Giorgio De Chirico e il significato della Metafisica

Per quanto ci risulti difficile pensare oggi in termini “metafisici”, e la stessa parola ci appaia poco versatile, perfino ostile, ci stupirebbe pensare che essa rappresenta l’esatto rovescio di quello che ci circonda tutti i giorni. Non si tratta esattamente di opporre il concreto all’astrazione, non era questo, perlomeno, che intendeva Giorgio De Chirico tentando di definire la sua opera artistica. Per quanto l’espressione “pittura metafisica” possa risultare paradossale, si riferisce all’impresa di mostrare una realtà oltre la mera percezione del dato sensibile, colto esclusivamente attraverso i cinque sensi. Egli infatti scrive:

“L’opera d’arte metafisica è quanto all’aspetto serena; dà però l’impressione che qualcosa di nuovo debba accadere in quella stessa serenità e che altri segni, oltre a quelli già palesi, debbano subentrare sul quadrato della tela. (…) Così la superficie piatta d’un oceano perfettamente calmo ci inquieta non tanto per l’idea della distanza chilometrica che sta tra noi e il suo fondo quanto per tutto lo sconosciuto che si cela in quel fondo.”

In una parola, l’intento di rappresentare attraverso il mondo fisico ciò che lo trascende.

La torre rossa (1913)

E nel delineare questa nuova definizione di pittura, l’eredità classica antica quanto la modernità vi confluiscono, tanto che l’opera d’arte stessa diviene un enigma. Oltre a trapiantare le figure e i motivi tipici della Grecia classica, De Chirico ne fa propria la cultura pittorica, già solita spingersi oltre l’apparenza superficiale del mondo che si dà alla visione. Eppure, la novità sta tutta nel modo in cui trasla tali elementi, snaturandoli, dando luogo a una realtà insolita, deviata nel tempo e nello spazio. Sono proprio le coordinate, infatti, a mancare: la prospettiva è stravolta, o non rispettata, mentre risulta impossibile sciogliere l’ambiguità della circostanza temporale. Per di più, la figura umana è assente, completamente esclusa dalla rappresentazione dechirichiana: i soggetti dei suoi dipinti sono immagini statiche, sia che essi siano manichini, statue o ombre animanti un’atmosfera immobile.

Il ritorno di Ulisse (1968)

Il suo testamento artistico, pure non molto noto, Il ritorno di Ulisse (1968) riassume tutti i tratti caratterizzanti della tanto cara Metafisica. Ulisse, suo ideale alter ego, solca il mare con una barca a remi nel mezzo di una stanza arredata, come se la distesa d’acqua fosse parte integrante dell’arredamento, quasi una pavimentazione o un tappeto. La rappresentazione della stanza rimanda a una sorta di museo che l’artista innalza in memoria di se stesso: il dipinto sulla destra è il tipico espediente del “quadro nel quadro”, in quanto riproduce il celebre motivo della Piazza d’Italia dei primi anni della Metafisica. Fondamentali i dettagli della porta semiaperta sullo sfondo e della finestra che s’affaccia sul paesaggio archeologico: rimando a una dimensione al di là della realtà contingente, rappresentati dall’enigma (l’ombra oltre la porta) e dal passato (il paesaggio col tempio greco della finestra). Una ricerca a cui egli stesso ha dedicato tutta la vita, così come riporta un’epigrafe scolpita in un cartiglio dell’artista:

“Et quid amabo nisi quod rerum metaphysica est?”

(“E cosa amerò se non ciò che è metafisica?”)

Cover Image: Piazza d’Italia (1950-51)

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