Il Buco: la spiegazione filosofica del film Netflix

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Questo articolo rivela elementi importanti della trama e della spiegazione de Il Buco, il film Netflix diretto da Galder Gaztelu-Urrutia, svelandone il significato, gli eventi e le prospettive migliori per apprezzarne i pregi. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

Il film di Galder Gaztelu-Urrutia, Il buco, rappresenta un’idea carica di significato simbolico e densa di tematiche che spaziano dalla psicologia dell’individuo, all’esistenzialismo dello stesso di fronte alle difficoltà che ti si pongono davanti, fino alla nobile causa che muove il superuomo nietzschano nel suo barcamenarsi nel corso della vita. Un film, dunque, che si impatta con un certo impeto sul pubblico spettatore.

Il film parla di una prigione che vede la propria disposizione posta in verticale, ogni piano ha una cella e al centro di ogni cella vi è un buco attraverso cui passa la piattaforma che, dal primo piano fino all’ultimo, porta il cibo per i detenuti. Il cibo, come può subito saltare alla mente, man mano che la piattaforma scende verso “la fossa”, come viene definita dagli stessi personaggi, non sarà della stessa quantità del piano precedente. Questo è il primo aspetto che il regista mette in risalto, ovvero che il cibo è il segno semiotico di una logica specifica che caratterizza l’intenzione della struttura particolare del carcere. Più la piattaforma scende verso il basso meno cibo riporta, dunque, vi è una differenza imposta tra i vari detenuti, ma che risulta mobile. L’aggettivo “mobile” mette in luce un altro aspetto molto interessante del carcere in questione. I detenuti, ogni mese, cambiamo cella.

L’ultimo giorno utile vengono addormentati con del gas e poi risvegliati, all’inizio del nuovo mese, all’interno di una cella che può essere tra le destinate ad usufruire di più cibo o tra le destinate ad una piattaforma totalmente scarna di provviste. Sta in questo il dardo esistenziale dei detenuti, un connotato che fa della prigione una novità in quanto a ricerca di forme di sperimentazione sociale. La struttura del carcere richiama, ovviamente l’identità archetipica del Panopticon di Jeremy Bentham, poiché i detenuti non vedono altro che i propri compagni o di cella o di carcere, ma non vedono il proprio carceriere che a sua volta vede loro. Esempio di tale dinamica è rappresentato dal fatto che, Goreng, il protagonista, rischia di far bruciare vivi sia sé stesso che il suo compagno di cella Trimagasi, perché all’inizio è scettico di fronte al fenomeno del cibo, ipostatizzante per la prigione, e pensa di potersi tenere in tasca l’unica mela sana che si ritrova sulla piattaforma anche quando questa è scesa al piano di sotto, per mangiarsela in un secondo momento.

Dunque, che il cibo sia una forma di rappresentazione del conflitto tra i singoli individui è ben chiaro, poiché è in virtù del cibo e della sua mancanza, che l’uomo perde il lume della ragione. La visione di una “solidarietà spontanea”, come viene definita all’interno del film, che presupponga che ad ogni livello si mangi il cibo per razione calorica necessaria ad ogni individuo, in virtù della preoccupazione per l’altro, sembra alquanto utopica e pretenziosa, poiché l’uomo è per natura, contestualizzata al nostro sistema sociale, individualista. La massima di Hobbes, conosciuta e ritrattata continuamente, che si identifica nel detto “homo homini lupus”, rispecchia questo alienante individualismo che boicotta qualsiasi intenzione di solidarietà.

Per tale ragione sembra del tuo utopico il pensare, in certi contesti in cui la sopravvivenza diventa l’unico spiraglio di luce, in termini di solidarietà con il tuo Altro. Dunque, in virtù di questa osservazione riguardo all’essere solidali, vi è un fenomeno prodotto che risulta come si stesse parlando dei termini di un’equazione. Man mano che la piattaforma scende, come precedentemente dicevamo, il cibo scarseggia, fino a quando si arriva ai piani più bassi e, mancando il cibo, i detenuti perdono il lume della ragione. Nella perdita della ragione si produce il cannibalismo, che diventa, per l’appunto, il segnale non soltanto del ritrovarsi ad un piano particolarmente inferiore, ma che risulta anche essere il segno di quel totale bisogno di sopravvivere che si sintetizza nella locuzione latina “Mors tua vita mea”.

Tutti i detenuti, quando vengono riportati dentro la prigione, chi volontariamente e chi per colpa effettiva, scelgono un oggetto da portare con sé per tutta la permanenza prestabilita. Goreng, il protagonista, scegli di portare con sé un libro, il Don chisciotte, il quale sembrerebbe una scelta che ha del romantico ed intellettualistico, dato il luogo da preda della follia in cui si ritrova, ma che in realtà fa da specchio per il senso al quale viene rimandato lo spettatore. Goreng, nel momento in cui, verso la fine della sua condanna (doveva scontare 6 mesi), si ritrova al sesto livello in cui avrebbe il privilegio di usufruire di qualsiasi pietanza possibile, comprende, anche attraverso il suo nuovo compagno di cella, che in realtà il sistema in cui si ritrovava non veniva contrastato con l’adattarsi, aspettando che ti capitasse il meglio in quanto al posizionamento nei piani, ma risiedeva nel sacrificarsi affinché qualcosa cambiasse e arrivasse un reale messaggio alla famosa “amministrazione” di cui si fa continuamente menzione.

Dunque, il nostro protagonista sceglie di scendere verso la fossa e di distribuire il cibo secondo razione in modo che si distribuisca equamente, con l’aiuto del suo nuovo compagno di cella, Baharat. L’impresa ha del cavalleresco nel senso donchisciottiano del termine, poiché è ardua e date le reali dinamiche di quella specifica realtà sembra che sia impossibile rispetto alle aspettative del nostro eroe (Goreng) ed in questo, Baharat, funge per davvero da Sancho Panza, cercando di razionalizzare le intenzioni del protagonista (che funge da Don Chisciotte), facendogli capire che sembra qualcosa di impossibile da portare a termine. Ma in questo frangente della narrazione, il messianismo di cui si era rivestito Goreng, di fronte alle ardue imprese che si era prefissato di portare a termine, avrà la meglio e dunque, con sbarre d’acciaio alle mani e a cavallo della piattaforma che riporta il cibo per i vari piani, scenderà con il suo aiutante Baharat (il Sancho Panza della situazione) verso la fossa più profonda.

L’aspetto più affascinante del film non è tanto il fatto che nel tema della redistribuzione del cibo vi sia insita la lotta di classe, poiché questo potrebbe anche risultare un’interpretazione banale e scontata, ma tale aspetto risiede nel come sono stati interpretati certi punti della letteratura classica che vanno da Don Chisciotte, per l’appunto, presentificato nel film attraverso la lettura concreta delle sue pagine, fino a Dante con questa simpatica allegoria all’immersione nella fossa che sarebbe il vero Inferno. Dunque, basandoci su un’interpretazione più letteraria del film potrebbe anche capitare che in fondo questo finale così inquieto e soprattutto incerto, che ha lasciato molto a desiderare il pubblico, in quanto aperto a svariate interpretazioni, potrebbe lasciare qualche speranza e qualche piccolo spiraglio per pensare che in fondo, il potere, può essere sovvertito e contrastato.

Su questo punto, in cui si delineano aspetti di un Superuomo pronto a perdere tutto pur di arrivare a congiungersi con la propria causa, si innesta il fatidico viaggio dell’eroe in cui quest’ultimo è ben consapevole delle peregrinazioni e dei pericoli che il suo cammino comporta. Da Don Chisciotte a Dante, da Frodo Beggins a Neo Anderson, Goreng affronta i suoi demoni, che archetipicamente nella storia dell’Eroe sono incarnati dal temibile Drago, procedendo a spada tratta verso il suo destino, senza guardarsi indietro e senza farsi abbindolare dalle paure.

Il film, dunque, mette in risalto la grande metafora dell’esistenza attraverso questa sfaccettatura dell’eroe spingendo l’uomo ad abbracciare i drammi della propria esistenza.

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