Le Luci della Centrale Elettrica e la precarietà di Ferrara

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Ferrara è una distesa di case e palazzi sulla riva destra del Po, a qualche km a sud dalla riva. La Dotta, “col seno sul piano padano ed il culo sui colli”, e quasi 50 km più a sud, e qua l’aria dell’Appennino è solo un ricordo, la ferrovia taglia campi coltivati e viene avvolta dalla pianura, quasi desolante, quasi monotona e uniforme, per chi viene dal mare o dalla montagna. Le torri qua, sono semplicemente due grattaceli confronto alle due torri in piazza di piazza porta Ravegnana, nel capoluogo Felsineo, il Darsena al posto del canale delle moline e la “gigantesca scritta Coop” a lato.

La nebbia in inverno sa essere spesso fitta e spaesante, là in pianura, carica di anidridi e gas combusti da auto e riscaldamenti vari, oltre che i fumi densi della Montedison, la centrale elettrica nei pressi di Pontelagoscuro, poco più a nord della città estense. E la pianura sa essere angosciante soprattutto quando c’è la nebbia di mezzo.

Ed è in città, che nel 2007 si forma il progetto di un giovane Vasco Brondi, cresciuto proprio a Ferrara, che prende il nome di “Le luci della centrale elettrica”, per via delle luci del polo chimico che vincono la nebbia e l’umidità rendendola qualcosa di mistico, quasi fumettistico. Pochi accordi “secchi e tesi” ma essenziali per descrivere la fine degli anni zero e l’inizio di un nuovo decennio, che abbraccia con positività tralasciando le incertezze che attanagliano sempre di più la maggior parte dei giovani che attraversano il passaggio dai 20 ai 30.

Per ora noi la chiameremo felicità è il secondo disco ufficiale di Brondi del 2010 e una canzone che prende il sopravvento è senza ombra di dubbio Quando tornerai dall’estero, uscita come singolo e divenuta simbolo dell’indie underground della bassa. Il video, disegnato e diretto magistralmente da Michele Bernardi rispecchia lo spirito underground del pezzo, quasi minimale, con chitarre acustica ed elettrica e voce, quasi arrabbiata quasi disperata, che sembra voglia urlare al mondo le sue idee, e ci riesce.

La ragazza all’estero quello vero, quello lontano, o semplicemente in un estero ideale, lontana dagli schemi di pensiero, e lui rimasto solo, che pensa a un ritorno e ad un miglioramento. O semplicemente è una solitudine interna che necessita di essere colmata.

Argomenti attuali appunto per il 2010, come del resto per il periodo che stiamo vivendo, 10 anni dopo, carico di incertezze e precarietà, amori a distanza, anch’essi precari, e speranze di ri-incontrarsi e ricominciare da dove si era lasciato, nonostante il fatto che si spargerà ancora l’odore dei disinfettanti all’alcool, anche fra gli amanti che gireranno nelle rarissime Fiat uno, superstiti all’obsolescenza e al progresso. Sarà forse più probabile vedere delle Fiat Punto parcheggiate ai bordi delle provinciali o nelle zone artigianali, o nei pressi di qualche centrale elettrica.

E possiamo paragonare il burqa, citato da Brondi alla bardatura per affrontare l’attuale situazione, che non ci fa riconoscere, che ci isola ancora di più vicendevolmente. E c’è una speranza di strapparlo quel burqa, e vincere questo periodo con la speranza che ci sia una svolta.

Speranza di migliorare, e prendere i treni che si erano persi, o che ancora non erano passati, e cercare di azzeccare le varie fermate. Speranza di costruire qualcosa di nuovo, magari non da soli, partendo dall’annullamento delle incertezze.

Ci saranno ancora i baci rubati, eludendo l’obbligo delle mascherine in centro o sull’argine del canale, che non obbligatoriamente debba essere il Darsena ferrarese, dove nidificano gli aironi, che della pianura umida, fanno la loro dimora. Ci saranno ancora i viaggi per mete sperdute o semplicemente per andare nella città accanto col biglietto fatto all’ultimo, e l’estero ora è quella città accanto, non solo l’altra regione, non solo i confini di stato. Ci saranno ancora i baci in stazione e l’abbraccio con quella persona che vorresti rivedere quanto prima. Tornerà l’amore o qualcosa di simile, che strappa le mascherine e con l’alcol ci fa le bevute.

“E sempre come un amuleto tengo i tuoi occhi nella tasca interna del giubbotto, e tu tornerai dall’estero, forse tornerai dall’estero”, che quegli occhi oggi è più probabile che siano in un .jpg del cellulare, che una fototessera nel taschino del giubbotto di pelle o del parka, che sono fissi nella memoria con un sorriso, che non si vede l’ora di riguardare. E si spera che non sia inverno, quando ci si reincontrerà, quando veramente le parole faranno le nuvole, e si spera che non facciano piovere.  Torneranno quei treni i Bologna-Venezia e viceversa, e la pianura forse sarà più bella anche da fotografare, nonostante la monotonia, anche con la nebbia, quando non si vede nemmeno il marciapiedi e ti senti annegare perduto nel muro bianco, che sia Ferrara, Bologna, Padova, o un paesino sperduto nell’Appennino.

E tornando ai treni, Vasco quel treno per la crescita artistica l’ha preso e dalla città estense ha fatto tanta strada in 10 anni, è maturato musicalmente e anche come scrittore, ad esempio il primo libro Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero” del 2009 e Anime galleggianti, scritto a quattro mani col grande Zamboni dei CCCP nel 2016, o Terra, diario di lavorazione, 2019.

Oggi ci fa compagnia leggendo e interpretando dei libri in diretta su instagram, ovviamente da casa ed è una cosa molto bella.

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