The Island Years: la seconda stagione dell’opera musicale di Tom Waits

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Nel 1982, lasciata l’Asylum e pieno di entusiasmo e di motivazione per la nuova fase della carriera che gli si prospetta davanti, Waits opera delle scelte drastiche rispetto al recente passato, lavorando a una nuova immagine e soprattutto a un nuovo suono: via il sassofono, che era stato presente in tutti i dischi pubblicati dall’Asylum, e dentro strumenti quali il banjo, la marimba, l’armonium, la calliope, la cornamusa e una marea di percussioni, affidate alla maestria di Victor Feldman. Vengono inoltre usati come strumenti musicali anche degli oggetti metallici, delle sedie e dei megafoni, assecondando un’estetica ispirata a Captain Beefheart e agli esperimenti sonori dell’eccentrico compositore americano Harry Partch.

Le canzoni di Swordfishtrombones (1983) sono composte, prodotte e arrangiate da Waits, che entra a far parte della Island Records, la scuderia di Chris Blackwell. Non più ballate accompagnate da malinconiche orchestrazioni d’archi, ma brevi schizzi avanguardistici ribaditi visivamente da video quali In the Neighborhood’, girato da Haskell Wexler , che lasciano basiti i fan affezionati ai suoni di Closing Time e The Heart of Saturday Night.

I critici sono estatici e, anche se il disco vende poco in America, Waits tiene la barra dritta e continua per la sua nuova strada. Swordfishtrombones si rivela il primo disco della cosiddetta “Frank Trilogy”; gli altri due saranno Rain Dogs (1985) e Frank’s Wild Years (1987), quest’ultimo nato come musical basato sul personaggio di Frank Leroux a.k.a. O’Brien, interpretato da Waits stesso e rappresentato a Chicago nel 1986.

A partire da Rain Dogs, Tom inizia a lavorare col chitarrista dei Lounge Lizards Marc Ribot, il suono dissonante della cui chitarra diventerà d’allora in avanti un landmark dell’estetica musicale di Waits, che compone ora canzoni che sembrano uscite dalla penna di Bertold Brecht e di Kurt Weill. Tom recupera però anche il Tex-Mex, la New Orleans Voodoo Music, il Country e la Funeral March. Da notare come Rain Dogs contenga pure il pezzo che un paio d’anni dopo, grazie alla cover di Rod Steward, garantirà a Waits per la prima volta in carriera una montagna di royalties: ‘Downtown Train’.

Nella versione in studio di Frank’s Wild Years aumentano ulteriormente gli strumenti “da banco dei pegni” e vengono adottate pratiche sperimentali quali quella di far suonare ai musicisti strumenti che non suonano abitualmente (una strategia già messa in atto da Bowie e Eno nel 1979 durante la registrazione di Lodger). Nel disco si ascoltano sonorità funky, rock, rumba e carnevalesche, insieme a stili vocali che possono rimandare talvolta a un predicatore, talaltra a Frank Sinatra. Dopo il musical e il disco, il progetto della “Frank Trilogy” si completa con un film concerto diretto da Chris Blum e intitolato Big Time (1988), la cui colonna sonora viene a sua volta pubblicata lo stesso anno.

Dopo essersi nel triennio successivo dedicato al cinema sia come attore che come autore della colonna sonora del film di Jim Jarmusch Night on Earth, Waits torna nel ’92 con il suo album più spettrale: Bone Machine. La sperimentazione iniziata nove anni prima con Swordfishtrombones trova un compimento senza più compromessi in un disco tanto crudo e minimalista quanto magico e straniante. Registrato in un deposito sito all’interno dell’edificio che ospita lo studio, la stanza dove nascono i suoni di Bone Machine non possiede nulla per smussare gli angoli di una serie di brani cupi, disarmonici e spaventevoli che si sposano perfettamente alla riflessione sulla mortalità che è oggetto delle liriche. Il risultato è sublime e l’opera, pur vendendo poco come sempre, viene premiata con il Grammy per il migliore album Alternative.

L’anno seguente, dopo aver collaborato con il regista teatrale Robert Wilson alla produzione dell’operetta The Black Rider (1993) e del musical Alice, Tom si ritira quasi completamente dalle scene per un lustro, al termine del quale, nel 1998, lascia amichevolmente la Island e si accasa presso la Anti-, un marchio dell’etichetta indipendente Epitaph Records.

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