La pietra della follia: dentro il mondo incomprensibile di Fernando Arrabal

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“Il parroco è venuto a far visita a mia madre e le ha detto che sono pazzo.
Allora mia madre mi ha attaccato alla sedia. Il parroco mi ha fatto un
buco nella nuca con un bisturi e ne ha estratto la pietra della follia.
Poi mi hanno portato, legato mani e piedi, fino alla navata dei pazzi.

Fernando Arrabal – La pietra della follia

L’anima e il corpo, il razionale e l’irrazionale, la follia e l’apparente lucidità; sono punti ma soprattutto “mondi” che stanno dietro La pietra della follia (libro panico) di Fernando Arrabal.

Si tratta di uno scritto di circa 230 pagine nato da una routinaria trascrizione dei sogni di Arrabal. Dietro questo libro ci sono il movimento surrealista di cui egli faceva parte insieme ad Andrè Breton e Alejandro Jodorowsky; la sua infanzia, segnata dall’arresto del padre e da una madre un po’ particolare; e la conseguenza di quest’ultimo punto: l’inconscio di Fernando Arrabal.

Capire Arrabal non è facile. Si potrebbero tracciare alcuni punti per avere una sorta di bussola ma probabilmente ci perderemo. Tuttavia, la cosa positiva di questo perdersi è che in un certo senso è l’unica via per avvicinarsi al suo modus operandi. Per lui “tutto l’umano è confusione”, capirli e capirci è impossibile a detta sua. Siamo in costante cambiamento, passiamo da un polo all’altro, la trasposizione radicale fa parte del nostro IO. In sintesi, durante le rare interviste che concede, accentua questa sua visione. Una prospettiva segnata dai suoi cambiamenti in campo artistico, dal surrealismo insieme ad Andrè Breton alla Pop Art con Andy Warhol, passando dalla collaborazione dadaista con Tristan Tzara. Sette lungometraggi, quattordici romanzi, ottocento libri di poesia, opere tradotte in tutto il mondo. Capire Arrabal non è facile. Non è semplice entrare nel mondo di Fernando per il fatto che non esiste un “mondo di Fernando” ma esistono i “mondi di Fernando”. Sospesi tra follia e surrealismo, tra musica e arte, poesia e cinema. Il suo è un universo e prima di entrare nei diversi mondi dobbiamo identificarli.

Partire da La pietra della follia (libro panico) potrebbe essere il punto di partenza migliore.

“Panico” deriva dal Dio Pan, dal concetto di totalità. Nel 1962, Arrabal insieme a Jodorowsky, fondano il Panico, un gruppo di habitués del Café de la Paix a Parigi, che avevano opinioni simili in materia d’arte. Un modo di essere in cui la vita privata d’ognuno si mescolava con l’arte, il gioco, la festa. Il panico è una direzione, tant’è che in una delle rare interviste – Fernando, a detta sua, preferisce le interviste immaginarie a quelle reali – il poeta spagnolo disse: “il panico è un movimento che tende al dissacrante…non è una filosofia, non è un’estetica, non è una definizione o un’arte, non è questo e non è nemmeno quest’altro. Oggi siamo tutti nel panico”.

Quando ci troviamo di fronte a definizioni del genere possiamo agire in due modi, ridere e vedere il tutto come una spiegazione delirante – vedi Lynch, con il concetto di “sogno” giustifica ogni azione della sua vita – oppure accettare il fascino del diverso e dell’incomprensibile…

…diverso e incomprensibile che si fa strada all’interno de La pietra della Follia (libro panico). Una raccolta di circa 230 pagine in cui risalta al primo livello di significazione il concetto di “sogno”.

Arrabal annotava sempre i suoi sogni, li voleva capire e interpretare per conoscere meglio se stesso e la sua vita. Partire da questo libro è un buon punto di partenza per capire meglio il poeta spagnolo: una mente visionaria, sofferente nell’inconscio e stravagante all’esterno; particolarmente intelligente e dinamica, saggia e allo stesso tempo folle. Totalità.

Fin dalle prime pagine appare questa “famosa” pietra chiamata “pietra della follia”. Nel medioevo essa veniva identifica come la fonte della pazzia: dei medici prelevano i cosiddetti “pazzi” e attraverso metodi tutt’altro che medici provavano ad estrarre la fonte di quella che per loro era la devianza del soggetto. Un incipit letterario/storico che non può che far risaltare agli occhi la consapevolezza di Fernando nel vedersi come tale, come un folle, un diverso. Una consapevolezza che nei nostri occhi andrebbe a svanire se non accostata alle altre che appaiono durante la lettura, dalla fonte del suo essere alla ridondanza dei temi: ottima per noi, utile per lui. Il ridondante è presenza e ciò che è presente è un qualcosa su cui lavorare per capire, eliminare o se sei coraggioso: accettare. Fernando lo aveva capito, lo aveva intuito ancor prima d’iniziare. Accettare ciò che si è. La Pietra della Follia di Fernando Arrabal è questo.

Al risveglio vidi che il gatto, immobile sul cassettone, mi guardava fisso.
Forse aveva passato la notte così.
(Allora mi ricordai del sogno: mentre dormivo un gatto mi osservava, immobile, sul cassettone, e svegliandomi lo vedevo gettarsi su di me e graffiarmi il viso).
Non ebbi il tempo di proteggermi, il gatto mi balzò addosso e mi graffiò la guancia destra.
Mi guardai allo specchio e vidi che il sangue mi aveva tracciato sul viso la parola: “scienza”.

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