The OA: dentro i significati e i contenuti della celebre serie Netflix

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Una delle serie televisive più particolari, trasmesse negli ultimi anni, è senza dubbio quella intitolata con due vocali del nostro alfabeto: The OA, quasi una sorta di codice subliminale.

Al di là forse dell’esagerata indeterminatezza della trama, The OA offre numerosi spunti di riflessione che spaziano in diversi campi: dalla fantascienza alla psico-analisi, dal soprannaturale al religioso/teosofico. La serie, di matrice statunitense, ha debuttato nel dicembre del 2016, riscuotendo un ottimo successo di pubblico, tanto che ne è stata riproposta una seconda stagione nel 2017. La creazione e la produzione sono scaturite dall’ingegno di Brit Marling e di Zal Batmanglij (la prima è anche l’eccellente attrice protagonista).

Senza entrare nei dettagli, per chi volesse seguire la serie, anticipo che la trama è incentrata su una  giovane non vedente di origine russa, Prairie Johnson, adottata da una coppia americana. La giovane riemerge misteriosamente dal passato, dopo essere scomparsa per sette anni, mostrando strane cicatrici sulla schiena e riacquistando la vista. Prairie non vuole spiegare ai genitori e agli inquirenti dove sia stata per quel lungo tempo e nemmeno di come sia tornata nella sua città. Le sue azioni diventano sempre più bizzarre, destando preoccupazione e sconcerto nei genitori adottivi ed in tutte le persone a lei più vicine, fino alla decisione ancora più stramba di reclutare una squadra di cinque persone del suo quartiere (quattro ragazzi delle superiori ed una docente) alle quali racconta un’incredibile storia. Il gruppo creato da Prairie diventa protagonista di una straordinaria avventura, quando la giovane li coinvolge in un viaggio dimensionale allo scopo di salvare altre persone scomparse.

Trovo molto difficile definire il genere di appartenenza di OA, a causa dell’elevato e composito numero di elementi che contribuiscono alla sua configurazione.

Mi azzarderei a considerare OA un “racconto mystery dal contenuto drammatico”, anche se nel corso dell’evolversi della vicenda si susseguono, a tratti con troppa disinvoltura, scenari da spettacolo thriller, fantascientifico e fantasy, con immagini, comunque, di notevole impatto visivo.

La prima stagione, in particolare, sfida la pazienza e l’intuito dello spettatore, soffermandosi sui motivi che hanno determinato il cambiamento fisico e psichico della giovane, mettendo sempre in discussione la verosimiglianza delle sue affermazioni, in bilico tra un probabile disturbo mentale ed un ignoto, ma non impossibile, viaggio ultradimensionale. La seconda stagione accentua gli elementi fantastici, svolgendosi in parallelo in diversi contesti spazio-temporali che, se da un lato, cercano di attribuire compiutezza al timeline narrativo, dall’altro lo complicano arricchendolo di ingredienti un po’ troppo sovrabbondanti, destinati, con ragionevole certezza, ad essere sviluppati in una terza stagione poi non confermata dalla produzione.

Chiediamoci ora il perchè di un titolo così strano, OA.

Ad un certo punto della serie si scopre che la sigla sta per Original Angel, assimilato ed espresso dalla stessa protagonista, lasciando intendere che incarna uno spirito puro e, comunque, diverso dagli altri.

Non mancano, tuttavia, teorie alternative che ritengono il riferimeno “angelico” solo uno specchietto per le allodole, mentre la sigla vocalica nasconderebbe simbologie più arcane. E’ stato giustamente osservato che le lettere OA potrebbero in una retrospettiva storico-culturale abbastanza comune essere applicate all’alfa ed all’omega, la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco, utilizzate con frequenza nell’escatologia biblica.

Per altri sarebbe significativo l’articolo The che precede le due lettere, rendendo il titolo “The OA” e non semplicemente “OA”. Seguendo quest’interpretazione si dovrebbe guardare l’intera serie da una prospettiva ultra-terrena ed onirica.

Seguire una serie come OA richiede una certa concentrazione, poiché le scene si susseguono vertiginosamente e le diverse chiavi di lettura si sovrappongono creando un complesso puzzle difficile da ricomporre. Non si tratta sicuramente di uno spettacolo per coloro che richiedono soltanto contenuti razionali, basandosi su elementi irreali ed inspiegabili, ma non per questo impossibili. Del resto la stessa scienza moderna, sviluppando i principi della meccanica quantistica e proiettandoli negli ambiti personalistici e psicoanalitici, ammette che vi siano fenomeni a cui non siamo ancora in grado di dare una risposta.

Possiamo dire che la vera scienza verifica tutto ciò che, con la conoscenza attuale, è in grado di verificare ma, nello stesso tempo, non esclude che vi sia una zona grigia che i suoi strumenti non sono ancora capaci di analizzare.

Nella serie OA ci troviamo davanti alla possibilità che il nostro universo sia nella realtà un “multiverso” e che vi siano persone in grado di compiere viaggi ultradimensionali. La protagonista compie alcuni passaggi spazio-temporali con la conseguenza sconcertante che lo spettatore assiste a diverse versioni dell’esistenza della stessa, chiedendosi se le esperienze siano reali oppure derivino dal delirio psicotico della giovane. Senza anticipare l’esatto dipanarsi della vicenda, posso dire che la carta vincente della serie consiste proprio in questo dubbio costante che permane fino all’ultima scena della seconda serie che anzi, a mio avviso, lascia ancora più aperta ciascuna delle due soluzioni interpretative.

Ma quali sono le basi teoriche per ammettere l’esistenza del multiverso?

Si tratta, comunque, di una possibilità ammessa da numerosi fisici moderni, ma osteggiata da una certa frangia accademica conservatrice, influenzata in particolare dalla necessità di preservare i valori etici e religiosi tradizionali che potrebbero essere sconvolti, qualora si riconoscesse a ciascuna coscienza infinite possibilità.

Nell’ambito della fisica teorica, quando si parla di “multiverso”, in linea generale, ci si riferisce ad un’ipotesi che riconosce che vi siano altri universi coesistenti al di fuori del nostro spazio-tempo, denominati nel linguaggio comune “dimensioni parallele”.

In chiave moderna, il concetto di multiverso è stato postulato per la prima volta da Hugh Everett nel 1957, applicando alcuni principi della meccanica quantistica.

Di seguito, l’idea dell’esistenza del “multiverso” è stata portata avanti, come significativo completamento di alcune teorie scientifiche in via di elaborazione, come le famosa “teoria delle stringhe” oppure quella dell’ “inflazione caotica”.

Tuttavia, l’idea di una realtà molto più complicata di quella apparente risale addirittura agli “atomisti” greci che, alcuni secoli prima della nascita di Cristo, già parlavano di “pluralità di mondi”. Del resto al pensiero razionalista greco siamo debitori dell’elaborazione dei principi “d’identità” e di non “contraddizione” (precisamente a Parmenide di Elea, l’attuale Ascea): un tavolo non posso pensarlo come sedia, ma posso pensare ad un asino che vola. Nel primo caso si tratta di un “ente” impossibile, nel secondo caso di un “ente” inesistente, perchè nessuno ha mai osservato una asino che possa volare, ma non impossibile, in quanto non si può escludere del tutto l’evenienza che una “futura chimera genetica” attribuisca a quell’animale la funzione di volare. Pertanto, tutto ciò che è concepibile dal pensiero umano è “teoricamente possibile”, anche se non “effettivamente esistente”.

Il pensiero degli atomisti greci fu rivalutato ed adattato alle esigenze dell’epistemologia moderna con le scoperte copernicane sulla reale estensione dell’universo, al cui interno graviterebbero miliardi di miliardi di galassie.

Il vero e proprio antesignano dell’odierna concezione del multiverso, declinando insieme elementi appartenenti al sistema filosofico ed a quello scientifico, fu il grande Giordano Bruno, condannato ad una morte atroce (sul rogo) dalla Chiesa Cattolica.

La posizione della comunità scientifica sulla teoria del multiverso non è affatto univoca, tanto è vero che la maggior parte degli esponenti la colloca tra le cosiddette discipline “di confine”, anche se fra i sostenitori di alcuni modelli della pluralità di dimensioni vi sono illustri studiosi come Stephen Hawking e Brian Greene.

Di particolare interesse è l’ipotesi avanzata da Hawking, secondo il quale la realtà sarebbe composta da molteplici universi di numero, però, limitato ed abbastanza simili fra loro, capovolgendo del tutto le concezioni su una presunta infinità della struttura cosmica immaginata fin dall’inizio dell’età moderna. In uno dei suoi ultimi articoli, Smooth Exit from Eternal Inflation? (una facile via d’uscita dall’eterna inflazione?), pubblicato nel 2018 sul Journal of High Energy Physics, Hawking propone un multiverso alternativo, formato da un numero circoscritto di universi possibili.

La concezione dell’ “eterna inflazione”, cui si oppone Hawking, ritiene il multiverso generato da una sorta di “schiuma”, le cui bolle sarebbero i singoli universi.

Alcuni di questi, come il nostro, si espanderebbero normalmente, mentre altri procederebbero ad evolversi “in eterno”, producendo altre bolle e, di conseguenza, altri universi. Si tratterebbe di un multiverso non generato da un unico Big Bang, ma da infinite esplosioni, ciascuna delle quali provocata da un universo preesistente.

Qualche studioso ha paragonato il processo “dell’eterna inflazione” ad un albero senza fine di universi che generano altri universi.

Al di là delle speculazioni teoretiche, dal punto di vista pratico, secondo la meccanica quantistica, ognuno di noi potrebbe avere diverse copie di sé stesso in dimensioni parallele, ma ciascun mondo sarebbe un “fantasma” per l’altro, in quanto invisibile ed impercettibile. Queste nette separazioni potrebbero essere superate solo in particolari situazioni di tempo e di spazio, i cosiddetti “portali”, o consentite a soggetti dotati di poteri paranormali, come accade alla stravagante protagonista di OA.

Seguendo tale interpretazione, quello che noi chiamiamo “caso” non avrebbe più senso, perchè tutto ciò che può verficarsi, avviene effettivamente nell’insieme di tutti i mondi possibili. L’idea che gli eventi siano imprevedibili deriverebbe da una nostra illusoria sensazione, limitata dall’osservazione di quello che avviene soltanto nell’universo che stiamo occupando. Nelle dimensioni parallele esisterebbero innumerevoli copie di noi stessi, identiche ma con qualche minima differenza.

Ciò comporterebbe, perfino, la nostra immortalità, in quanto la nostra fine si verificherebbe solo in alcuni universi, mentre in altri continueremmo a vivere.

Così in OA assistiamo a molteplici versioni della vita della protagonista, dove lei è sempre uguale a sé stessa, ma in un contesto diverso, determinato da scelte e da eventi contingenti.

Riconoscere la possibilità dell’esistenza del multiverso avrebbe un effetto sconvolgente su uno dei più grandi dilemmi delle gnoseologia tradizionale: la contrapposizione apparentemente inconciliabile tra determinismo e casualità.

La serie OA propone l’ulteriore tematica dei viaggi extracorporei, chiamati anche “astrali”. Queste presunte esperienze ricorrono, almeno nelle narrazioni, abbastanza frequentemente, al punto che una persona su dieci afferma di essere “uscita” dal proprio corpo fisico, guardandosi dall’alto o, comunque, da un’altra angolazione.

La sigla parascientifica con cui sono conosciute tali esperienze è OBE (dall’espressione inglese out of body experience). Le prime tracce di esse risalgono ai racconti delle antiche società sciamaniche, nelle quali era diffuso un tipo di pensiero etico-religioso denso di elementi tribali, magici ed animisti. OA riprende alcuni rituali praticati dai saggi-guaritori-sciamanici che si servivano di danze e di determinate sostanze psicotrope, per riuscire ad entrare in contatto con dimensioni ultra-terrene in uno stato di trance o di estasi. Nella serie, infatti, la protagonista e gli amici, rigorosamente nel numero di cinque, compiono una forma di  movimenti ritmati e sincronici, a tratti originali e grotteschi, quando cercano di catapultarsi in un’altra dimensione, per guarire un compagno ferito o perfino per riportarlo in vita.

Il viaggio astrale ha delle caratteristiche diverse rispetto alla cosiddetta “medianità”, il fenomeno secondo il quale le anime dei defunti entrerebbero in una persona allo scopo di comunicare con il mondo dei vivi. Nel viaggio astrale, invece, è lo stesso soggetto che si avvicina alle entità sovrannaturali o situate in altri dimensioni formando con esse una specie di unione mistica.

Nel mondo occidentale vi sono state numerose dottrine riguardanti “il viaggio dell’anima”, soprattutto nell’alveo di quelle scuole iniziatiche dove si affermava la superiorità dello spirito rispetto al corpo, implicando la necessaria esistenza di dimensioni alternative, invisibili ed ultraterrene. In particolare, basta approfondire la mitologia egizia per individuare le tracce di “viaggi astrali” dell’anima compiuti attraverso la simbologia del ricco e significativo pantheon di quel glorioso popolo.

In ambiente ellenico, in materia di esperienze extracorporee, sono illuminanti le dottrine dei Pitagorici, di Platone e dei Neoplaonici che, per certi aspetti, pur con profonde diversità,  risultano somiglianti alle narrazioni filosofico-religiose orientali, come il Buddismo e l’Induismo. Se diamo uno sguardo al pensiero giudaico-cristiano, gli episodi visionari/onirici delle esperienze extracorporee si moltiplicano, fino a costituire uno dei capisaldi della stessa fede religiosa di appartenenza, seppure da considerare in chiave salvifica/escatologica: nel libro della Genesi memorabile è la visione di Giacobbe  che descrive una scala che univa la Terra ed il Cielo; la resurrezione di Lazzaro narrata nei Vangeli, al di là della sua importanza simbolica come schema prefigurante la resurrezione di Cristo, è stata indicata da alcuni studiosi come uno dei rari casi di morte apparente, al punto che la scienza attuale ammette, con alcune riserve, l’esistenza della cosiddetta “sindrome di Lazzaro”; la stessa resurrezione di Gesù Cristo, fulcro della fede della religione cristiana, è considerata dagli gnostici una metafora del viaggio astrale dell’anima; l’intero libro dell’Apocalisse di Giovanni di Patmos rappresenterebbe un compendio di voli compiuti fuori dal corpo fisico dell’autore, ovviamente con le opportune cautele interpretative dovute al chiaro linguaggio simbolico ed ermetico.

Nel Medio-evo ed in epoca moderna numerosi sono stati i religiosi e le religiose che hanno raccontato le proprie esperienze mistiche, come Ildegarda di Bingen, Giovanni della Croce e Teresa d’Avila. Un nuovo impulso per approfondire la natura delle esperienze extracorporee si ebbe nel XIX secolo, quando in Europa si diffusero i movimenti occultisti e spiritisti, fino alla fondazione di vere e proprie società teosofiche che credevano nella possibilità di accedere alla memoria collettiva del mondo, denominata “cronaca dell’akasha”, mediante viaggi o proiezioni astrali.

Il problema più grande è riuscire a distinguere le “esperienze extracorporee” dai “sogni”. Secondo alcuni studiosi, si potrebbe riuscire a trasferire la propria coscienza fuori dal corpo fisico, permettendo al soggetto di concepire “sogni lucidi” e realizzando quel particolare fenomeno chiamato “onironautica”. In questi casi l’individuo sarebbe capace di rimanere sveglio, mentre dorme, con la possibilità addirittura di modificare i propri sogni in maniera pressochè consapevole. Durante i sogni lucidi, la persona avrebbe la sensazione di trovarsi in una diversa dimensione spazio-temporale, differente da quella consueta e definibile quasi una “dimensione parallela”.

Ed ecco che, in questa ottica, la serie OA può essere apprezzata anche dai più scettici e razionalisti. In più, è ormai accertato che in ambito psichiatrico si riconoscono alcuni disturbi della coscienza, a cui si dà la definizione complessiva di “depersonalizzazione”, che potrebbero derivare da particolari situazioni traumatiche o da peculiari alterazioni organiche. A parte casi di “sonno ipnoagogico”, cioè nelle fasi immediatamente precedenti al risveglio ed al momento di addormentarsi, di “crisi epilettiche” o di utilizzo di “sostanze stupefacenti o psicotrope”, alla base delle OBE (out body experiences) vi potrebbero essere vere e proprie patologie psichiatriche, come la “psicosi acuta” o la “multipersonalità”.

Seguendo questa strada, quello che si osserva negli stati di alterazione mentale sarebbe la conseguenza di una accentuata e temporanea iperattività del cervello che porterebbe il soggetto nella condizione illusoria di vivere in un’altra dimensione.

Pairie, la protagonista di OA è davvero un Original Angel, cioè uno spirito puro, che viaggia in altre dimensioni, trovandosi di fronte ad altre copie di sé stessa con ulteriori possibilità di esistenza? ( per la definizione di “angelo” soprattutto in chiave moderna e new age rimando al mio articolo…..). Oppure Pairie, dopo aver subìto un violento trauma o per una condizione organica congenita, è imprigionata nelle visioni prodotte dalla sua stessa mente? Ogni spettatore potrà decidere a seconda della propria sensibilità, in considerazione di un finale della seconda stagione del tutto aperto ed, a mio avviso, suggestivo, forse realizzato come preludio di una possibile terza stagione.

Sia nel primo che nel secondo caso, la tematica rimane notevolmente affascinante ed intrigante.

La nostra mente, infatti, è un universo a parte, specchio metafisico di una realtà esterna apparente ed illusoria.

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