La celebrazione del silenzio in Call Me By Your Name

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Un flebile tintinnio, costante e continuo. Le note alte di un pianoforte leggero: battute ritmiche sincopate sul tempo imminente ed ulteriormente cadenzate su una successione di accordi distribuiti su una segmentazione in 4/4. Tante piccole unità alla base delle fondamenta di una piramide o, se si vuole, di un flusso continuo che non esita ad andare e non smette di suonare. Un fiume che scorre dalle acque poco limpide o un ventaglio che si apre nelle sue molteplici sfumature. Sorprendente la sua costituzione minuziosa e studiata alla perfezione, così vicina al fare bizzarro e dinamico della natura, che non agisce mai a caso. Una struttura di mattoni pesanti costruita su entità minime leggere. L’imponenza delle fondamenta poggiate sull’esilità delle basi ed il loro nascosto potenziale semantico. La forza risultante dei dettagli ed il rapporto paradossale tra la loro sottigliezza ed un effetto complessivo quasi monumentale.

È così che si apre Visions of Gideon di Sufjan Stevens: la colonna sonora di Call me by your name, un film che affronta tanti temi e celebra quello che è il più protagonista di essi, che li abbraccia tutti insinuandosi nei lati più profondi delle loro viscere: il silenzio. I corteggiamenti e le stesse relazioni fondati sulle parole non dette, sugli sguardi fugaci e profondi e sull’indiscussa autorità dell’intesa. La complicità, l’empatia e la comprensione celate nella comunicazione non verbale, come se i sentimenti fluissero a ondate silenti e penetrassero direttamente l’animo del destinatario, senza alcun bisogno di espressione. L’assenso, la dolcezza, la premura, ma anche la paura, il rifiuto, la delusione e la disperazione: sempre inseriti nel rigore di un gioco linguistico wittengsteiniano, sempre compresi nei limiti ferrei di un’economia di parole, in cui il tempo non basta per vivere tutta l’emozione e dove la stessa viene di volta in volta fagocitata dalla potenza del fatto concreto che, violentemente, le ruba la scena. E allora tutto resta dentro. La mente equilibrista non ha il tempo di realizzare l’accaduto e di viverlo fino in fondo, così da precipitare in un vuoto leggero, nell’agonia di un’angoscia distruttiva e ridotta allo scheletro della sua essenza, pasto succulento dei demoni interiori. Vacilla sospesa nella fase di caduta senza mai toccare il punto estremo da cui poter risalire.

Il tempo ora le basta e le avanza. L’immagine di una sofferenza sospesa in quello che Platone definì come «l’immagine mobile dell’eternità». Il tempo che non corre più dietro alla parsimonia di parole, ma che si dilata per ospitare, nel suo seno, il dilagare di un dolore, di una passione nociva e verace, che viene lì consumata, come se questo fosse la sua sede d’origine. Il gesto di chi abbassa la testa, il senso del rifiuto che segue uno sguardo negato e la gioia prorompente che succede l’incontro istantaneo di occhi che si ritrovano, nel coincidere precario di un istante, sulla stessa linea d’onda. Giochi di sintonie emotive troppo intense per sopravvivere ai fugaci e puntuali battiti degli attimi. La cadenza dei 4/4 come troppo schematica ed insufficiente per contenere ciò che la oltrepassa. E allora meglio uccidere la passione, la cui espressione non avrebbe tempo per montare la sua impalcatura e risulterebbe decisamente fuori luogo. Tutto sembra gettato via: nella vanità del suo nulla finisce nel ricettacolo del silenzio dai mille volti e sfumature, che cela sempre l’intesa della comunicazione nel potenziale semiotico del non detto. Elio piange tutte le sue lacrime davanti a un fuoco che mai abbastanza potrà scottare quanto la sua ferita riaperta, l’amore non più corrisposto, la colpa delle circostanze e la tristezza che mai riuscirà a sfogare in un urlo muto interiore.

Cosa accadrebbe, allora, se il tempo si fermasse ed il soggetto potesse logorare pubblicamente, nel bene e nel male, il flusso emotivo della sua intimità? Uno spettacolo davvero drammatico quello di un’anima prostrata alla sua essenza che si lasciasse fiorire ed appassire alla luce del proprio medesimo riflettore. Una platea indignata sarebbe quella fruitrice delle più segrete passioni umane, che, dal profondo, venissero lasciate correre liberamente, mentre toccano, fisicamente e spiritualmente, gli apici dell’amore, della rabbia e del dolore. Una platea che farebbe i conti con il suo essere interiore: un insieme di impulsi che, a briglia sciolta, trasformerebbe immediatamente la società in una distopia vertiginosa, che renderebbe forse impossibile l’ideale di una convivenza civile.

Il Winckelmann, nella definizione della bellezza ideale classica, tipica delle sculture greche, mise in risalto la loro «anima grande e posata per quanto agitata dalle passioni», proprio come il mare che «resta sempre immobile per quanto agitata ne sia la superficie». Non si tratta, forse, di una tendenza, già mostrata nell’arte greca, non troppo lontana da quella tipica di ogni società, di mascherare il proprio buio interiore? Freud, ne il Disagio della civiltà, aveva denunciato la repressione degli istinti individuali ed aveva diagnosticato e riconosciuto la malattia che affligge l’umanità e che ogni uomo si porta dentro, la falsa identità che a volte capita di indossare per mascherare la nostra vera natura personale.

Il silenzio ci vede impegnati in un lavoro di tessitura non tanto diverso da quello di Penelope nell’Odissea, che distruggeva, di giorno, il prodotto creato durante notte, così da vivere nella precarietà, nell’estensione dilatata di un indugio. Il silenzio è la sede delle nostre incertezze, delle parole non dette per timore di un rifiuto, delle conseguenze di pensieri che potrebbero ferire, far star male o semplicemente infastidire, del dolore o della gioia e di tutte le emozioni che ci sorprendono e/o ci sovrastano quotidianamente. Il silenzio è il luogo dell’incontro con chi si è perso, delle spiegazioni mai date e delle riflessioni che magari, per tante ragioni, non si è voluto o potuto condividere. Tosca lamentava la presenza di un amore perso e non superato nell’assenza, nel silenzio che dilatava il tempo e ne ritardava fine. Il silenzio come specchio di identità mancate e non riconosciute, delle scelte fatte, delle decisioni già prese, dei tentativi non riusciti e dei successi non celebrati, nonché la fonte delle più grandi ispirazioni e l’origine dei rapporti più intensi. Il silenzio è una voce prorompente, che turba e che tormenta, che riporta «vive» «troppe cose» credute «morte ormai» o semplicemente perdute e che Mina decise di rompere e combattere nella più bella delle interpretazioni mai cantate de La voce del silenzio. La voce di un’anima limpida, chiara e pulita che, svettando tra i suoi acuti, rompe il buio dei sentimenti gelati e più temuti.

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