Perché Gigaton è un album tremendamente attuale

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La fotografia –Ice Waterfall– di Paul Nicklen, biologo marino e fotografo canadese, ritrae lo scioglimento della calotta di un ghiacciaio dello Nordaustlandet in Norvegia. Il distaccamento del ghiaccio ai poli si quantifica con il gigatone, ed equivale a un miliardo di tonnellate. Gigaton è anche il titolo dell’undicesimo album in studio dei Pearl Jam, e Ice Waterfall la sua copertina.

A sette anni di distanza da Lightning Bolt ne è passata di acqua sotto i ponti: governi che sono cambiati, compagni di viaggio che se ne sono andati, come Chris Cornell, e un pianeta che stiamo maltrattando sempre di più, senza renderci conto che siamo in un punto di non ritorno e che la visione di un fenomeno naturale come l’alba o un tramonto non è poi così scontata. Ma la speranza in un inversione di rotta ci mantiene in vita, in barba alla disperazione, alla rabbia e alla paura.

In Who Ever Said, traccia d’apertura del disco c’è tutto questo, rimarcato da un cantato e da una penna di Vedder affilata e rabbiosa più che mai, e una band che gira a dovere, complice la produzione di Joshua Evans – co-produttore del disco- focalizzata su un suono messo a fuoco dove spiccano le chitarre secche e taglienti. Un ottimo inizio. A seguire, Superblood Wolfmoon, e questa già la conosciamo, un brano che si lascia ascoltare ma che non mi ha entusiasmato, anche se il solo di McCready è notevole. Praticamente un interludio a quella che a mio avviso è la canzone più coraggiosa dei Pearl Jam da molti anni a questa parte: Dance of The Clairvoyants.

Il sound a noi familiare della band viene spazzato da un brano che odora di New Wave, Post Punk e di un’atmosfera insolita per i Pearl. Dance è veramente notevole, sia musicalmente con una struttura molto intelligente: una intro atmosferica, strofe cantate divinamente in bilico tra rabbia e paura, un ritornello che rimane in testa e a dispetto del testo ti fa dimenticare come i giorni del calendario stiano trascorrendo nella loro monotonia -di un’attualità allucinante- ed un bridge che ci porta nella seconda parte del brano: il capolavoro nel capolavoro di un pezzo dolceamaro, ma pieno di speranza.

In Quick Escape invece c’è un forte sussulto, come un’aereo che supera il muro del suono lasciando di stucco il suo pilota. C’è la guerra contro noi stessi, c’è la nostalgia per il mondo che non c’è più: in questo modo vanno letti i riferimenti a Kerouac, ai Queen e ai Led Zeppelin. Sì, perché la Kashmir nel deserto è un riferimento al viaggio di Plant che fece nel 1973 nel deserto e lo ispirò per la sua Kashmir. E in questo brano l’eco degli Zeppelin si sente eccome, con un rombante Jeff Ament -autore della musica- al basso, ma soprattutto Stone Gossard e McCready alle chitarre che creano delle atmosfere suggestive.

Con Alright si ha il tempo di rifiatare e di meditare, ed anche questa, come la maggior parte delle canzoni di Gigaton, lascia la speranza e la luce accesa in un mondo sempre più buio. Introspettiva. Seven O’Clock invece è una delle vette di Gigaton, una ballata ad ampio respiro, un sussurro con echi floydiani, grazie ad un arrangiamento che riporta a quella Comfortably Numb tanto amata da Vedder e company, ma anche allo Springsteen di Western Stars.

Ascoltandola sembra di essere in mezzo alla natura, liberi, magari incontrando qualche indiano nella sua riserva e parlando dei suoi antenati, tipo un Toro seduto che ha fatto posto ad uno stronzo seduto, così è definito Trump nel testo. Meravigliosa e un autentico inno alla libertà e alla voglia di lottare che è tutto nella vita.

“Freedom is as freedom does and freedom is a verb
They giveth and they taketh and you fight to keep that what you’ve earned
We saw the destination
Got so close before it turned
Swim sideways from this undertow and do not be deterred”.

Per quanto riguarda Never Destination, Take The Long Way -firmata nella musica e nelle parole da Matt Cameron- e Buckle Up di Stone Gossard, sono dei brani che si lasciano ascoltare, soprattuto i primi due con la loro andatura sostenuta, mentre Buckle Up a mio avviso è l’unico brano del disco che non convince.

Ed eccoci così al trittico finale di Gigaton: Comes Than Goes, Retrograde e River Cross. La prima è una ballad voce e chitarra, dalle oscure tinte blues e quando si tira in mezzo la musica che i neri cantavano per esorcizzare i diavoli in blu, non si può a non pensare alla tristezza delle parole di Eddie Vedder in questo brano, orfano di Chris Cornell e dei tempi in cui quei Kids erano alright, citando i Who. Una confessione a cuore aperto di Eddie che era molto legato a Chris, ragion per cui l’uscita di Gigaton era stata posticipata. Retrograde invece, vede la musica di Mike McCready confezionando una dolce ballad, veramente pregevole supportata da un’altra gran prova di Vedder al testo, ma è solo il preambolo a quella che è la ciliegina sulla torta del disco, River Cross. Vedder l’aveva già proposta da solista nei suoi concerti, suonandola su un organo del 1850. Fortunatamente l’ha ripresa con i Pearl Jam, e la canzone inizia con delle percussioni e quell’organo così solenne, per lasciare spazio poi alla voce di Vedder che è una carezza, un canto di speranza, un invito a nuotare contro la corrente, contro il malcontento perché l’unico modo per vivere è cercare di attraversare metaforicamente questo fiume pieno di paure ed arrivare dall’altra parte condividendo la luce e coltivando il positivo.

È la conclusione di un album, molto amaro, critico, attualissimo, ma anche pieno di speranza ed amore, e il brano è uno spiraglio di luce, perché la luce è salvezza e se condivisa, tutta insieme illuminerà un mondo troppo spento, ma che ritorneremo ad abbracciare, cercando di non fargli e non farci del male.

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