The Party: La complessità dell’animo umano vista dall’occhio teatrale

Questo articolo racconta il film The Party di Sally Potter in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Che cos’è che nella vita ci fornisce un certo grado di complessità emotiva? Questo è certamente un argomento composito e dibattito di mille argomentazioni. Chiaramente un certo tipo di studi e di esperienze contribuiscono in maniera considerevole, ma anche alcuni aspetti dei nostri caratteri e la cultura che assimiliamo nella nostra esistenza. Uno dei popoli più controversi, almeno ai nostri occhi di Mediterranei “chiacchieroni” è certamente quello britannico. Anche il loro staccamento per motivi geografici ha contribuito a renderli di norma persone più pragmatiche e riservate, ma si sa, la tragedia è tragedia per qualunque popolo e chi se non il teatro può esprimerla appieno, anche meglio del cinema. Il connubio delle due arti visive a volte però può ricreare uno stato emotivo particolare, di piena immedesimazione.

Proprio su questo punta la regista londinese Sally Potter, che intesse una piccola parentesi di commedia/tragedia in pieno stile teatrale, macchiato da quel particolare humour britannico. Il doppio significato che si estende per la breve durata della pellicola si evince già dal titolo, che in inglese può rappresentare sia un partito che una festa, la prima parola in questo caso è strettamente correlata alla seconda, un po’ come la morale di tutti i protagonisti dalla apparente calma data una situazione sociale alto-borghese, che nasconde sotto il tappeto i mille sotterfugi. La regia contenuta ma allo stesso tempo dotata di un ritmo considerevole non fa per nulla cristallizzare lo spettatore. Le vite di questi novelli commedianti è quasi intrappolata all’interno dell’abitazione londinese in cui si svolgono le piccole/grandi tragedie umane di questo sparuto gruppo di privilegiati.

Strizza l’occhio anche a quel Carnage di Roman Polanski con quel quasi rilassato gioco alla mattanza, ma con una enfasi più blanda e scarna. C’è da dire che l’ironia è dietro l’angolo soprattutto nei confronti di una certa Sinistra borghese di cui in Italia si è parlato tanto anche cinematograficamente parlando, e dove probabilmente albergano idee di gioventù appoggiate dal benessere, ma uccise nei fatti concreti delle fabbriche e dalla necessità dei meno abbienti o della classe lavoratrice. Anche questo è un doppio senso del declino irrefrenabile in quasi tutta Europa di un lato politico nato e cresciuto per cambiare le sorti degli ultimi, e che caduto il muro di Berlino si è trovato abbondantemente a pasteggiare con il Capitale più becero.

Il cast è splendido, uno dei migliori che si possa trovare in tutto il vasto orizzonte cinematografico europeo e spazia dalla assoluta protagonista Kristin Scott Thomas, perfetta nel ruolo della politica di professione idealista e “liberal”, nonché autrice di una interpretazione che sa maneggiare bene la mole di emozioni esplose nella faccenda, all indimenticato Angelo caduto di una Berlino surreale Bruno Ganz. Seguono Cillian Murphy, Timothy Spall, Patricia Clarkson, Emily Mortimer e Cherry Jones. La scelta di girare l’opera in bianco e nero in questo caso accentua pienamente la tensione che si respira nella casa, la fotografia di Aleksei Rodionov asseconda la tensione dividendo i vari gradi di pathos in compartimenti stagni prima di farli congiungere per il gran finale.

La lunga attesa della Marianne del film, ulteriore chiave di volta di una vicenda che nell’epoca assoluta di mancanza di valori come la nostra può rappresentare genesi e termine di molte vite anche in gradi della società inferiori, a differenza della protagonista del magnifico e malinconico brano di Leonard Cohen presumibilmente arriverà e metterà la parola fine seppur in modo assolutamente inaspettato alle emotività del gruppo. La regista nella sua nona opera, pesca nuove argomentazioni per il suo bagaglio artistico, è palpabile il suo tratto femminile, ma non figlio di vari fanatismi in cui incappano molti registi sprovveduti e falsamente idealisti. Quel che è certo che l’inversione di ruoli da parte di quello che venne erroneamente definito il sesso debole, in quest’opera è molto più decisionista ed istintivo del trittico di uomini dai tratti placidi, vedi Ganz ed in alcuni casi pavidi, Murphy. Il contesto ed i problemi che lo attraversano sono sicuramente fuori dal mondo, d’altronde si parla pur sempre di una classe sociale avantaggiata, ma dona quell’imprinting assolutamente godibile ed analizzabile per chiunque, proprio per questo il film è pienamente credibile. È certamente il racconto di una classe che vive dei fasti del passato, ben educata, ben nutrita, ma con una mancanza di fondo imperdonabile: l’ideale. Quest’ultimo solo accarezzato dalla protagonista, senza la minima idea di cosa rappresenti. Proprio per questo, la regista britannica riesce ad incuriosirci con un tema dibattuto per moltissimo tempo in Occidente e se non altro muove una critica profonda alle “Meglio gioventù” del primo e secondo Dopoguerra.      

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