La definizione di tempo secondo Einstein, Nietzsche e Novikov

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Molte volte si fa fatica ad afferrare la forma reale di ciò che banalmente si presenta alla nostra vista, oppure sibila al nostro udito. La difficoltà nasce dall’immersione totale in una dimensione che può essere abitata ma non osservata dall’esterno. Ecco, il tempo è esattamente un’entità di questo tipo: talmente presente nella nostra vita che non è possibile staccarsene e comprendere pienamente la sua essenza.

Una delle riflessione che, a mio avviso, riesce maggiormente a catturare la natura del tempo è quella offerta da Sant’Agostino ne Le Confessioni (398).

“Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so”.

Il tempo scorre attraverso la nostra esistenza e, specularmente, la nostra vita viene scandita dal tempo, un po’ come le lancette di un orologio. Noi abitiamo il tempo nello stesso modo in cui le lancette abitano l’orologio: manifestazione fenomenica del fluire temporale. Offriamo la nostra fisicità, lasciando che il tempo scandisca il divenire e si nutra di noi.

La nozione comune di “tempo” – paradigma della fisica fino all’inizio del XX secolo – si frantuma di fronte al genio di colui che ha segnato il passaggio dalla fisica classica alla fisica moderna: Albert Einstein. Sino ad allora, si era consolidata l’idea scientifica – aderente al senso comune – che il tempo fosse, al pari dello spazio, un’entità assoluta, indipendente dagli osservatori e percepito sempre nello stesso modo, al di là della loro collocazione spaziale. Ogni evento, dunque, si collocava lungo una linea unidirezionale, in modo da stabilire inequivocabilmente la distinzione fra passato, presente e futuro.

Interessante sottolineare che, se ogni evento scorre attraverso questa triade lineare unidirezionale e costituisce un’istanziazione del fluire temporale, allora solo il presente è reale, perché il passato non esiste più e il futuro non esiste ancora.

“[…] la distinzione tra passato, presente e futuro sia soltanto un’illusione, anche se ostinata”.

Einstein

La celebre citazione del genio della fisica, con cui si apre Dark (2017), serie tv targata Netflix, mina tuttavia le fondamenta del nostro modo di pensare lo scorrere del tempo. Con la teoria della relatività ristretta, Einstein teorizzò che il tempo non fosse assoluto, ma relativo a due variabili: la velocità e il riferimento spaziale degli osservatori. Per essere ancora più precisi, è la distanza temporale (intervallo) fra due eventi a essere relativa alle variabili appena citate. Questo significa che l’intervallo di tempo che intercorre fra un evento A e un evento B differisce da osservatore a osservatore.

Albert Einstein

Non a caso da Einstein in poi si parlerà di spaziotempo (o cronotopo) per indicare la struttura quadridimensionale dell’universo, dove alle tre dimensioni dello spazio – lunghezza, larghezza e profondità – viene aggiunta la dimensione del tempo. Ogni evento fisico avviene in questo teatro cosmico ed è definito da queste quattro coordinate.

Non c’è da preoccuparsi se non si riesce ad afferrare pienamente una simile idea: noi siamo esseri tridimensionali, che pensano tridimensionalmente, appunto. Rispetto alla quadridimensionalità, ci troviamo nella stessa condizione di una formica – un essere bidimensionale proiettato nel nostro campo tridimensionale – nella misura in cui il suo sistema fisico di coordinate è definito unicamente da lunghezza e larghezza.

La formica infatti non ha un’altezza, o meglio, la propria altezza è irrilevante per il suo sistema fisico di coordinate; poiché è proprio l’altezza a fornire la profondità, il piccolo insetto non è in grado di catturare questa qualità dello spazio e, di conseguenza, la tridimensionalità. Vedendo un uomo attraversare una stanza, luogo tridimensionale, la formica non riuscirebbe a comprendere la possibilità di quel tipo di movimento: sarebbe – sempre per l’insetto – come se l’uomo si fosse teletrasportato da un punto della stanza ad un altro.

Ovviamente anche la formica può muoversi nella stanza, ma può farlo solo in lungo e in largo, o ancora meglio, riesce a concettualizzare il suo movimento solo attraverso queste due dimensioni. Per lei la stanza non è un cubo, ma un unico piano, bidimensionale appunto.

Ecco, l’uomo si trova nella quadridimensionalità esattamente nello stesso modo in cui una formica si trova nella tridimensionalità.

Ma torniamo al nostro protagonista. Con l’avvento della meccanica quantistica il tempo ha dunque cambiato la propria qualità ontologica – passando da assoluto a relativo – ma non la propria qualità fisico-geometrica. Sulla scia del celebre fiume eracliteo, il divenire – inteso non solo come movimento ma anche come mutamento, dunque nello spazio e nel tempo – fluisce perpetuamente, garantendo alla realtà un’illimitata dinamicità. Il tempo è sempre una linea retta, lungo la quale, tuttavia, non è garantito che questo scorra sempre e per tutti nello stesso modo.

Eppure, nonostante quella lineare sia la concezione del tempo che più ci è familiare – eredità della tradizione ebraico-cristiana –, sin dall’Antica Grecia, in particolare con lo stoicismo, è andata sviluppandosi l’idea di una struttura ciclica del tempo, determinante nella continua morte e rinascita dell’universo. Mescolandosi con la mitologia classica e l’ineluttabilità del destino, con cui si scontra un’umanità impotente di fronte al volere degli Dei, il tempo appare l’elemento dialettico del quale si veste la ciclicità del fato, andando a dilatare il nesso causa-effetto.

Friedrich Nietzsche

L’idea del tempo circolare ha percorso, in modo frammentato, la storia dell’umanità, giungendo a colui che ne ha fatto uno dei capisaldi del proprio (anti-)sistema filosofico: Friedrich Nietzsche. L’Eterno Ritorno dell’Identico sentenzia ogni momento della nostra vita – un’azione, una frase, un pensiero – condannando lui a ritornare eternamente e noi a riviverlo innumerevoli volte.

Nonostante l’esposizione più esaustiva della dottrina dell’eterno ritorno appartenga a Così parlò Zarathustra (1883-85), la sua prima formulazione si rintraccia già ne La gaia scienza (1882). Il filosofo tedesco immagina un demone che durante la notte striscia nella mente dell’umanità, lasciando in dono il “peso più grande” che un uomo possa sopportare, un “pensiero abissale”.

“Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni cosa indicibilmente piccola e grande della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra gli alberi e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta – e tu con essa, granello della polvere!”

(pp. 248-249)

L’uomo comune non ha gli strumenti per affrontare una simile idea perché, in ultima analisi, significherebbe ammettere di non aver un controllo sulla propria vita. Sarà dunque compito dell’Oltreuomo, colui che ha riconciliato essenza ed esistenza, colui che ha superato la condizione mediocre della cultura occidentale rivelandone le contraddizioni, dettare le condizioni del superamento di un simile ostacolo.

È un ritorno alla vita, alla pulsione degli istinti, all’importanza del presente – decisamente in chiave anticristiana. Non c’è più una fine alla quale rivolgere il proprio sguardo né un passato al quale rimanere ancorati, pesi che gravavano sull’attimo presente, il quale dunque veniva svuotato di significato. Futuro e passato non divorano più il presente, perché è ora esso stesso a contenerli entrambi.

L’uomo felice è colui che accetta la vita pienamente, dopo aver maturato il desiderio che ogni attimo ritorni eternamente, in quanto forma della propria volontà individuale. Il “così fu” del passato viene trasformato dall’Oltreuomo nel “così volli che fosse” dell’eterno presente. La struttura ciclica del tempo mostra, per chi è in grado scrutarla, la pienezza dello spirito.

Il tempo, uscendo da speculazioni filosofiche e teorie fisiche, si è prestato anche alla letteratura e al cinema. Sono molti i film, ad esempio, che negli ultimi 40 anni hanno trattato la dimensione temporale, agganciandosi sempre – o quasi – all’idea dei viaggi nel tempo.

La dinamica iniziale è sempre lo stessa. I protagonisti, mossi dal desiderio di cambiare il loro presente, tornano nel passato al fine di modificare un episodio x che – essi suppongono – darà il corso ad una nuova catena di eventi in grado di cancellare quello stato di cose indesiderato, punto di partenza delle loro peripezie.

Ed ecco che la trama può strutturarsi in due differenti modalità, modellandosi sulla forma geometrica del tempo. In un caso, seguendo la linearità degli eventi, il cambiamento di un avvenimento passato porta alla creazione di realtà alternative, quasi come se quella linea, dal momento x in poi, desse origine a infinite linee. Nell’altro caso, essendo la struttura del tempo circolare, ogni tentativo di modificare un evento del passato contribuisce, al più, a creare quello stesso presente dal quale i protagonisti scappano. Ogni evento è irrimediabilmente e necessariamente collegato a qualsiasi altro evento, in un cerchio chiuso, senza inizio né fine.

Sul primo caso si adagiano film come, ad esempio, Ritorno al futuro (1985), Looper (2012) e X-Men – Giorni di un futuro passato (2014), o serie tv come 22.11.63 (2016) – tratta dall’omonimo romanzo di Stephen King. Gli esempi che sfruttano la seconda idea di temporalità si sprecano: da serie tv come Lost (2004) e Dark a film come Terminator (1984), Predestination (2014) e Interstellar (2014). Il tempo lineare permette ai protagonisti di cambiare il passato e, di conseguenza, il presente. Il tempo circolare rende invece il passato immutabile.

Igor’ Dmitrievič Novikov

Nella seconda metà dello scorso secolo l’eterno ritorno della temporalità si è arricchito della teorizzazione scientifica del fisico russo Igor’ Dmitrievič Novikov. Il principio di autoconsistenza di Novikov afferma che il passato è immutabile, nella misura in cui ogni evento è determinato causalmente non solo dagli eventi che lo precedono ma anche da quelli che lo seguono.

Il tempo è un “sistema chiuso” nel quale ogni stato di cose è dunque determinato non solo dal passato ma anche dal futuro, facendo del nesso causa-effetto un elemento che agisce in modo bidirezionale. La causalità è, in tal senso, totalmente assorbita dalla struttura ciclica del tempo, che ne fa una semplice spettatrice dinnanzi al proprio spettacolo.

Alla luce di quanto detto, il risultato paradossale di chi cerca di cambiare il presente – cambiando il passato – si rivela nel fatto che egli al più contribuisce, in maniera più o meno determinante, alla creazione di quel presente dal quale è partito. Così i protagonisti, ogni volta, tornando nel passato danno origine a quella linea temporale – in realtà un cerchio – che avevano intenzione di distruggere.

Accade puntualmente, infatti, che il futuro influenzi il passato in un modo radicalmente opposto a quanto voluto dai protagonisti. Ciò che si crea non è mai una realtà alternativa a quella attuale, dalla quale provengono, ma piuttosto il compimento di quello stato di cose punto di partenza del loro viaggio e che invano hanno cercato di modificare. Ogni tentativo di correggere la successione temporale si rivela determinante nella realizzazione della stessa.

Metafisicamente parlando, sembra che il tempo abbia una propria volontà, nonché una propria coscienza, e non accetti di venir smembrato da un essere insignificante come l’uomo. Il tempo si auto-corregge, rimargina le ferite provocate dai suoi viaggiatori, facendosi beffa del loro desiderio di cambiare il suo disegno.

Anche lasciando il campo della fantascienza dei viaggi nel tempo, l’idea del tempo circolare si porta dietro un pesante corollario, quello secondo cui passato, presente e futuro sembrerebbero dissolversi e ricrearsi perpetuamente, all’intero di una struttura del tempo, paradossalmente, a-temporale. Una sorta di surrogato umano dell’eterno presente di Dio.

Il segreto, sussurrato da Sant’Agostino e urlato da Nietzsche, ha a che fare con la capacità dell’umanità di svestirsi della necessità di una risposta universale. Anche se destinata a ripetersi in eterno, ogni scelta dell’uomo determina quello che è, sia in senso pragmatico che psicologico. Accettare le proprie scelte significa accettare se stessi: significa accettare la vita.

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