò a casa cinque statuette nella notte degli Oscar, tra cui miglior film e miglior regia. La pellicola intrisa di quei buoni sentimenti quali l’onore e la ricerca della libertà tanto cari a Gibson, consacra agli annali del cinema un episodio fondamentale non solo del Regno Unito, ma di tutta l’Europa medioevale. 

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