Ecstasy: l’ultimo capolavoro di Lou Reed

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Per certi versi, Ecstasy può essere considerato l’ultimo album di Lou Reed, almeno in senso stretto. Pubblicato nell’Aprile del 2000, prima uscita del nuovo millennio per il cantautore, Ecstasy è l’ultimo album rock classico di Reed, sempre che si possa utilizzare un termine come classico per lui. Da quel momento in avanti la produzione di Reed comincerà infatti a diradarsi nel tempo e a farsi sempre più sperimentale, dal colto omaggio teatrale ad Edgar Allan Poe nel doppio The Raven (2003) fino alla cacofonia incontrollata ed incompresa di Lulu (2011, inciso insieme ai Metallica), passando per numerosi esperimenti elettronici sia in studio (Hudson River Wind Meditations, disco di musica per meditazione pubblicato nel 2007) che dal vivo (con la formazione del gruppo Metal Machine Trio).

Archiviati gli eccessi degli anni settanta (dai quali è riuscito miracolosamente a sopravvivere), le crisi d’ispirazione della seconda metà degli eghties, la clamorosa rinascita artistico-intellettuale avvenuta con la tripletta New York (1989), Songs for Drella (1990) e Magic and Loss (1992) e la controversa reunion dei Velvet Underground del 1993, Lou attraversa gli anni novanta con rinnovata ispirazione e con la compagnia della musa Laurie Anderson, alla quale dedica nel 1996 il suo Set The Twilight Reeling (nel quale, dopo tanto impegno, trova di nuovo spazio per un po’ di leggerezza).

Arrivato il momento di incidere il suo diciottesimo album in studio, che segna la prima collaborazione integrale col produttore Hal Wilner (che curerà tutti i suoi lavori futuri), Lou non deve dimostrare più nulla a nessuno e può lavorare con la consapevolezza di essere libero da ogni compromesso: spalleggiato da una delle più grandi band che abbia mai avuto (manca solo il compianto chitarrista Robert Quine), composta dell’ex cognato Mike Rathke alla chitarra, Fernando Saunders al basso e Tony “Thunder” Smith alla batteria (con interventi essenziali qua e là di una sezione di fiati, del violoncello di Jane Scarpantoni e del violino elettrico di Laurie Anderson), il rock ‘n’ roll animal intraprende un lungo viaggio musicale che ripercorre tutte le sue storiche influenze, dal rythm and blues alle forme più sofisticate del suo cantautorato, scatenando tutto il suo genio di poeta urbano nei testi, mai così belli e convincenti dai tempi di New York.

L’amore e il sesso sono il filo conduttore che lega tra loro i brani: sempre in bilico tra dolcezza e violenza, armonia e disordine, Ecstasy è un contenitore in cui storie inventate, ricordi autobiografici e riflessioni personali si mescolano senza sosta, alternando momenti di infinita dolcezza (la title track, Modern Dance) o di struggente malinconia (Baton Rouge) a scene di ordinaria follia (Mystic Child, Rock Minuet) e storie di relazioni sull’orlo del precipizio (Tatters). Per la cover minimale dell’album, il grafico Stefan Sagmeister decide di catturare un momento di estasi pura immortalando il volto di Lou (intento a masturbarsi dietro una tenda) nell’istante dell’orgasmo.

L’album si apre con Paranoia Key of E, un divertito R’n’B dal sapore rollingstoniano che si rivela un perfetto ponte tra l’album precedente e ciò che sta per seguire. Il gioco si fa più interessante già con la successiva Mystic Child: incalzati dal martellare incessante della batteria di Smith, Reed e Rathke distorcono il suono delle loro chitarre come non avevano mai fatto insieme fino a quel momento e, interrotto dai delicati interventi di Saunders al basso, Lou si ricorda di essere ancora un original wrapper e declama una folle poesia sulla perdita della ragione. Col blues più lento e tagliente di Mad torna il Lou Reed cantore delle relazioni in crisi che, con echi del suo capolavoro Berlin, racconta con una certa dose di ironia le esplosioni di rabbia di un uomo che ha tradito la moglie ed è stato scoperto.

Posizionata al quarto posto in scaletta, la splendida Ecstasy si dipana dolcemente, con la chitarra di Lou accompagnata dalle percussioni di Don Alias (già alla corte di Miles Davies in Bitches Brew) e dagli interventi del violoncello, mentre il testo si rivela uno dei più evocativi dell’intero album (Some men call me St. Ivory, some call me St. Maurice / I’m smooth as alabaster, with white veins runnin’ through my cheeks / A big stud through my eyebrow, a scar on my arm that says, “Domain” / I put it over the tattoo that contained your name).

Il rock solido di Modern Dance ci mostra invece un lato quasi inesplorato di Lou, innamorato come non mai della sua Laurie, che sogna di abbandonare la vita frenetica di New York e lanciarsi in un’avventura in giro per il mondo, in cerca di sensazioni e risposte nuove. Di questo brano poi è imperdibile il folle videoclip, qui sotto.

Con la notevole Tatters, sesto pezzo della raccolta, la musica entra in pieno nel territorio di Coney Island Baby (venticinque anni dopo lo storico brano), mentre il testo racconta il disfacimento ormai inevitabile di una coppia, che distrugge e riduce in brandelli anni di vita insieme.

Al settimo e all’ottavo posto in scaletta troviamo rispettivamente Future Farmers of America e Turning Time Around, due brani composti quattro anni prima per uno spettacolo teatrale di Robert Wilson dal titolo Time Rocker (basato sul romanzo La Macchina del Tempo di H. G. Wells) e già proposti dal vivo negli anni precedenti l’uscita dell’album: il primo è il brano più energico di tutto il disco, il secondo un’intima e lenta riflessione sull’amore e sullo scorrere del tempo.

Il livello dell’album continua a salire con le pregiatissime White Prism, racconto allucinato di un amore a tratti soffocante e morboso e Rock Minuet, una sorta di Street Hassle del 2000, che col suo lento incedere mette in scena con tensione crescente il delirio di un malato mentale, che uccide i propri amanti pensando alle violenze subite per mano di suo padre.

A stretto giro è il turno della sorprendente Baton Rouge: forse risalente addirittura agli anni settanta, il brano (completamente acustico, caso piuttosto raro nella produzione di Lou Reed) è un’amara dedica piena di rimpianti alla prima moglie di Lou, che riflette sul fallimento del loro amore e sulla sua incapacità di renderla infelice. Difficile non commuoversi di fronte ad un Lou Reed mai così fragile.

Fin qui, Ecstasy era già un album molto più che soddisfacente per il culture reediano, ma è ciò che arriva adesso che fa fare il salto definitivo all’opera: con la sua durata di diciotto minuti, Like a Possum è il punto d’incontro perfetto tra la follia narrativa di Sister Ray e il caos sonoro totale di Metal Machine Music. Interminabile, teso e dissonante, il brano si apre con oltre tre minuti del solo stridore di chitarre distorte, libere e selvagge, prima che la voce ringhiosa di Lou inizi a declamare, strillando, il folle testo che alterna momenti di puro nonsense (Good morning, it’s possum day / feel like a possum in every way, like a possum) a scenari degni dei migliori Velvet Underground (They’re mating like apes in the zoo / ah, one for me and one for you / wouldn’t it just be lovely / Another useless night in bed, ah, ah / by the Hudson River, the roller-bladers giving head / used condoms float, on the river edge’s head). Una sintesi perfetta, in poco meno di venti minuti, di tutto ciò che è stato Lou Reed fino a quel momento e, col senno di poi, un’anticipazione di ciò che arriverà negli anni successivi.

Dopo il breve strumentale Rouge (in cui Laurie Anderson riprende per un minuto la melodia di Baton Rouge al violino), l’album si chiude con la potente Big Sky, sei minuti e mezzo di puro rock durante i quali le chitarre rubano la scena e il cantato di Lou raggiunge livelli che non si sentivano da più di quindici anni.

Visto in prospettiva, Ecstasy è l’ultimo album da solista di Lou Reed (i successivi saranno collaborazioni), l’ultimo album nel senso più classico del termine e, soprattutto, un grande punto d’arrivo. Quando approda nei negozi non gode di enorme considerazione: Lou è una figura di culto, ma ormai stampa e pubblico guardano altrove. L’album viene molto apprezzato dagli appassionati ma è difficile vederlo citato, fatta eccezione per le retrospettive più accurate. Eppure Ecstasy è senza dubbio uno dei più grandi lavori del rocker newyorkese: un album straordinariamente compatto che, nonostante i quasi ottanta minuti di durata, non perde mai un colpo e non ha un singolo brano fuori posto. Un album che in realtà è il picco di una carriera straordinaria: forse non l’opera migliore, ma indubbiamente un punto di massima espansione, attraversato il quale non avrebbe più senso continuare con la forma rock tradizionale e diventa necessario percorrere nuove strade (o prendersi qualche rivincita storica, come l’acclamato Berlin Tour del 2006-2008).

Oggi, a diversi anni dalla dipartita di Lou Reed, diventa quasi imperativo riscoprire i suoi tesori nascosti e (quasi) dimenticati: Ecstasy si presta perfettamente ad essere il punto di partenza ideale per questo viaggio

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