Chris Cornell: storia di un eroe generazionale

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“Se la sua musica mi ha salvato, perché l’autore di quella musica non è riuscito a salvare sé stesso?”

Un fan di Chris Cornell

Sono passati ormai due anni dalla scomparsa di Chris Cornell, ma ripensare a quel giorno di maggio fa ancora male: raramente si è assistito a un cordoglio tanto sentito, diffuso e spontaneo tra gli appassionati di rock, tra coloro che hanno oggi tra i quaranta e i cinquant’anni soprattutto, quelli che hanno vissuto l’epopea del Grunge e patito la scia di morti che si è tirato dietro, un cimitero di guerra senza croci bianche e prati verdi.

Raramente ho visto amici piangere così profondamente la perdita di un idolo di gioventù: non era stato tanto devastante per Kurt Cobain quanto lo è stato per Chris Cornell, eppure siamo tutti più grandi e assuefatti alle disgrazie della vita.

Aver vissuto il dramma da adulti ci ha coinvolti più in profondità: perché se un uomo di 52 anni decide di togliersi la vita – e apparentemente non avrebbe alcun motivo per farlo – significa che la sofferenza, di qualunque natura sia, è diventata insopportabile anche per un adulto nella sua piena forza e maturità – ma forse non nelle sue piene facoltà mentali: insopportabile al punto da fargli compiere un gesto non paragonabile alla morte autoinflittasi da tante rockstar perlopiù giovani e inesperte, travolte dall’improvviso successo.

Il suicidio di un uomo formato è una tragedia nella tragedia, che fatichiamo a comprendere e che ci toglie ogni certezza: quel gesto ci dice brutalmente che il cancro dello spirito esiste ed è un grumo nero di malessere che ti svuota dall’interno, poco alla volta.

La scomparsa di Chris Cornell ci ha resi più vulnerabili, terrorizzati nel sentire la morte entrare nel nostro perimetro esistenziale: ne abbiamo avvertito il tocco gelido, consapevoli che il male oscuro dell’anima non risparmia nemmeno un uomo maturo, padre di famiglia e artista realizzato ai più alti livelli.

La parabola di un eroe, quella di una generazione

Abbiamo capito quanto fosse importante solo quando ci ha lasciati: nel dolore abbiamo riconosciuto la sua presenza come riferimento imprescindibile per la nostra generazione, un fratello maggiore acquisito per affinità elettiva.

Chris Cornell e i Soundgarden lo sono stati per noi, fratelli maggiori, con la loro musica scura e potente che scuote le viscere, i testi che guardano nel pozzo nero dell’esistenza, la catarsi che riescono a innescare con vigore ineguagliabile: qualità che appartengono alla categoria estetica del sublime, un’eredità del romanticismo ottocentesco trasmessa anche al rock più maturo.

Provocava dipendenza avvicinarsi alla loro musica, così wagneriana e Sturm und Drang: troppo fisiche le sensazioni che trasmetteva – disperazione, solitudine, lotta interiore – e troppo intenso il dramma che mettevano in scena – il desiderio di annullarsi di chi si sente condannato alla sofferenza. Eppure avremmo voluto abitarle quelle canzoni, viverci dentro per provare ogni volta la sensazione di bagnarci nel dolore e riemergere, non più soli.

Aggrappati alle voci rabbiose e dolenti di Chris Cornell, Kurt Cobain e Layne Staley, ci siamo compiaciuti nel sentirci vittime del mondo e della vita, uniti a tanti coetanei con i quali potevamo condividere un malessere e sentirci parte di qualcosa di bello e grande: solo in questo senso il Grunge è stato un vero movimento, un brodo di energia primordiale nel quale ci siamo specchiati e sentiti legati.

Insieme a Chris Cornell siamo cresciuti passo dopo passo, abbandonando una lunga adolescenza nel momento in cui il Grunge tramontava e finiva l’avventura irripetibile dei Soundgarden.

Siamo diventati adulti lasciandoci alle spalle la musica rock per affacciarci al mondo del lavoro e della vita pratica: lo abbiamo perso di vista il nostro fratello maggiore, disinteressandoci al passato, troppo presi nel riflusso edonistico che ci faceva scavallare il millennio con spensieratezza.

Mentre Chris cresceva anche musicalmente grazie ad amicizie di prestigio (Jeff Buckley) e cominciava a pubblicare dischi solisti (Euphoria Morning), per noi il Grunge e le sue ambasce da ragazzini erano diventati un cimelio che prendeva polvere in cantina.

Nel corso del decennio ’00 ci siamo appassionati più alle nuove tecnologie che alla musica, sfiorando in pochissime occasioni quel passato un po’ rimosso. Come quella domenica pomeriggio, nel buio di una sala cinematografica, quando la sua voce è sbucata nella notte di Los Angeles a guidare il passo di un coyote che attraversa la strada – Collateral, “Shadow on the Sun” – facendoci sussultare e capire che ce l’aveva fatta, Chris Cornell era entrato nei salotti buoni di Hollywood.

E così era infatti: il ritrovato successo con gli Audioslave, il matrimonio glamour con Vicky Karayiannis e la nascita dei due figli, le amicizie nel jet-set cinematografico, la theme song per il James Bond di Casino Royal. Chris era diventato grande e conduceva una vita invidiabile, forse un po’ meno grunge, come i suoi fan ormai trentenni che avevano sostituito i camicioni di flanella con le polo Lacoste: di lui andavamo fieri, era uno di noi che era riuscito a compiersi e completarsi, ad arrivare in un qualche luogo nei pressi della felicità.

Lo abbiamo ritrovato a sorpresa in Italia nel 2010, ospite televisivo di Serena Dandini in un’esibizione vibrante con i romani Gabin; poi la reunion dei Soundgarden nello stesso anno, che ci ha fatto storcere il naso perché no, certe esperienze non si devono replicare e i sequel lasciamoli agli speculatori.

Chris Cornell è stato lo specchio dentro cui osservare noi stessi e come siamo cambiati, le nostre aspettative e delusioni: il legame che avevamo con lui era quello che unisce i gemelli, la parabola esistenziale che abbiamo condiviso è iniziata con la testimonianza di un disagio ed è finita con una sconfitta.

Nel mezzo, l’illusione di essere più integrati che apocalittici: ma non è durata abbastanza.

Gli eroi son tutti giovani e belli

La sua fine è stata traumatica: raccontare quei giorni significa mettere a nudo noi stessi con le nostre fragilità e propensioni all’autocommiserazione; le sindromi da Peter Pan che ci portiamo dietro e il rapporto con la nostra identità sfuocata.

Colpiti come da un lutto famigliare, ci siamo sentiti improvvisamente soli e spaesati: abbiamo pianto senza riuscire a smettere di pensare a lui, abbiamo riascoltato in loop le sue canzoni spinti dal bisogno fisico della sua voce.

Insieme a lui se ne è andata quella parte di noi legata all’adolescenza: per non perderla abbiamo cercato di ricongiungerci con il nostro io ventenne, lo abbiamo abbracciato e consolato per la perdita incolmabile. Per poi chiederci: chi siamo noi, adesso? Siamo migliori di trent’anni fa? Siamo felici e soddisfatti della nostra vita?

Domande che Chris Cornell sapeva avrebbe rivolto anche a sé stesso prima o poi, consapevole che la fine della giovinezza è come una cacciata dall’Eden e il tradimento dell’innocenza una necessità ineluttabile.

“Tutto ciò che ho temuto ha preso vita / tutto ciò che ho respinto è diventata la mia vita / … e ora mi sento intrappolato / Perché sono caduto in giorni oscuri”

C’è un elemento che colpisce nell’iconografia grunge: è la sfolgorante bellezza di quella gioventù, che a discapito delle etichette di sporca e trasandata non riusciva a nascondere la fisiognomica da nice guys che aveva impressa nei volti. Bravi ragazzi cresciuti con la tv che si atteggiavano a maledetti: l’angelico Kurt e il cristico Chris, figure perfette per un dipinto rinascimentale.

Guardandosi allo specchio e ritrovando la luce del ragazzo che era stato, Chris Cornell avrà pensato che sopravvivere a sé stessi è un fardello troppo pesante per chi ha le stimmate dell’eroe: andarsene per tempo è il vero privilegio toccato a pochi fortunati.

“Sono stanco, sono solo stanco”

Sono state le ultime parole che ha pronunciato prima di togliersi la vita, nella telefonata alla moglie Vicky da una camera dell’MGM Gran Casino Hotel di Detroit.

Di quella notte, di com’è stata raccontata dai media, ci rimane un’immagine atroce: lui appeso alla porta del bagno con un laccio elastico intorno al collo.

Ci rimane la pietà verso un uomo che ha provato a ingannare la morte per tutta la propria esistenza, quella morte che gli ha portato via gli amici migliori, uno per volta, come un killer che segue una scaletta precisa: il prossimo sei tu, gli diceva una voce nella testa, e il suo cuore di ragazzo le ha dato ascolto, stanco di sentirsi un reduce graziato dal destino.

Ci rimane lo sgomento per i troppi talenti bruciati, fiamme incandescenti che hanno lasciato mucchi di cenere: ma solo il calore può incidere il ricordo a ferro e fuoco.

Ci rimane la sua voce che continua a lottare e confortarci, urlo di guerriero e pianto di dannato: possiamo ancora sentirla dentro di noi.

Perché tu eri uno di noi, Christopher Cornell.

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