Il passato che svanisce: il Chelsea Hotel diventa un albergo di lusso

Non iniziare a leggere. Prima metti su New skin for the old ceremony di Leonard Cohen, traccia numero 2: Chelsea Hotel #2. Chiudi gli occhi e comincia ad ascoltare.

Immagina New York, Manhattan, è notte fonda al Chelsea Hotel, al numero 222 della 23esima ed è il 1968. Leonard Cohen e Janis Joplin si incontrano in ascensore, lei sta cercando Kris Kristofferson, lui Brigitte Bardot, finiscono l’una tra le braccia dell’altro. Due anni dopo, a ventisette anni, come molte icone del rock, Janis Joplin muore per overdose di eroina, ispirato dal ricordo della notte trascorsa assieme nella stanza 424, Cohen compone per lei il brano che stai ascoltando. Resta in questa suggestione e continua a leggere. Anzi no, prima fai anche un’altra cosa: vai su Google Earth e cerca il Chelsea Hotel, clicca sullo zoom, ingrandisci ancora e ancora, eccolo lì, l’hotel di cui parliamo, coi suoi mattoni rossi e le ringhiere nere di ferro battuto a tema floreale, gotico e decadente, un punto rosso sangue tra le strade e i palazzi del quartiere, eccolo lì il leggendario Chelsea Hotel, un luogo che anche solo a guardarlo trasuda decadenza e gronda filosofia punk. Ora immagina di guardare dentro le finestre perché è quello che stiamo per fare.

È la seconda metà degli anni ‘80 quando l’architetto francese Philip Hubert, influenzato dalle teorie socialiste, progetta l’albergo in questione sognando di farne una sorta di comune. Nato sotto il migliore degli auspici, il Chelsea Hotel diviene negli anni qualcosa a metà strada tra un albergo e un condominio, un luogo di ritrovo bohèmien, un rifugio per eccentrici, un edificio iconico per l’incessante susseguirsi di storie di decadenza, passione e morte che si consumano tra le sue stanze. Artisti, letterati, registi, attori, musicisti rock, dimorano o trovavano rifugio ed ispirazione nelle camere dell’hotel, tanto che, a ben pensarci, il Novecento non sarebbe stato quello che conosciamo senza il Chelsea Hotel. Nemmeno la più efferata fantasia riuscirebbe a concepire un luogo tanto suggestivo e strabordante di aneddotica.

Scioriniamone un po’: è il 1962, Arthur Miller, fresco di divorzio da Marlyn Monroe, scappa al Chelsea dove resta nientemeno che sei anni e compone Dopo la caduta e The Chelsea Affect, intanto, in un’altra camera, Arthur C. Clarke sta completando 2001: Odissea nello spazio, solo qualche anno prima William Burrougs aveva scritto tra le stesse mura Il pasto nudo mentre Dylan Thomas nel 1953 si era concesso ad un coma etilico eterno dopo aver deglutito molti più whisky di quanti ne potesse reggere. Se ti sembra ancora poco rincaro con Jack Kerouac che in pochi giorni ha buttato giù la prima bozza di On the road su rotoli di carta igienica e con Charles Bukowski che nelle camere del Chelsea si è dedicato esattamente alle cose a cui stai pensando, col suicidio di Charles Jackson e con Thomas Wolfe, Tennessee Williams, Mark Twain, Jackson Pollock, Edgar Lee Masters, Allen Ginsberg, soliti frequentatori dell’albergo e forse con la letteratura ci possiamo fermare, ma dobbiamo aggiungere la madre del femminismo contemporaneo ed il padre dell’esistenzialismo, anche Simone de Beauvoir e Jean Paul Sartre infatti sono passati di qui.

Passiamo alla musica, perché Cohen e Joplin, avrai capito, non sono soli in questa storia; in questa storia il Chelsea è La Mecca ed i musicisti vi si recano numerosi e devoti. Patti Smith e Robert Mapplethorpe vivono al Chelsea nel periodo iniziale della loro relazione: è il 1969, lei si diletta di poesia, lui di arte, sono giovani e squattrinati, ma Stanley Bard, allora manager dell’hotel, è affascinato dai creativi cui offre spesso soggiorno in cambio delle loro opere o cambiando la tariffa delle camere in base alla disponibilità economica degli avventori. A Patti e Mapplethorpe, Bard concede la stanza 1017. E’ l’inizio delle loro carriere: Mapplethorpe scatta qui la sua prima polaroid e Patti Smith intravede la possibilità di trasporre in musica i suoi versi, divenendo la poetessa del rock che conosciamo oggi. L’elenco dei musicisti che amano e frequentano il posto è lunghissimo ed eterogeneo: Iggy Pop, i Pink Floyd, Keith Richards, Jim Morrison, i Grateful Dead, Chet Baker, Tom Waits, John Cale, Édith Piaf, Alice Cooper. Joni Mitchell ha dedicato all’hotel la sua Chelsea Morning, I Jefferson Airplain invece Third Week in the Chelsea. Facciamo un giro tra i corridoi: in lontananza si sente la voce profonda dell’eternamente bella e sofferente Nico che intona Chelsea girl mentre un ispirato Bob Dylan sta componendo per la moglie Sad Eyed Lady Of The Lowlands, in qualche altra camera intanto, quella di Jimi Hendrix, l’atmosfera è orgiastica; immaginali lì, tutti assieme: Jimi Hendrix che fa le orge, Bob Dylan che pensa alla moglie e Nico che si lascia ispirare dal luogo, fa una certa impressione, eh? E non abbiamo ancora sfoderato l’artiglieria pesante, la storia più punk di tutta la storia del punk, quella di Nancy Spunger, famosissima groupie e fidanzata di Sid Vicious, bassista dei Sex Pistols. È il 12 ottobre del 1978, la stanza è la numero 100, l’andirivieni di tossici e infervorati rockettari va avanti per tutta la notte finché Nancy e Sid restano soli, si sentono urla e liti, ma parliamo di una relazione perversa, fatta di overdose, sadomasochismo, delicatezza e disperazione, per cui, a conti fatti, routine. Almeno così si crede, invece l’epilogo è agghiacciante: il corpo di Nancy, il mattino dopo, giace senza vita in bagno, accoltellato e Sid, in stato confusionale, col coltello grondante di sangue tra le mani, non ricorda nulla. E qui il Chelsea diviene leggenda: i Romeo e Giulietta del punk rock – Vicious morirà di overdose di lì a poco lasciando un biglietto in cui chiede di essere seppellito accanto a Nancy con gli anfibi ed i jeans di lei e l’armamentario tutto –  lo elevano a luogo di culto portando all’apice l’alone noir che già serpeggiava. Se l’assassino sia stato Sid o meno non si saprà mai. Amen.

A questo punto facciamoci un giro anche nel mondo del cinema: chi se non Stanley Kubrick immaginare in un luogo del genere? Ed ancora Uma Turman, Ethan Hawke, Elliot Gould.

La lista degli artisti è altrettanto lunga ed altisonante: un’icona come Frida Kahlo è senz’altro da menzionare, assieme a Diego Rivera ovviamente, e poi Christo e Moses Soyer morto qui anche lui, e tanti altri ancora che a citarli tutti staremmo qui un bel po’, ma almeno ricordiamo il padre della Pop Art con entourage al seguito: Andy Warhol sceglie proprio il Chelsea infatti come ambientazione per il suo film Chelsea girl sui frequentatori della Factory.

Storie di passione e ispirazione, omicidi, suicidi, collassi, spacciatori, orge, alcool, overdose, odore di marijuana, ispirazioni, incendi (è successo anche questo!), sesso, droga e rock’n’roll, arte, poesia, amori, creatività; esiste un altro luogo in cui sia possibile che accada tutto questo? Un luogo vero, intendo, perché nulla di tutto ciò che abbiamo detto è romanzato. Esiste un luogo con un simile fermento creativo? Esiste un luogo in cui sia possibile incontrare assieme tutti i musicisti, registi, attori, pittori, scrittori, filosofi che abbiamo citato?  Immaginali lì, belli e perdutamente inquieti, tutti nella hall del Chelsea strapiena delle opere che molti artisti passati di lì hanno lasciato e sappi che tutto questo sta per finire, la realtà sta per distruggere la leggenda. Da rifugio per adorabili anime dannate, il Chelsea sta per diventare un albergo di lusso: è recente la notizia dell’acquisizione dell’hotel da parte di un gruppo alberghiero che lo trasformerà in un hotel da 600 dollari a notte snaturando del tutto l’essenza del luogo e rendendo tristemente evidente che il denaro riesce a trasformare in business qualsiasi cosa. Il regno dell’anticonformismo sta per essere ridotto al suo contrario. Brutta cosa l’avidità.

Ora chiudi di nuovo gli occhi, è sempre notte e stai passeggiando per Manhattan, arrivi al 222 della 23esima, ci trovi un luxury hotel, no, Nico non sta cantando in sottofondo.

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