Rudolf Otto e l’irrazionalità del sacro

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Rudolf Otto è stato un teologo e storico delle religioni tedesco. Il suo pensiero si è basato su un legame che intercorre tra filosofia, psicologia e sociologia delle religioni, mantenendo sempre una profonda attenzione per i più moderni sviluppi della teologia cristiana. Pastore luterano, docente di teologia sistematica in varie Università, come quelle di: Gottinga, Breslavia e Marburgo. Determinante nella sua vita di studioso è stato l’incontro con il teologo e arcivescovo luterano di Uppsala, Nathan Soderblom. Quest’ultimo è stato un profondo conoscitore del fenomeno religioso, che ha per l’appunto studiato il fenomeno del sacro come spazio in cui può avvenire una comparazione della diversità delle religiosità. Insieme a Otto, nel 1900, avvia uno studio sull’origine dell’idea della divinità. A partire da questa ricerca, Otto, comincia a delineare quella che poi in seguito diviene una delle sue opere più importanti e un’opera di forte rilevanza per il campo della storia delle religioni del Novecento, la cui prima edizione verrà datata nel 1917: Il sacro. Sull’irrazionale nell’idea del divino e il suo rapporto con il razionale. Oltre alla figura di Soderblom, sono anche decisive altre influenze sul suo pensiero: come, ad esempio, quella che viene fuori da teorici della teologia come Friedrich Schleiermacher, oppure da filosofi delle religioni come Jakob Fries o lo stesso Immanuel Kant.

Dopo questi brevi cenni sulla vita dello studioso possiamo soffermarci e osservare come, nella sua attività intellettuale, viene definito il sacro in quanto fenomeno religioso all’interno del quale la religione si manifesta. Per l’appunto è lo stesso Otto ad affermare che “conoscere e riconoscere qualcosa come sacro è primariamente una valutazione specifica, che in quanto tale si trova soltanto nell’ambito religioso” (Otto, 2011). Ma Otto afferma qualcosa di determinante nei confronti della dimensione del sacro, egli afferma che quest’ultimo sta al di fuori del razionale. Esso è un àrreton, un qualcosa di “ineffabile” che non può essere sottoposto ad una comprensione razionale e concettuale. Questa definizione di sacro rientra in quell’ottica attraverso cui Otto vuole demonizzare e smantellare una certa “moralizzazione del divino”. Quest’ultima da intendere come, per l’appunto, un sottoporre il sacro (e dunque ciò che è divino ed extramondano) a razionalizzazioni che usufruiscono di categorie terrene. Lo stare al di fuori di queste categorie terrene produce tutto il senso del concetto che nello studio di Otto prende il nome di numinoso. Quest’ultimo rappresenta il senso che il sacro assume nella concezione dello storico delle religioni tedesco, ovvero una dimensione sacrale, si, però “…meno il suo momento etico e, …soprattutto meno il momento razionale” (ibidem, 2011, p. 31.).

L’assenza di razionalità si traduce in una impossibilità, secondo Otto, di concettualizzare la dimensione del sacro da parte dell’individuo. Quest’ultimo, nell’ottica dello studioso, assume una forma mentis che si basa su categorie concettuali imperfette, deformi, a-tipiche rispetto ad una dimensione che in quanto costituita dall’extramondano non può essere compresa nella sua interezza. Proprio alla luce di questo dato, cioè la mancanza di comprensione totale del fenomeno del sacro, si introduce un altro aspetto che contraddistingue il sacro nella concezione di Otto: ovvero, il sacro come mysterium tremendum. Probabilmente questo aspetto rispecchia il significato più forte che risiede alla basa del sacro in sé e dunque del rapporto che gruppi e teorie di fedeli intraprendono con il proprio credo. Il sacro è mysterium nel senso che “[…] Dal punto di vista concettuale, il mysterium non indica niente altro che ciò che è nascosto, e cioè il non manifesto, il non compreso e il non intuito, il non quotidiano e il non familiare” (ibidem, 2011, p. 40).

Di fatto il sacro è invisibile e nella sua mancata manifestazione si chiarifica tutto il senso che sta alla base di una credenza religiosa. Il suo essere un mistero di fronte agli occhi del fedele rispecchia in realtà tutto il velo di positività che risiede nel sacro, in quanto è come se si forgiasse – da parte del fedele – un sentimento di appartenenza nella dimensione del sacro. Tale appartenenza si traduce in un “sentimento” “sovraconcettuale” che porta il fedele a seguire quella dimensione in cui poter vivere una quella percezione cognitiva che si ha del fenomeno. Legata a questa caratteristica di mysterium, come poc’anzi accennavamo, Otto pone il tremendum. Quest’ultimo identifica il sentimento di paura di fronte a ciò che sta al di sopra, ciò che è l’extramondano. Un sentimento di paura che non è propriamente paura, poiché si tratta di un timore reverenziale che porta a “santificare nel cuore” (ibidem, 2011, p. 40) quella dimensione extramondana in cui il fedele crede e in cui si ritrova. Una santificazione che porta a normalizzare la dimensione sacra come un qualcosa di sovrastante e supremo che attraverso il timore, in un certo senso, si rispetta nella sua perfezione.

Questo aspetto del tremor si lega al mysterium producendo tutta la profondità del sentimento di appartenenza vissuto da un fedele all’interno della sua dimensione religiosa. Il tremor va inteso come un rapporto che il fedele intraprende con la dimensione sacra per via di una reale paura nei confronti di un qualcosa che è per un lato superiore e per un altro sconosciuto in quanto mysterium. All’interno della tematica del sacro delineata da Otto, per l’appunto, si innesta un concetto che rispecchia per molti versi il rapporto intimo di appartenenza del fedele nei confronti della propria religione, ovvero, quello di “agentività” o per meglio dire agency. L’agentività, che propriamente rispecchia il fatto di generare azioni specifiche indirizzare verso scopi ben precisi, diventa all’interno della tematica del sacro un qualcosa che chiarisce l’importanza del sentimento di appartenenza vissuto dal fedele. In questo aspetto possiamo vedere di delineare l’ultimo punto che, secondo Otto, contraddistingue il sacro: il fascinans. Quest’ultimo, che possiamo anche definire come “fascinazione” in quanto è in questo aspetto che si delinea la reale identità del rapporto tra il cosiddetto homo religiosus (che abbiamo definito fedele fino ad adesso) e la sua dimensione devozionale. Nel fascinans risiede il polo di attrazione di quelle masse (o anche soli individui come i pellegrini) che si ritrovano esaltate e desiderose di un rapporto con l’extramondano.

Questa sintetica analisi di alcuni aspetti, i salienti, della dimensione del sacro per come lo ha definito e strutturato Otto, non ha la pretesa di spiegare cosa sia il sacro in sé e il rapporto con il divino. Lungi da queste intenzioni, tale analisi, dunque, ha soltanto cercato di enfatizzare quanto sia alto il grado di irrazionalità che esiste alla base del rapporto di dipendenza del fedele nei confronti del proprio credo religioso. Quest’ultimo, in quanto tale, presuppone che vi siano tutti gli aspetti sopra affrontati in tale rapporto, affinchè vi sia attestata l’esistenza di un qualcosa di invisibile alla razionalità terrena, ma normalizzabile attraverso la fede e la devozione. La grande lezione di Rudolf Otto, dunque, risiede propriamente in questa definizione del sacro come un “a priori” indipendente dal tutto, che per essere scorto ed esperito richiede una grande disposizione da parte di chi decide di seguirlo e adorarlo.  

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