Il Sesto Senso: la spiegazione e il significato del finale

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Il Sesto Senso è uno di quei film che, con buona pace dei detrattori, è entrato di diritto o meno nell’immaginario collettivo. Scritto e diretto da M. Night Shyamalan, nel 2007 è stato inserito dall’AFI (American Film Institute) all’ottantanovesimo posto nella classifica dei migliori cento film americani di tutti i tempi e, a tutt’oggi, continua ad essere oggetto delle più disparate parodie e rivisitazioni. Uscito nelle sale americane il 6 agosto del 1999, è tuttora una delle pellicole con maggiori incassi nella storia del cinema. Opera di difficile inquadramento, viene spesso inserita nel genere horror per via delle atmosfere macabre e soprannaturali che la caratterizzano, anche se ad un’analisi più approfondita emerge inequivocabilmente l’assoluta originalità del film nel panorama del cinema dell’orrore degli ultimi decenni.

Chiave di volta de Il Sesto Senso è il segreto che il piccolo Cole cela al mondo esterno e che rivelerà solo allo psicologo infantile Walter Crowe, interpretato da un Bruce Willis particolarmente a suo agio – e sorprendentemente misurato – nella parte, nonostante la poca esperienza in ruoli e più in generale in film di questo tipo.

“Vedo la gente morta”

È questa probabilmente la battuta più celebre della pellicola e palesa a Crowe – e nel contempo allo spettatore – qual è il mistero che Cole porta con sé, dando l’abbrivio alle macabre apparizioni di cui quest’ultimo è involontario spettatore.

Una delle domande più spesso rivolte ad attori e regista nel corso degli anni riguarda il rapporto tra Cole e Crowe: il bambino è consapevole che lo psicologo con cui si  confida è morto, ucciso per vendetta da un suo vecchio paziente di fronte alla moglie atterrita? Se persino tra gli stessi addetti ai lavori c’è chi ha risposto sì e chi invece ha negato che il piccolo sappia, probabilmente il dettaglio non è così importante, ed in effetti risulta del tutto irrilevante per il dipanarsi della trama.

Cole e Crowe sono l’uno la cura dell’altro. L’epilogo del loro rapporto è infatti reciprocamente liberatorio, poiché permette al primo, dopo aver risolto – grazie al suo potere – il caso della morte della giovane Kyra, di ridimensionare il terrore che gli procurano le visioni che quello stesso potere evoca, e al secondo di redimersi dal senso di colpa generato dall’aver abbandonato, durante il percorso terapeutico, il proprio futuro assassino.

Una sorta di relazione a specchio, quindi, fa sì che i due protagonisti possano dare un senso alla propria esistenza l’uno grazie all’intervento – provvidenziale? – dell’altro.

Tornando al discorso della morte di Crowe, invece, essa rappresenta una simpatica sfida per lo spettatore: può essere un esercizio divertente, infatti, ripercorrere il film in cerca degli indizi disseminati al suo interno dal regista. Facendo attenzione ad alcuni dettagli è in effetti possibile capire – o quantomeno intuire – che Crowe altri non è che un morto. Quando Cole ad esempio pronuncia la succitata, liberatoria frase “Vedo la gente morta”, il regista zooma in maniera piuttosto eloquente sul volto dello psicologo. La rincorsa all’espressione e al primo piano è talmente “telefonata” che, in fase di montaggio del film, si è discusso molto circa il fatto di tagliare o meno la scena, per paura che potesse rappresentare un indizio fin troppo evidente per lo spettatore accorto.

Altro indizio abbastanza probante, seppur di difficile rilevamento, è il fatto che Willis, mancino, in una scena del film scriva con la destra, per non far notare l’assenza della vera nuziale. Negli ultimi istanti della pellicola, infatti, quando andiamo a scoprire – o a verificare – che Crowe è morto, vediamo l’anello cadere dalle mani della moglie.

Uno degli aspetti più interessanti de Il Sesto Senso è, come già accennato in precedenza, la commistione di generi che lo caratterizza. Thriller psicologico dalle tinte cupe, invade i territori dell’horror con eleganza, senza mai scadere in facili artifici ad effetto quali ad esempio punteggiature splatter o effetti speciali ridondanti, e mantenendo sempre una qualche finezza stilistica. La fotografia del giapponese Takashi Fujimoto rende compiutamente l’angoscia che Cole prova quando i morti si materializzano attorno a lui: l’artista interviene molto poco in fase di post-produzione e utilizza in generale un linguaggio filmico non prettamente di genere, ma che ben accompagna lo svilupparsi del plot in una Filadelfia decadente e suggestiva.

Anche gli interni, molto curati senza risultare artificiosi (come alle volte accade, ad esempio, nel cinema dei Coen), risultano di grande impatto visivo. Si pensi a tal proposito alla stanzetta di Kyra, o agli interni dell’abitazione di Cole.

I più attenti avranno inoltre notato che il colore rosso è assente per quasi tutta la durata del film, comparendo solo in determinate situazioni. L’arcano è stato svelato dallo stesso regista: si è deciso, per indurre un più violento urto emotivo nelle scene maggiormente drammatiche della pellicola, di utilizzare il rosso soltanto per gli oggetti venuti a contatto col mondo dei morti. Mondo che rappresenta, in ultima istanza, il demoniaco rifugio di Cole, l’extrema ratio contro la solitudine e l’incapacità di misurarsi coi vivi che lo caratterizzano.

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