Tredici motivi per cui Il Gattopardo è un capolavoro di attualità

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Per chi vi scrive, fino a pochi anni fa Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa era solo uno dei tanti classici da recuperare. L’aspettativa era quella di un bel mattoncino difficile da digerire, scritto in modo ampolloso ed antiquato. Sensazioni cambiate completamente una volta letto. Perché dopo che si aprono le pagine del libro, si capisce immediatamente di avere tra le mani un capolavoro.

Scrivere una recensione di quest’Opera nel 2020 ha probabilmente poco senso. Quello che vogliamo fare in questa sede è fornire una serie di motivi, tredici per la precisione, per cui questo romanzo può ancora essere apprezzato oggi.

Partiamo:

  1. “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.” Questo è l’aforisma che tutti conoscono, anche chi non ha cercato sul dizionario il significato di “gattopardo”(!). Beh, l’opera non sta tutta qui, non si riassume ed identifica solo in questa frase, peraltro pronunciata solo una volta, (donna)fugacemente, senza darle particolare rilievo. La consideriamo una sorta di sunto “di comodo”. Per certi versi in verità l’Italia cambia, e in peggio. Ma nel suo complesso, non nell’intimo delle famiglie;
  2. Il titolo. È già identificativo del particolare, magnetico, dolce, sognatore, ondulatorio, allusivo, alto ma non pesante stile di scrittura;
  3. L’ironia raffinata e fragorosa nello stesso momento. Si tratta di un romanzo serio, ma non serioso. Inaspettatamente, ci si ritrova di fronte a scene incredibilmente divertenti, descritte con una noncuranza della comicità in scena da far impallidire gli inglesi. Il frac di Don Calogero Sedàra domina;
  4. L’atmosfera poetica. Un solo passo a titolo d’esempio: “Quando la famiglia si fu messa in carrozza (la guazza aveva reso umidi i cuscini) Don Fabrizio disse che sarebbe tornato a casa a piedi; un po’ di fresco gli avrebbe fatto bene, aveva un’ombra di mal di capo. La verità era che voleva attingere un po’ di conforto guardando le stelle. Ve n’era ancora qualcuna proprio su, allo zenith. Come sempre il vederle lo rianimò; erano lontane, onnipotenti e nello stesso tempo tanto docili ai suoi calcoli; proprio il contrario degli uomini, troppo vicini sempre, deboli e pur tanto riottosi. Nelle strade vi era di già un po’ di movimento: qualche carro con cumuli d’immondizia alti quattro volte l’asinello grigio che li trascinava. Un lungo barroccio scoperto portava accatastati i buoi uccisi poco prima al macello, già fatti a quarti e che esibivano i loro meccanismi più intimi con l’impudicizia della morte. A intervalli una qualche goccia rossa e densa cadeva sul selciato. Da una viuzza traversa intravide la parte orientale del cielo, al disopra del mare. Venere stava li, avvolta nel suo turbante di vapori autunnali. Essa era sempre fedele, aspettava sempre Don Fabrizio alle sue uscite mattutine, a Donnafugata prima della caccia, adesso dopo il ballo. Don Fabrizio sospirò. Quando si sarebbe decisa a dargli un appuntamento meno effimero, lontano dai torsoli e dal sangue, nella propria regione di perenne certezza?”;
  5. Il narratore. Un piccolo dettaglio che però si apprezza tantissimo: nel flusso degli eventi si trovano ogni tanto riferimenti a invenzioni recenti, ad avvenimenti dei giorni nostri, a modi di dire attuali;
  6. Don Fabrizio. Un nobile del Regno delle Due Sicilie, reazionario e cattolico. Questo è quel che si aspetta il lettore, a libro appena comprato. Impossibile amare un personaggio del genere. E invece, sì: è altolocato per sbaglio, nobile solo d’animo e d’intenti. Poetico, pensieroso, contraddittorio, sfaccettato, introverso, arguto, indolente. Umano;
  7. Il capitolo della morte del Principe. L’apice. Con questo passo, Il Gattopardo si eleva a capolavoro in maniera definitiva.
    Un argomento trattato con poesia, delicatezza, dolcezza, tatto, immagini poetiche. Undici pagine di arte pura, viva, “incalzante”, che tocca il cuore del lettore. Impossibile trattenere la commozione al il trapasso di Don Fabrizio, una reazione che non ci si aspetta di avere leggendo un romanzo di questo genere. “Il fragore del mare si placò del tutto.”;
  8. Il colloquio con Chevalley. Il cuore del romanzo. L’italia, gli italiani, l’italianità, è tutto qua. Il bello, il brutto, l’anima, la “poesia” di questo paese. Da rileggere ogni tanto. Più efficace di alcuni libri di storia;
  9. Bendicò. Non si può non amare questo personaggio, spesso quasi antropomorfizzato dall’autore. E sapere che è anche la chiave del romanzo, non può non fare adorare l’ultima pagina, metaforica ai massimi livelli;
  10. Tutto scorre, indipendentemente dal lettore. Questa è la sensazione che si ha alla lettura. Non un libro, ma la semplice cronaca della vita di una delle tante famiglie nobili. Alla parola “Fine”, c’è voglia di conoscere i trascorsi e l’infanzia dei personaggi, le nicchie buie tra un evento raccontato e l’altro. Si vorrebbe quasi un bel “Il ritorno del Gattopardo”, o lo spin-off “Tancredi”. Peccato non ci siano dei supereroi di mezzo;
  11. La modernità. Lo ripetiamo, questo libro non è una palla. È moderno. Ma oltre lo stile di scritture e la storia, c’è altro. Scritto negli anni ’50, ambientato nella seconda metà dell’800, la storia è del 2016. Parla del paese d’oggi, dei suoi abitanti attuali. Del loro modo di fare, di quel che va cambiato. Cosa è raccontato, nel romanzo? Un matrimonio. Un compresso tra nobilità e borghesia. Un accrocchio, un inciucio, un accomodamento, un compromesso pur di andare avanti. L’italia;
  12. L’imparzialità. A conti fatti, Tomasi di Lampedusa — pur essendo di sangue blu — non ci vuol dire “meglio prima di adesso”. La sua visione sembra equidistante. “Schifo prima, schifo ora”, piuttosto. Nichilista. Racconta al lettore in modo distaccato gli eventi e le abitudini dei personaggi;
  13. La verità dietro al romanzo. Buona parte delle vicende raccontate sono autobiografiche. Don Fabrizio era il bisnonno dello scrittore, Tancredi il figlio adottato poco prima di morire. La passione per la caccia, l’amore per i cani, lo stemma del casato. Le tante, piccole curiosità ce lo fanno amare ancora di più, così come la storia complicata dietro la pubblicazione dell’opera.
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