Birch Tree, il marchio di fabbrica dei Foals

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Quando si parla di indie rock, è d’obbligo parlare dei Foals.

Nascono a Oxford nel 2005 e nel 2006, Yannis Philippakis (chitarra) e Jack Bevan (batteria), Andrew Mears, voce, Jimmy Smith, chitarrista anche lui, e infine Walter Gerves al basso, incidono il loro primo singolo, Try this on your Piano, e solo due anni dopo, arriva il primo album, con Philippakis alla voce e Mears concentrato su altri progetti, lascia la band. Proprio nel 2008 arriva il primo contatto col grande pubblico: Antidotes, raggiunge la terza piazza della classifica inglese, e per la band cominciano tour, interviste, festival e ovviamente successo in generale. L’indie rock proposta, a tratti alternative e a tratti Math-rock, più complessa, macchinosa, ordinata e oltremodo pulita, cristallina e giovane, donando al rock, uno spirito nuovo. Nei dischi successivi, Total life forever, ispirato ai libri dell’informatico Kurzweil (tipo Singolarity is near), con il successo Spanish Sahara, e Holy fire (in quest’ultimo il singolo di punta è Inhaler, seguito da “My number”), si nota un miglioramento organizzativo, una pulizia del suono ancora maggiore al precedente album. In sostanza vi è una maggior ricercatezza melodica principalmente per le chitarre, dai riff complessi e con ritmi circolari, tipici della Math, ma soprattutto è degna di nota l’atmosfera simil dream-pop, con un richiamo al salto tra l’80 e il 90, data dalle tastiere e i sintetizzatori di Edwin Congreave, nuovo membro della band.

Il basso e la batteria hanno tendenze, seppur non troppo marcate in alcuni pezzi, relative al post punk, ovviamente inglese, e il connubio con le chitarre dagli stili prettamente math rock, rende unici i Foals rendendoli sperimentatori e unici nell’indie europeo. Si ripetono nel 2015 col disco What Went Down, con uno stile quasi nuovo, e più ricercato, dei testi da gruppo affermato e conscio delle proprie capacità e infine nel 2019 Everything Not Saved Will Be Lost – Part 1 e 2, questi due vedono l’abbandono di Gerves al basso, e si nota subito il cambio di tonalità della bass-line stessa, non propriamente dei Foals che avevamo imparato a conoscere, quasi copiata dal passato ma oltremodo coinvolgente, come del resto le 10 tracce per disco, da citare è On the luna, Exits, In degrees, in pieno stile Foals, con il synth che prende piede e rende individuabili gli autori dei pezzi già dalle prime note, diventando una vera e propria chiave di riconoscimento, un vero e proprio distintivo.

Si nota qua una nuova ricerca del suono che porta a sperimentare oltre il math, poco presente negli ultimi due dischi, (c’è sempre, non è sparito), il progressive e l’arena rock, richiamando un sound anni 70, con richiami di dance rock, come si evince anche dall’uso della drum machine, e rendendo il doppio disco, oltremodo spettacolare, quasi ballabile, senza mai esagerare. Un’evoluzione continua quella dei Foals che rinnega la monotonia, diventando quasi “pop”, ma rimanendo sempre ancorati al loro rock viscerale, mirando al divertimento e puntando al piacere dato dall’ascolto del disco, che si apprezza a pieno con un po’ di concentrazione in più rispetto ai precedenti.

Ma per trovare una chiave di volta nell’evoluzione Foals, bisogna tornare a What went down, ossia letteralmente “cosa è andato storto”, riflessioni su luoghi, persone, affetti, diventando meno tristi e meno aggressivi nel sound, e perdendo il tocco di pop, mai troppo “british” che a tratti li ha caratterizzati. Le chitarre padroneggiano come sempre, in maniera ineguagliabile, il connubio tra math, e rock si fa più evidente, come l’ausilio nella ritmica della la drum-machine e una bass-line a tratti armoniosa a tratti più partecipe, contribuendo all’anima del disco, meno poliedrico e perdendo la frivolezza data dalla gioventù dei precedenti album. Oltre Mountain at my gates, London Thunder e Give it all un pezzo simbolo è Birch tree, (letteralmente Betulla) richiama al passato, amici persi di vista, e nostalgie che si possono provare in città, pensando al paese natìo, e tutto quello che è stato, testo semplice che si fonde a meraviglia con l’intro di chitarra suonato sulle corde del La e del Re, ritmo chiave del pezzo, e l’aggiunta della seconda chitarra, più acuta e cristallina, che evita la monotonia, tendenti entrambi al sound del math rock, synth e drum che danno quel tocco di sperimentale, e basso quasi inaudibile, mascherato da tutti gli strumenti.

Degno di nota l’outro che smorza seppur di poco i toni quasi pacati, malinconici del pezzo. Una traccia quasi differente dalla linea del disco, che lascia il segno anche grazie alla calma che infonde, e alle endorfine generate dalle chitarre e dalla drum-line, mai aggressive, rotonde che danno l’armonia giusta all’amarezza della lontananza e alla tiepida felicità dei ricordi che tutti proviamo quando viviamo in un posto non ancora nostro, senza i nostri affetti, facendoci sentire quasi sperduti. Philippakis da buon mediterraneo, interpreta con un minimo di pathos il testo, diventando col suo tono di voce mai prepotente, a tratti quasi sommesso, il vero e proprio marchio di fabbrica “Foals”.

Birch tree è il “made by foals” che da all’ascoltatore quello stimolo in più per andare avanti e pensare che al di là del fiume, o del mare, quegli amici o quegli affetti sono là, nel vostro posto, che ti aspettano, come la betulla, il birch tree, nei pressi del fiume dove si giocava da ragazzini. Il pezzo giusto da mettere in macchina proprio quando si torna a casa, dando quel tocco di compagnia e comfort, ovviamente accompagnato da tutto il resto dell’album.

I’ll meet you by the river, see how time it flows
Oh now the river runs away but I chase it
Time holds no fear when I turn round to face it

Ti incontrerò davanti al fiume, vediamo come girano le cose.
Oh, adesso il fiume scorre via, ma lo inseguo.
Il tempo non ha paura quando mi volto indietro a guardarlo.

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