Postcards From Italy: il viaggio nel passato dei Beirut

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Postcards from Italy scatena emozioni, sveglia vecchi profumi, assorbe la luce solare. I Beirut, con il loro brano, una cantata leggera e mediterranea a metà tra il folk dell’Europa dell’Est e la musica pop e indie rock americana, ci hanno voluto bendare gli occhi e attraverso la voce calda e vibrante di Zachary Francis Condon (frontman del gruppo) condurci in universi inesplorati della nostra anima, lì dove il nostro mondo sotterraneo scorre veloce senza interferenze. 

Ciò che più intendono fare i Beirut in questa canzone è farci riflettere su un tema nello specifico: la capacità persuasiva di alcuni brani musicali di portarci indietro nel tempo e di svegliare antiche immagini cadute nell’oblio coinvolgendo tutti e cinque i sensi. I Beirut infatti costruiscono un intero testo musicale su vecchi ricordi, capaci con una forza disarmante di catapultarci indietro, probabilmente a momenti trascorsi in Italia visti ora come delle cartoline, vecchie polaroid di gioventù e sogni passati. E ciò che loro ci chiedono è di seguirli in questo viaggio a ritroso, dove “i giorni erano i nostri e non erano poi così male”, di accompagnarli nel percorso musicale e contemporaneamente lasciarci travolgere dalle nostre esperienze personali. Il brano, infatti, nonostante sia indirizzato molto probabilmente a una donna ed a fatti autobiografici che non ci è dato sapere, ci permette lo stesso di creare il nostro universo e utilizzare questa canzone come mezzo di riappropriazione del nostro passato.

C’è chi sente la brezza estiva nelle note squillanti delle trombe, chi il cadere delle foglie da un secco ramo autunnale e chi la pioggia scendere impetuosa sopra le nostre teste. Ma ciò che è sicuro è che ognuno di noi, seguendo il fiume musicale delle note intrecciate in maniera perfetta al testo, viene avvolto da antiche sensazioni che provengono dai meandri della nostra memoria. Ed è forse questa la vera bellezza della canzone, il voler essere il mezzo per introdurci nel nostro sistema melanconico, aldilà degli eventi autobiografici dell’artista. Siamo stati tutti giovani, alcuni lo sono ancora. Ma non tutti ricordano cosa vuol dire esserlo. I Beirut si rendono conto che “We put our feet just where they had to go, never to go” cioè di aver messo i piedi sia dove andavano messi e sia dove era meglio non andare, di aver fatto degli errori ma anche di aver compiuto ciò che sentivano di fare. “Those were our time”. “Quelli erano i nostri tempi”

Non tutti noi riescono a ricordare davvero, cioè attuare un processo di sensibilizzazione dei ricordi attraverso tutti e cinque i sensi. Si ricordano spesso dei singoli episodi attraverso la memoria visiva ma difficilmente, di quel preciso momento e istante vitale, il profumo sentito oppure  il suono percepito come sottofondo, in pratica la cornice sensitiva e sentimentale del flashback visualizzato. Per far sì che questo accada abbiamo bisogno di una scintilla che riesca ad azionare il nostro sistema, e una canzone può assolvere questo compito. E questo brano vuole posizionarsi sul nostro percorso conoscitivo esattamente con questa finalità: insegnare a ricordare, immetterci in una dimensione plurisensoriale scatenando tutti i nostri sensi corporei. A chi non è mai capitato di assaggiare un cibo e tornare immediatamente indietro nel tempo? Oppure sentire un profumo e riuscire a cristallizzare un momento che credevamo perduto per sempre? Credo a tutti noi, perché la memoria è un marchingegno complesso, un meccanismo composto da entità spesso sfuggenti, ma a volte anche rivelatrici di nostalgiche esperienze. 

Vorremmo dunque lasciarvi con un piccolo interrogativo che speriamo vi accompagni nell’ascolto del brano: i Beirut sono riusciti a farvi compiere questo “viaggio nel tempo”? A quale riva del vostro infinito universo che è la memoria umana siete approdati? 

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