Le groupies: chi sono e cosa hanno significato nel mondo del rock

La storia del rock probabilmente non sarebbe la stessa senza le groupies, queste figure quasi mitologiche, che hanno segnato un’era, un po’ geishe, un po’muse, un po’ donne emancipate, un po’ cenerentole.

Ma al di là dell’immaginario che ruota attorno a quello che è divenuto un vero e proprio fenomeno sociale e di costume e al mondo che esso si porta dietro, cosa significa esattamente essere una groupie? Chi sono queste ragazze capaci di essere sempre al posto giusto al momento giusto e di essere qualsiasi cosa? Non sono solo amanti, infatti, le groupies, ma anche amiche, confidenti privilegiate, detentrici di segreti inconfessabili, sostenitrici, un po’ madri ed anche un po’ fidanzate, a volte.

La storia comincia a cavallo tra i selvaggi anni ’60 e ’70, in quello che è stato il periodo d’oro del rock, ma anche delle grandi battaglie per l’emancipazione della donna, delle rivoluzioni sociali, delle lotte per la libertà sessuale, dell’anticonformismo e della trasgressione. Sex, drugs and rock’n’roll, lo slogan per antonomasia di quegli anni, corrispondeva ad un effettivo stile di vita, era quasi una trinità cui votarsi nella nascente religione edonistica ed autodistruttiva in cui le divinità erano quelle tutte moderne della controcultura giovanile, ed è stato nel caotico fermento di tutto questo che sono nate le groupies.

In quegli anni, è noto, il rock era al massimo fulgore e qualsiasi ragazza avrebbe dato qualsiasi cosa per avvicinare la rockstar dei suoi sogni. Le groupies, tra queste ragazze, erano le più determinate e forse le più ambiziose e quello stile di vita volevano abbracciarlo in pieno e condividerlo. Così, con questo sguardo ampio, bisogna guardare al fenomeno, che rispondeva a tempi in cui la musica, il rock in particolare, nella stragrande maggioranza delle sue declinazioni, era specchio della ribellione sociale, di un ambito ideale di libertà, dei movimenti della controcultura, dell’emancipazione da un certo tipo di convenzioni ritenute borghesi, era una musica di protesta che vomitava al mondo la rabbia che quel mondo stesso procurava, era “contro”, ed essere contro significava a prescindere volersi emancipare dal sistema dominante, era espressione di un mondo sotterraneo, scandaloso, trasgressivo e senza regole del quale queste ragazze volevano fare parte. Di questo mondo chiaramente i musicisti erano le divinità assolute tanto che, come lo stesso Lennon ebbe a dire dei Beatles, ma vale quasi per tutti, all’epoca erano “più famosi di Gesù”.

È così che sono nate queste ragazze divenute iconiche. Perché i musicisti ai loro occhi erano belli e dannati e sì, ne subivano il fascino, ma anche perché erano animate dallo spirito libero dell’epoca, ed anche perché la musica, il rock soprattutto, ha in sé qualcosa di profondamente viscerale e sessuale. Le groupies volevano arrivare all’Olimpo e per farlo erano disposte quasi a tutto. La meta era l’ambito backstage e per accedervi era necessario prendere contatti, passare per roadie,  assistenti, manager, scoprire i locali giusti, gli alberghi, era un gioco e tutto questo retroscena faceva parte del divertimento. Vincere non era facile, ma per chi ci riusciva era terribilmente appagante.

Tutto questo accadeva tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra per poi diffondersi in Italia nel ventennio successivo. Certe ragazze, per ragioni misteriose, sbaragliavano la concorrenza ed alcune tra loro iniziavano dei rapporti confusi con i musicisti, rapporti della cui peculiare natura è difficile dire. Si inizia così a delineare l’immagine delle groupies, ragazze che dalle loro camerette con i poster delle band alle pareti, si ritrovavano, quasi senza rendersi conto di come fosse accaduto, a seguire quelle stesse band in tour, abbracciando in pieno l’ideale di vita on the road che tanto le affascinava e divenendo di fatto parte dell’entourage.  

In tour le groupies facevano di tutto a seconda delle esigenze: potevano andare a comprare la droga come improvvisarsi coriste, occuparsi di questioni organizzative come consolare i musicisti per una performance mal riuscita, della natura sui generis del rapporto si è detto. E così, queste donne modernissime ed emancipate si ritrovavano spesso nel ruolo di devote crocerossine ad aver a che fare con sbalzi d’umore, crisi d’astinenza o scatti d’ira. Ma i chiaroscuri fanno parte della vita. Crocerossine anche a volte, è vero, ma pur sempre nei migliori alberghi e con le band più in voga del momento.

In realtà, seppur ci sono storie di groupies minorenni ed episodi di violenza, come sempre, non bisogna generalizzare, né lasciarsi influenzare da una certa cultura maschilista che le immagina fragili vittime di un universo maschile che le sopraffà, sarebbe infatti tanto facile quanto superficiale vedere in queste ragazze delle geishe in moderni abiti occidentali, disposte a tutto pur di assecondare i volubili desideri della rockstar di turno, quasi delle novelle Cenerentola che figlie del proprio tempo sognano i rocker come le loro nonne sognavano il principe azzurro, e forse sa un po’ di favola moderna immaginarle sentirsi sussurrare all’orecchio canzoni scritte apposta per loro dalle stesse voci che ascoltavano nei dischi, ma la realtà non era esattamente questa perché nella maggior parte dei casi le groupies erano donne decisamente consapevoli e dallo spirito disinibito che facevano una scelta profondamente femminista.

Le groupies del resto cambiavano band con la stessa disinvoltura con cui i musicisti cambiavano le ragazze, e non perché fossero intercambiabili, ma perché una volta iniziato, tutto diveniva possibile e nessuna avrebbe mai rinunciato. Accadeva infatti, ed accade tutt’ora, che per quanto sembri un sogno irraggiungibile arrivare al musicista dei propri sogni, nel momento in cui questo accade, si dischiude un mondo, per cui, per una serie di fortuite e favorevoli circostanze, l’accesso agli altri backstage diviene una strada quasi spianata in partenza. E difatti i nomi delle prime e famosissime groupies sono strettamente intrecciati a quasi tutti quelli delle band del tempo, tanto da non riuscire a discernere.

Eppure una cosa è evidente: l’immaginario del rock sarebbe senz’altro diverso senza le leggendarie figure di Pamela des Barres, Bebe Buell, Jenny Fabian, Anita Pallenberg, “il sesto dei Rolling Stones”, come lei stessa si definiva, senza figure carismatiche come quelle di Nico e Marianne Faitfhfull o chiacchierate come Courtney Love, che in quello stesso mondo hanno poi costruito le proprie carriere, senza Cynthia Plaster Caster che ha fatto del suo essere una groupie il fulcro del suo lavoro come artista, ma anche senza la tragica storia di Nancy Spungen, il cui omicidio resta tutt’ora irrisolto, o senza storie incredibili come quella di Angie Bowie, che non solo ha sposato Bowie ed ha contribuito, pare, alla costruzione dell’immagine androgina dell’artista, ma alla quale, secondo la leggenda, è dedicata la celeberrima Angie dei Rolling Stones.

Di canzoni dedicate alle groupies, del resto, la storia è piena; per i rocker, alla perenne ricerca di emozioni, ispirazione, stimoli, esse erano delle vere e proprie muse. Ma al di là dei nomi passati alla storia, le groupies erano e sono ragazze normali, che giocano a fare le regine dei backstage, ma che fuori dal gioco conducono vite normali, non sarebbe allo stesso modo entusiasmante se divenisse tutto quotidiano, non sarebbe eccitante trascorrere giorni su giorni d’ozio e altri interi di crisi di nervi per un momento di estasi. È invece eccitante perché è schizofrenico, perché è un momento in cui lo straordinario irrompe nell’ordinario, perché permette di giocare col fascino del limite assumendosene il rischio, perché catapulta in un mondo in cui anche se solo per un attimo si può essere tutto ciò che si vuole.

Dietro la patina del glam però, ci sono sempre delle ombre, il mondo “dietro le quinte” è irrimediabilmente diverso da come appare dall’altro lato, eppure proprio perché è dietro, nascosto ed irraggiungibile, attrae.  E nessuno come le groupies lo ha vissuto fino in fondo e ne è testimone privilegiato, in tutto suo il fascino e la decadenza, gli scintillii e le ferite grondanti. Le groupies conoscono l’uomo dietro l’artista come nessun altro, la persona dietro il personaggio, e fuori dal palco non sempre è tutto così splendente. Essere una groupie significa esserci quando si spengono le luci della ribalta e si accendono quelle flebili dei camerini in cui i musicisti non sono più così immortali e maledetti, ma si trasformano in creature fragili e vulnerabili che affidano alle groupies i loro segreti e paure più intime, che piangono sul loro ventre come bambini e che affidano a queste ragazze il potere di salvarli da se stessi, dal male di vivere, da esistenze confuse; essere una groupie significa toccare con mano il crepuscolo degli idoli eppure riuscire a intravederli ancora quegli idoli, essere capaci di farli sopravvivere a loro stessi, significa qualcosa di confuso e nebuloso tra feste, locali, alberghi di lusso, notti senza fine, turbini emotivi, sogni infranti, ferite aperte e la miglior colonna sonora possibile.

Alle groupies piacciono i musicisti, d’accordo, il mondo che gira loro attorno, la possibilità di arrivare dove non avrebbero pensato di poter arrivare, ma i musicisti hanno bisogno delle groupies, nelle notti insonni, nei momenti di crisi dell’ispirazione, quando vacillano ed hanno bisogno di qualcuno con cui dimettere i panni da rocker per essere semplicemente se stessi, nel caos delle loro vite e nella solitudine che si portano dentro nonostante le migliaia di persone attorno; c’è qualcosa di delicato e violento allo stesso tempo, qualcosa di profondamente intenso e vivo, di decadente e fugace, di evanescente ed eterno, qualcosa di fragile e furibondo ed ha una sua poesia, maledetta, oscura, inquieta, spesso dissonante, ma pur sempre poetica. In questa confusa congerie di situazioni, sentimenti, emozioni, stati d’animo, viaggi, chiaroscuri, litigi, canzoni, promiscuità, urla, giorni che sembrano notti e notti che sembrano giorni, camere piene di fumo, testi e melodie scritti di getto, deliri, concerti che vanno bene e concerti che vanno male, valigie disfatte, passione, picchi d’entusiasmo, sesso, tenerezza, intimità, violenza, sconforti, sorrisi, luci, buio, approdi e ritrovi, confessioni, desiderio, sguardi, attimi d’eterno, droga, personalità disturbate, alcool, eccessi e autodistruzione è difficile raccapezzarsi. È tutta estetica, verrebbe da pensare. Forse, ma da un certo punto di vista non lo è tutto, in fondo?

E così ci sono ancora le file fuori dai camerini e le corse alle transenne e ci sono ancora le hall degli alberghi e le sale d’incisione con le fans in attesa e con ogni probabilità tutto questo sopravvivrà alla ultradecantata morte del rock, perché ha strettamente a che fare con la vita e dunque con la morte, col desiderio, con la musica che è capace di creare immaginari e rendere tutto meravigliosamente attraente. È il rutilante mondo del rock, dove niente sembra vero fino in fondo, eppure quasi tutto appare possibile; non c’è molto da capire, si può solo scegliere di starne ai margini e subirne il fascino oppure affondarci dentro, sentire come pullula e rotolare.

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