L’ultima parola: Bryan Cranston, Dalton Trumbo ed il Maccartismo

Questo articolo racconta il film Trumbo di Jay Roach in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

L’inquisizione spagnola fu un evento aberrante non solo per la nazione che la concepì, ma per l’Europa intera. Del resto, anche se si parla del Quindicesimo secolo e probabilmente nacque e si propagò per meri interessi economici, in varie forme si ripeté anche nei secoli successivi. Essa non riservò soltanto tribolazioni ad ebrei e mussulmani, ma anche ad illuministi ed addirittura colpì severamente il sesso femminile con l’etichetta di “stregoneria”impressa ad ogni donna che non si conformasse ai dettami dell’epoca.

Se l’Europa ha fatto i conti con queste sue follie dovute anche a secoli in cui mancavano le conoscenze necessarie, la “progene europea oltre l’atlantico” si è sbizzarrita anche dopo il Secondo conflitto mondiale del Novecento, frutto probabilmente del terrore che avevano ed hanno i nord americani per la condivisione. Il Maccartismo, figlio del senatore repubblicano Joseph McCarthy, che secondo molti storici del suo stesso Paese perpetrò il sentimento antisovietico e anticomunista semplicemente per aiutare la sua carriera politica (anche questo ha fatto scuola a vedere i politici attuali), creò un vero e proprio clima di terrore nella Nazione, dove si arrivava a denunciare anche il proprio vicino di casa per impressioni o congetture.

Diverso tempo dopo il cinema se ne occupò a larghe braccia, anche perché insieme al resto della cultura, era stato colpito duramente, causando perdite di grandi talenti artistici. È sempre doveroso ricordare che a capo della commissione “anticomunista” per il ramo Hollywoodiano cinematografico c’era un certo John Wayne, quello che in pellicola era sterminatore di indiani, perché chiaramente i cattivi erano loro, mica diverse etnie europee che si erano impadronite dei loro territori rilegandoli a piacimento nei territori più grami e sperduti. Tra l’altro quest’ultimo, tanto coraggioso e sprezzante del pericolo in quei bei film in bianco e nero o impastati nei primi Technicolor, indovinate dov’era durante la Seconda guerra mondiale? Sul fronte occidentale a combattere con i suoi compatrioti? Macché, girava film al calduccio della California. Come sempre qualcuno nelle alte sfere, anche allora possedeva un grande senso dell’umorismo.

Di questa brutta parentesi avvenuta negli anni Cinquanta in America, uno dei più colpiti nel cinema fu certamente lo sceneggiatore Dalton Trumbo. Purtroppo, le sue simpatie per il socialismo applicato gli costarono una vera e propria epurazione dal mainstream nazionale, rischiando di ridurlo sul lastrico. Lui che fino a pochi giorni prima lavorava per tutte le più grandi case di produzione americane (Warner Bros, MGM & Columbia), venne catapultato ben presto oltre che al pubblico ludibrio anche in prigione, con undici mesi da scontare per “attività antiamericane”.

Tutte queste vicissitudini avrebbero distrutto la vita di molti, ma non la sua. Trumbo infatti uscito di prigione ricominciò a scrivere in modo forsennato, inoltre essendo apertamente schierato per i diritti civili, riuscì alla fine anche ad eliminare con l’aiuto di amici ed attivisti “la lista nera” dove venivano appuntati tutti i suoi colleghi considerati sovversivi. Il creativo rappresentò una delle poche mosche bianche in un Paese malato di individualismo, questo perché nonostante le difficoltà e gli anni in appannaggio, aiutò anche gli amici che non si erano sottomessi ad un processo farsa. Riscoprendo e caldeggiando quella tanto romantica idea di spartizione e difesa ad oltranza delle proprie idee.

In quel periodo lavorò sotto pseudonimo, contribuendo in modo determinate alla storia del cinema, con opere del calibro di Vacanze romane, La più grande corrida, Spartacus ed Exodus. Tra l’altro nella pellicola è decisamente simpatico il confronto per accaparrarsi Trumbo tra Kirk Douglas e Otto Preminger (alla fine lo sceneggiatore lavorerà per entrambi, firmando le due sceneggiature a suo nome). Il regista statunitense Jay Roach, che sino a quest’opera non aveva lavorato per un certo cinema impegnato, questa volta riesce ad esprimere un cinema sincero, molto concentrato sulla sfera intima dello sceneggiatore, grazie anche alla sceneggiatura di John McNamara che trae linfa dal libro di Bruce Cook L’ultima parola. La vera storia di Dalton Trumbo.

Il ruolo da protagonista viene riservato a quel Bryan Cranston, perfetto anche solo nel fumare la sigaretta nei panni del creativo. Completano il cast le sempre perfette Diane Lane, nel ruolo della consorte ed Helen Mirren, insolitamente malvagia ma piacevolissima nei panni di Hedda Hopper, attrice e giornalista dell’epoca, senza dimenticare il monumentale John Goodman alle prese con un ruolo da produttore decisamente lascivo nei contenuti. A dieci anni dal sorprendente film di Clooney Good Night, and Good Luck ed a diversi decenni di distanza da Il prestanome di Martin Ritt, dove brillò solo da attore un Woody Allen in piena ascesa, si riesce a respirare comunque un’aria meno pesante nella pellicola, anche grazie al modus operandi del regista che affronta in modo differente gli aspetti più infidi della coercizione governativa statunitense.

La pellicola certamente poteva essere approfondita di più, infatti porta all’attivo solo qualche candidatura all’Oscar. Ma rappresenta comunque un lavoro valido per comprendere almeno nella sua superficie cosa hanno rappresentato le smanie di pochi per molte brave persone che reclamavano solo il loro sacrosanto diritto d’opinione, molto spesso dimenticato da un Paese a senso unico che si perde nei meandri della Democrazia.     

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