Jack Frusciante è uscito dal gruppo: storia di una generazione disobbediente

Di sicuro ha in mente questa ragazza che crede ancora che le persone siano quasi tutte buone. Vive praticamente in una casa in mezzo al bosco ed è venuta a salutarlo all’aeroporto, un giorno. E poi ha in mente quella volta al telefono, che il vecchio Alex credeva fosse la tal persona e invece era la madre. Di quella tale, intendo.
E ci sono anche tutti i pomeriggi passati sull’erba del giardino di una certa ragazza, una mezza pirata, ad ascoltare musica e parlare e.
Comunque no, non piange mica. E poi è un Girardengo, kazzo…

Diobbuòno cosa fila, adesso.
Ehi, dico, ma lo vedete?
Ma sì, ma sì, lasciamolo correre questo ragazzo, e date retta al sottoscritto che lo conosce da sempre. Se ha gli occhi un pochino lustri, è per via che il vecchio Alex, quando fila così come il vento

Sono passati idealmente 18 anni da quel giorno d’estate in cui il vecchio Alex veniva giù in bici da via Codivilla nel centro di Bologna, con le lacrime a scendergli sul volto per via del vento negli occhi o, molto più probabilmente, per l’essersi lasciato alle spalle una di quelle storie d’amore tardoadolescenziali che, quando finiscono, segnano il passaggio dall’infanzia alla vita adulta. Era quella l’Italia degli anni cruciali a cavallo fra la Prima e la Seconda Repubblica, degli assassinii di Falcone e di Borsellino, dell’avvento della società dello spettacolo di massa e del berlusconismo; un Paese sull’orlo di una crisi di nervi in cui il protagonista del romanzo sente di marcire più che di vivere, presentendo quell’angoscia generazionale che accompagnerà i giovani italiani per tutto il ventennio successivo.

Jack Frusciante è uscito dal gruppo è il romanzo d’esordio di Enrico Brizzi, pubblicato per la prima volta nel 1994 dalla casa editrice Transeuropa e divenuto, in brevissimo tempo, una vera e propria opera di culto, che ha girato per tutto il corso degli anni ‘90 quasi clandestinamente fra i banchi di scuole medie e superiori, al pari di un miracoloso oggetto proibito, come accadeva in quegli anni per i primi cd (rigorosamente masterizzati) dei Nirvana e degli Afterhours, per i VHS di Arancia Meccanica e di Trainspotting e per altri libri-culto come Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino e Fight Club. Ad un immediato e imponente successo di pubblico, non ha mai corrisposto un altrettanto interesse della critica letteraria: nonostante la vittoria del Premio Bergamo e la finale al  Campiello, il libro è stato precocemente archiviato come una storia d’amore fra post-adolescenti che può essere letta con leggerezza e fornisce alcuni spunti interessanti sia sul piano socio-politico, attraverso la descrizione del mondo visto dagli occhi dei giovani di allora, sia sul piano letterario, con il riferimento più che evidente al Catcher in the Rye di Salinger e l’utilizzo in stile Tondelli di un gergo giovanile fantasioso, sgrammaticato, senza punteggiatura, riflesso di una generazione in preda alla dispersione e alla mancanza di punti di riferimento).

La verità è che il libro d’esordio di Brizzi è l’autoritratto ineluttabile di una generazione di giovani che si scopre improvvisamente disobbediente nei confronti di una società consumata dal corporativismo e dagli interessi privati di una borghesia perbenista e arroccata su sé stessa. Che il libro sia un po’ scomparso dai radar, in particolare nel corso degli Anni ‘10 del Ventunesimo Secolo, è certamente legato a quel processo di generale impoverimento culturale imposto proprio a partire dalla nascita della Seconda Repubblica dalle classi dominanti del Bel Paese. Il “Jack Frusciante”  è la Storia di una generazione disobbediente, e riscoprire quest’opera può aiutarci a mettere meglio a fuoco ciò che siamo stati, siamo e potremo essere nel futuro in quanto comunità. 

Una storia spietata, innanzitutto, che non offre via di fuga ai giovani protagonisti, come mette in evidenza Martino, figlio di una famiglia benestante di “rottaryani”, finito nei guai per problemi di droga, nella lettera lasciata all’amico Alex prima di suicidarsi:

Mi fa troppo schifo vivere così, e ci sono troppo dentro per cambiare. Comunque, i miei sono dei poveretti. Non è per loro che ho deciso. È per me. Ho pensato e pensato, vecchio mio. E le mie conclusioni sono queste: se sei un barbone, un drogato, un immigrato, un albano, sei fottuto. Ti isolano, sei fuori dal gruppo. Poi, il gruppo ti lascia più o meno in pace e in disparte all’inizio, fino a quando non ne fai una troppo grossa, e allora finisci in galera. Se invece sei una persona normale, rispettabile, se sei nel gruppo, bene o male lavori per il gruppo. E questo non vuol dire necessariamente essere onesti. Anzi. I capi del gruppo sono tipo gli amici dei miei, gran stronzi pieni di soldi che cercano di controllare la gente. Con i partiti, con la censura, con i gruppi economici. Ne sai a pacchi di queste cose, tu, che sei una specie di inkazzato sociale.

Gli “inkazzati sociali” del “Jack Frusciante” vagano disorientati per i vicoli rinascimentali del centro storico di una Bologna allora ancora avanguardia del socialismo dal volto umano, ma già sulla soglia di quello sfaldamento geocivile esploso ai giorni nostri con la cancellazione dei luoghi sociali e la mercificazione dello spazio urbano. Fra “pomeriggi nichilisti”, “mal di testa cyberpunk” e “notti da cani giovani”, i post-adolescenti di Brizzi si sbronzano a via del Pratello, “si polleggiano” un po’ tra via Zamboni e la Feltrinelli sotto le Due Torri scambiandosi le poesie di Baudelaire e i cd dei Sex Pistols, “fanno fuga” al Bar degli Artisti per evitare le interrogazioni di fisica, fino a che che non arriva la domenica “inutile e triste come la birra senzalcool”, e allora fuggono in bici verso quella curva infinitamente luminosa che parte dai Viali, taglia il centro per Santo Stefano, Farini, Collegio di Spagna e Saragozza, e conduce alle pendici di San Luca e dei Colli, dove la parvenza di città si è già docilmente dissolta nel verde respiro degli alberi; e poi, intorno all’ora di cena, ritornare verso la città, in discesa con il vento del tramonto fra i capelli, magari in coppia, pensando che “se  un autobus a due piani si schiantasse contro di noi, sarebbe un modo sublime di morire”, come canta Morrissey in There Is A Light That Never Goes Out degli Smiths.

Tutto normale, si potrebbe pensare. Se non fosse per quella rabbia che monta dentro strisciando, espressa fra Salinger e Burgess, a colpi di “autoinkùlati”, di “puttansuore”, di “cinebrividi”, di “okkio al kranio, rottaryani”, di “pseudoculi” e di “semibaci”. Se non fosse per quel vuoto profondo dato dall’essere costretti costantemente a inseguire i traguardi prefabbricati e inconsistenti che dovrebbero condurre verso una vita per bene, e per quel presentimento della mancanza sostanziale di opportunità per affermare sé stessi. No, non esiste via di fuga in questa storia sbagliata dipinta da Brizzi narratore onnisciente: né l’amore, per quanto puro e innocente possa essere, come quello che lega il Vecchio Alex ad Adelaide, né la musica, altra grande protagonista del libro, possono scardinare un sistema che offre come uniche alternative il piegarsi al suo interno o il soccombere al di fuori di esso. Ed è così che disobbedire a tutto e tutti, trasgredire il senso comune, uscire dal gruppo, come hanno fatto J. Frusciante e l’amico Martino, ma soprattutto i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e molti altri disobbedienti, diventa l’unico atto possibile di resistenza.

… Anche quel giudice assassinato era un uomo che aveva tentato di uscire dal gruppo – rifletteva, rabbioso e in gabbia, il vecchio Alex – uno a cui non andavano bene le prepotenze e l’arbitrio dei forti, uno che aveva camminato controcorrente con l’acqua alla cintola, fino a quando non era arrivata un’onda troppo grande che l’aveva trascinato via. Era uscito dal gruppo, certo. E quando per il gruppo era diventato scomodo, l’avevano fatto saltare in aria con la moglie e tutti gli uomini della scorta… Il gioco era diventato durissimo, e l’indomani la profia di latino e greco, commossa, aveva appeso in classe, sotto il crocefisso alle spalle della cattedra, un foto ritratto del giudice assassinato. L’ora seguente, l’insegnante di chimica aveva fatto il suo ingresso semitrionfale in classe, fissato la foto, guardato gli studenti con aria interrogativa, domandato chi fosse il tizio della foto. Un istante più tardi era passata a interrogare sulla digestione, con particolare riguardo al bolo, chimo e chilo, giacché s’era indietro col programma, boys. Era questa l’Italia in cui stava marcendo.

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2 comments

  1. Articolo stupendo… non ringrazierò mai abbastanza la mia prof di letteratura del liceo che mi consigliò questo libro, mi ha davvero cambiato

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