Lou Reed + Metallica: l’inascoltabile genio di Lulu

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Talvolta aleggia un vago senso di desolazione all’idea che l’ultimo lavoro pubblicato da Lou Reed prima della morte sia l’ormai infausta collaborazione con i Metallica. È infrequente trovare una tale quantità di reazioni negative e tanto caustiche, soprattutto trattandosi di un lavoro di artisti dal vastissimo seguito. Esiste però un nocciolo di estimatori dell’opera che accusano le voci critiche di non avere i mezzi per capire l’arte di un disco come Lulu. E nonostante tutta la sua controversia, la verità su Lulu sta banalmente nel trito giusto mezzo.

Il primo passo per avvicinarsi a Lulu è sapere che è tratto da due pièce, oggi amalgamate in un’unica tragedia, del drammaturgo tedesco Frank Wedekind, maestro di Bertold Brecht. L’opera, una critica alla borghesia e al suo rapporto con la sessualità, tratta della vita della ballerina Lulu, un misto di sesso e violenza nella scalata sociale che la porta dalle strade di Berlino fino alla morte  a Londra per mano di Jack lo Squartatore.

In quest’ottica, forse già il primo verso dell’album – “I would cut my legs and tits off” – risulterebbe meno sconcertante. Di fatto, i versi di Lou Reed sono la vera forza di Lulu, tanto poetici quanto scabrosamente disturbanti (basti guardare anche solo il primo brano, Brandenburg Gate, impeccabile nell’unione tra metrica e retorica).

Superata l’osticità iniziale dei versi, il vero problema nella ricezione di Lulu resta, purtroppo, il risultato estetico. Sorvolando sull’estenuante lunghezza di molti dei pezzi, l’immagine più utilizzata nelle critiche al disco è quella di un vecchio ubriaco ritrovatosi per caso a registrare i suoi rantoli su delle basi ancora da sgrezzare. È innegabile la distanza tra il quasi parlato di Reed e l’esecuzione strumentale dei Metallica, ma soprattutto con il “contrappunto” di Hatfield, forse il vero anello debole del progetto: è necessaria molta buona volontà per non trovare esilarante, ad esempio, il verso “I am the table” gridato ripetutamente. L’impressione più ottimistica è che, in almeno la metà dei brani, il nesso tra ciò che Reed canta (e come lo canta) e quello che i Metallica eseguono sia perlopiù aleatorio.

Ed è qui che risiede il vero genio di Lulu. Le vicende di una probabilmente prostituta in ascesa, crude e vivide nelle immagini create da Reed, sono inaccostabili dai più, tanto quanto inascoltabile risulta la maggior parte del disco: una (non) musicalità che diventa suggestiva, accompagnando e rafforzando la poetica dei versi.

È difficile pensare che il risultato voluto da Lou Reed fosse diverso, soprattutto considerando a che punto della sua vita e della sua carriera questa collaborazione prese vita. Alla luce di quanto sopra, ecco spiegato come l’abusato giusto mezzo sia il miglior punto di vista per giudicare un’opera spiazzante come Lulu. Considerandone i molteplici pregi e difetti, e quasi come fosse un epitaffio, la sintetizzeremo così: inaccostabile, inascoltabile genio.

Miguel Forti

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