Kaspar Hauser: la storia del ‘fanciullo d’Europa’ che ispirò Herzog

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“Non sentite ovunque queste gride di terrore che normalmente chiamano silenzio?”

«Verità estatica», come il regista bavarese Werner Herzog ha sempre definito l’oggetto della propria ricerca, è ciò che sta al di là della distinzione fra fatto e verità. L’occhio cinematografico, come lo sguardo poetico, sarebbe in grado di indagare al di là sia dell’apparenza sensibile, sia della stilizzazione oggettiva e scientifica del dato. Lo sconvolgente mistero della natura, le personalità fuori dai canoni, le insenature più nascoste dell’Universo spaziale e temporale sono temi centrali dell’opera del cineasta tedesco. «Cineasta» non è qui termine neutro: Herzog abbatte la distinzione fra documentario e fiction, producendo un cinema totale la cui urgenza è attraversare, come un viaggiatore, la verità estatica. Quelli di Herzog, più che film, sono pellegrinaggi: non conta poi che avvengano a bordo di una nave come il folle protagonista di Fitzcarraldo (1982), coi ramponi e le piccozze di Grido di pietra (1991) o semplicemente a piedi, come lo stesso Herzog percorse la distanza fra Monaco e Parigi, nel 1974, per incontrare l’amica Lotte Eisner, che si temeva in fin di vita.

Nella vastissima filmografia di Herzog, vi è un film in particolare che ben racchiude tutti questi temi, dall’abbattimento di confini cinematografici alla personalità borderline, dalla ricerca di verità prelogiche all’idea di un’Europa tanto vasta quanto continua, tanto composita quanto percorribile nell’arco di una vita umana. Si intitola L’enigma di Kaspar Hauser (1974) e deriva parte del proprio fascino, oltre che dall’indubbia qualità lirica della regia, dal soggetto: una vicenda realmente accaduta che rappresenta, tutt’oggi, uno dei più affascinanti misteri d’Europa.

La storia di Kaspar Hauser

La nostra storia prende avvio nel 1828 a Norimberga, centro cittadino situato in Baviera che da qualche anno sta rinascendo esponenzialmente sotto il profilo economico e culturale. Il XIX secolo per l’Europa si apre in anticipo, nel 1789 a Parigi, con la Rivoluzione francese che, tra le varie missioni storiche, vuole trasporre sul piano pratico il pensiero ottimista dei filosofi illuministi, e si chiude nel 1889 a Torino, dove un filosofo prossimo alla follia, tale Friedrich Nietzsche, abbraccia in lacrime un cavallo maltrattato dal proprio vetturino. In cento anni si è passati, come negli scacchi, dal Re al cavallo: in mezzo, l’Europa è davvero una scacchiera di interessi geopolitici, fermenti culturali e inquietudini nascenti. Di tutto questo sembra però ignaro il giovane dall’aria spiritata che compare, quasi dal nulla, in una piazza di Norimberga il 28 maggio 1828.

Ha forse meno di diciott’anni, i capelli scarmigliati e gli occhi costantemente sgranati. A colpire chi lo rinviene, del ragazzo, non è però tanto l’aspetto sconvolto e selvatico: sono i suoi modi di fare. Sensibile agli stimoli sensoriali quasi fosse una bestia impaurita dai suoni, incapace di relazionarsi agli oggetti e ai modi della civiltà, soprattutto affetto da una particolare forma di afasia: «Kaspar Hauser», che si deduce essere il suo nome, è l’unica espressione complessa che gli riesca. Man mano emergono altri dettagli sulle sue caratteristiche congitive: Kaspar non percepisce la tridimensionalità ma è in grado di vedere perfettamente al buio, quasi avesse passato la propria vita nella mitica caverna di Platone. Si può solo immaginare che suggestioni potesse provocare questo particolare a certi dotti tedeschi, da sempre imbevuti di classicismo e platonismo idealista: l’Ottocento è peraltro il secolo di Friedrich Hegel, colui che vede lo Spirito della storia in azione, e soprattutto lo vede incarnarsi nella perfezione granitica dello Stato prussiano.

#Il nostro Kaspar sembra proprio contraddire l’avanzata di questo Spirito, quasi venisse da un’altra epoca. Eppure, forse vista l’indole gentile, il ragazzo è tutt’altro che emarginato: a prenderlo in cura è il professore locale Georg Friedrich Daumer, che lo introduce allo studio prima dei fondamenti di linguaggio, e poi delle arti e del comportamento. Kaspar sembra attratto più dalla musica, che percepisce con piacere fisiologico, che da materie astratte quali la teologia. Tuttavia impara ben presto a parlare e scrivere e grazie a ciò fornisce qualche particolare sulla propria vita precedente. La cui matassa, invece che districarsi, si aggroviglia ancora di più: come ipotizzato, Kaspar aveva trascorso l’infanzia incatenato in una cella buia, senza contatti con l’esterno. Unica presenza, un anonimo signore che veniva a nutrirlo, pulirlo e, talvolta, malmenarlo.

Dopo meno di due anni, Kaspar è vittima di un attentato di mano ignota. Ciò contribuisce a infittire il mistero e ad accelerare il distacco da Daumer. Se davvero esiste qualche oscura trama alle spalle del giovane, tanto è meglio per lui spostarsi di salotto in salotto, di corte in corte. Quell’Europa continentale della musica da camera, dei ricchi mecenati e dei dotti letterati lo accoglie davvero come un trovatello: in lui vi è tanto la purezza di un essere adamitico, quanto la buffoneria di un fenomeno da circo. Il suo destino, però, non cessa di essere legato a doppio filo con il mistero: il 14 dicembre 1833 Kaspar viene trovato in fin di vita, per ferite da pugnale, in un parco di Ansbach in Baviera. Muore tre giorni dopo portandosi, come sempre accade in ogni storia di mistero, il proprio segreto nella tomba. Impostore per alcuni, semplice disadattato per altri, rampollo nobiliare disconosciuto e allevato nel recinto di missioni esoteriche e massoniche per altri ancora. Poco risolvono queste ipotesi, dinanzi all’ennesimo enigma, quello delle ultime parole di Kaspar prima di spirare: «Il mostro è diventato troppo grande per me».

Analisi del film

Quale che sia la verità dietro alla vicenda appena raccontata, è certo che Kaspar Hauser abbia rappresentato, in quella scacchiera geometrica e strategica dell’Europa ottocentesca, una pedina impazzita, capace di scompaginare regole date ormai per certe. Herzog, a metà degli anni Settanta, è un regista poco più che trentenne che però ha già firmato Aguirre, furore di Dio (1972) con Klaus Kinski, uno dei suoi capolavori e fra i capisaldi della rinascita del cinema tedesco. Quasi come Cuore di Tenebra (1899) di Joseph Conrad, è la storia di una traversata fluviale verso gli abissi della follia umana devastata dalla sete di potere. Il protagonista eponimo, Aguirre, ha le movenze di un selvaggio e una tremenda brama di conquista: è uno di quei personaggi archetipici, primordiali, quasi fosse la tigre di un celebre componimento di William Blake.

La lirica della tigre, della raccolta Songs of innocence and experience (1794) ha come contraltare una poesia dedicata all’agnellino: tanto bestiale e infuocata l’una, quanto innocente, inesperto del mondo e docile l’altro. Herzog sembra davvero percorrere a ritroso i passi di Blake, e passare dalla tigre all’agnello: subito successivo ad Aguirre, il Kaspar Hauser di Herzog è un essere caduto dall’Eden, che si emoziona ascoltando la musica e si relaziona, con impacciato candore, alle coeve gran dame tedesche. È un essere incivile in un modo del tutto opposto al demone impersonato da Kinski. A dargli volto e voce è Bruno Schleinstein, attore non professionista e dalla biografia che di per sé sembra tratta da un film di Herzog: il regista lo rivorrà come protagonista, due anni dopo, de La ballata di Stroszek, nei panni di un emarginato in chiave contemporanea.

Il film segue, con relativa fedeltà, la vicenda storica di Kaspar Hauser dalla fine della prigionia alla morte. Herzog insiste sul candore e la spontaneità del giovane e non risparmia ironia nei confronti della società che, accogliendolo, cerca di capirne l’enigma coi propri termini razionali. Indicativa è la sequenza finale dell’autopsia di Hauser, dalla quale le autorità evincono che il ragazzo fosse effettivamente affetto da una forma di ritardo mentale e liquidano così, con la schietta e brutale oggettività di un referto medico, un mistero durato cinque anni. Un quinquennio in cui, mostra Herzog, Hauser ha sconvolto i benpensanti continentali: itinerante ed esposto ai ricevimenti come un animale esotico, il ragazzo viene osservato con curiosità e divertito timore da un’Europa il cui cuore di tenebra, nel giro di un secolo, esploderà in tragici risultati le cui ferite sono tuttora aperte.

L’enigma di Kaspar Hauser ha le caratteristiche più rappresentative del cinema di Herzog, dai ritmi lenti e contemplativi alla splendida fotografia capace di calare lo spettatore nella Baviera del XIX secolo. A innervare il film è il conflitto fra le verità dei sapienti e quelle rappresentate da questa creatura curiosa che, prima ancora di attraversare l’Europa, ne attraversa la civiltà, la Storia, la cultura. Non è la soluzione del mistero ciò che interessa ad Herzog, ma che tale mistero ci sia e permanga. Altri, dalla bizzarra vicenda di Kaspar Hauser, avrebbero potuto trarre un film pedagogico, un nuovo Ragazzo selvaggio di François Truffaut (uscito peraltro quattro anno prima): Herzog invece ne fa una parabola sull’insondabile verità delle cose, cui non la scienza o il linguaggio, ma solo il cinema e la poesia possono avvicinarsi.

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