Quella volta che Johnny Cash provò a sfuggire al Tenente Colombo

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Cosa c’entra Johnny Cash, star della musica country, con l’arruffato Tenente Colombo, interpretato a suo tempo dal grande Peter Falk? Be’, queste due icone della cultura popolare americana si sono incontrate (o meglio, scontrate) in una puntata della serie.

Esatto, una serie tv: all’epoca del suo debutto, nei primi anni settanta (tra l’altro con un episodio diretto da un giovanissimo Steven Spielberg), i cosiddetti “film per la televisione” non rappresentavano ancora un fenomeno di massa; oggi è ben diverso, con la vasta scelta offerta da piattaforme come Netflix e Amazon Prime. Proprio su Prime, di recente, hanno aggiunto tutte le stagioni di Colombo. Come lasciarsi sfuggire l’occasione di comprendere un po’ meglio il celebre personaggio? Inoltre, se siete amanti della buona musica, perché mai perdersi un episodio come Swan Song (Il canto del cigno), con un magnetico Johnny Cash, che tra una scena e l’altra imbraccia pure la chitarra e canta qualche canzone?

Per tanti, come il sottoscritto, il Tenente Colombo ha rappresentato lo sfondo rassicurante dei pomeriggi trascorsi a casa, magari a fare i compiti (o forse a far finta di farli), mentre i genitori si rilassavano dopo il lavoro e cominciavano a pensare alla cena. Quanti si sono davvero soffermati sulle indagini di quel tipo un po’ strambo con l’impermeabile perennemente stropicciato? Colombo era una “cosa da grandi”, persino un po’ noiosetta. Anche adesso, con tutte le nuove serie che escono ogni giorno, super moderne e attuali, le avventure del tenente potrebbero dare l’idea di un reperto archeologico, qualcosa di troppo vecchio e già visto.

Ma un libro non si giudica solo dalla copertina. A riguardarlo oggi, Colombo offre diversi spunti di riflessione e chiavi di lettura tutt’altro che superficiali. Difatti, il format non era così scontato: le puntate rivelavano sin dall’inizio l’identità dell’assassino, e lo spettatore assisteva alla risoluzione del caso, apprezzando le tecniche investigative messe in atto dal protagonista. Bisogna dirlo: Peter Falk ha dato vita a un personaggio leggendario, irresistibile, assolutamente ben congegnato. Non soltanto possiamo apprezzarne la gestualità, i tic che poco alla volta impariamo a conoscere e a cui finiamo anche per affezionarci; la sagacia delle battute è vincente, come pure il dispiego di arguzia, che puntualmente raggiunge il suo climax quando il colpevole viene smascherato e messo nel sacco. Inoltre, è davvero difficile non provare simpatia per il personaggio. Il tenente è un tipo senza tanti grilli per la testa, animato da un senso della giustizia e da una dedizione per il lavoro fuori dal comune. Ma attenzione, non è un atteggiamento da primo della classe, da sbirro zelante. Colombo ama il senso della sfida, mette tutto se stesso nella risoluzione di un mistero, mosso da una passione innata. Guardarlo risolvere di volta in volta un nuovo caso, seguire i suoi ragionamenti, è un processo affascinante.

Un altro aspetto degno di nota è l’apparente normalità che pervade il personaggio: Colombo non guadagna cifre astronomiche; indossa sempre gli stessi vestiti; la macchina che guida è un rottame; non è uno sciupafemmine (anzi, parla spessissimo di sua moglie, che però non si vede mai). Non è una figura tormentata. È soltanto sciatto, probabilmente perché l’apparenza è l’ultima delle sue preoccupazioni. Non è un bevitore assiduo; l’unico suo vizio sono i sigari (in ogni puntata ne fuma diversi, spesso di qualità infima). Capita di vederlo perfettamente a suo agio in zone pericolose della città, a interagire con informatori e delinquentelli vari. Insomma, non è un tipo con la puzza sotto il naso. Una caratterizzazione geniale, e tra le righe si legge una denuncia neanche troppo velata: Colombo si ritrova quasi sempre a indagare in contesti dove le vittime e gli assassini sono nomi di spicco dell’alta società, presunti insospettabili. In realtà, si tratta di gente senza scrupoli, che spesso e volentieri uccide nel nome del vil denaro. D’altronde, se i casi avessero riguardato la malavita o i soliti individui ai margini, si sarebbe trattato dell’ennesimo piedipiatti che dà la caccia a gente che entra ed esce di galera.

Ne Il canto del cigno, settimo episodio della quarta stagione, uscito nel 1974, l’assassino di turno è, appunto, Johnny Cash. Niente paura, non è uno spoiler: come dicevo più sopra, all’inizio di ogni puntata vengono mostrate le modalità con cui il colpevole mette in atto il suo piano. In breve, il cantante Tommy Brown (Cash) si macchia dell’omicidio della moglie Edna (Ida Lupino), per impedire che quest’ultima investa gran parte dei guadagni derivanti dai concerti nella costruzione di un santuario religioso. Evidentemente, una prospettiva che non suscita l’interesse di Tommy. Difatti, il cantante preferirebbe spassarsela con le sue giovanissime fan, e riversare il denaro in progetti assai meno spirituali. Tali dettagli sulle perversioni di Brown vengono a galla in un paio di scene importanti: durante il litigio con la moglie all’inizio dell’episodio (dove si scopre che l’uomo ha approfittato di una corista minorenne che lo accompagnava in tour, registrandosi in squallidi motel sotto falso nome e facendo finta di essere il padre della ragazza) e quando più avanti tenta di sedurre un’altra giovane musicista a casa sua, interrotto soltanto dall’arrivo di Colombo.

Ciò basterebbe a dimostrare quanto le tematiche affrontate dalla serie siano lontane dall’essere innocue. Tuttavia, Il personaggio di Cash è talmente forte che in diversi punti, paradossalmente, le sue tendenze deviate passano in secondo piano e ci si concentra unicamente sull’omicidio (alquanto rocambolesco: la messa in scena di un incidente aereo) perpetrato ai danni della moglie. Ecco, Edna Brown è un altro personaggio dalle mille sfumature. Parliamo di una donna che vuole far costruire un santuario di fede; ma, allo stesso tempo, non ha mai denunciato le azioni riprorevoli del marito, anzi: usa la corista minorenne abusata dall’uomo come pretesto per ricattarlo e costringerlo a stare buono.

Certo, tutta questa coltre di oscurità viene sovente rischiarata dai siparietti comici che vedono protagonista il tenente (ce ne sono diversi, disseminati più o meno in ogni episodio), e in questo caso specifico, dalle performance canore di Johnny Cash. Scommetto che in tanti si sono ritrovati a canticchiare il brano I Saw The Light dopo aver spento la tv. Inoltre, la presenza scenica di Cash e la sua grande intesa con Peter Falk giocano un ruolo determinante nella riuscita della puntata, tanto da portare lo spettatore a tralasciare qualche calo di tono nella sceneggiatura (ad esempio, la redenzione così improvvisa di Tommy Brown negli attimi finali, senza che nel corso dell’episodio venisse esplicitato il benché minimo segnale di una tale evoluzione; e la ‘trappola’ con cui Colombo incastra il cantante, una modalità già sperimentata, con le stesse esatte dinamiche, in altri momenti della serie). Il tenente stesso sembra affascinato dalla personalità estrosa di Brown; difatti, in un ultimo scambio di battute, pronuncia la celebre frase: Listen, any man that can sing like that can’t be all bad (Un uomo che canta così non può essere del tutto cattivo). Avrebbe detto lo stesso, se avesse saputo delle minorenni di cui Brown aveva abusato? Forse, questa potrebbe considerarsi un’altra pecca in fase di sceneggiatura. Senza approfondire un simile aspetto della questione, concludiamo la visione di Swan Song con la spiacevole sensazione che Colombo non abbia scavato a fondo, che non abbia scoperto tutto quello che c’era da scoprire. Per altri versi, il personaggio di Tommy Brown è invece ben caratterizzato, visto che include riferimenti reali alla vita di Johnny Cash, come i trascorsi nella Air Force statunitense e un accenno ai famigerati guai con la giustizia. E poi, anche Brown è in un certo senso la voce del dolore, della tribolazione, della redenzione.

Dunque, un episodio che varrebbe la pena vedere, o rivedere, per gustarsi The Man in Black (così Cash venne soprannominato in quel periodo) nel pieno di un ritrovato vigore artistico, nonché la verve attoriale di Peter Falk. Detto questo, sono altri gli episodi in cui Colombo raggiunge l’apice, episodi che includono altrettanti ospiti d’eccezione, sia dietro la macchina da presa (tra i nomi più blasonati, Ben Gazzara e il già citato Steven Spielberg) che davanti ad essa: tra gli altri, Patrick McGoohan, Leslie Nielsen, Robert Culp, Janet Leigh, John Cassavetes, Gena Rowlands, Jack Cassidy, William Shatner.

Che aspettate a fare binge-watching?

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3 comments

    1. Esatto, c’erano sempre degli special guest ad arricchire singoli episodi. Spesso, come nel caso di Patrick McGoohan, tornavano a recitare in altre puntate, ma erano altri personaggi.

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