Suspiria: la spiegazione e i pregi del capolavoro di Dario Argento

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Questo articolo rivela elementi importanti della trama e della spiegazione di Suspiria di Dario Argento, svelandone il significato, gli eventi e le prospettive migliori per apprezzarne i pregi. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

“Susy Bannion decise di perfezionare i suoi studi di balletto nella più famosa scuola europea di danza. Scelse la celebre accademia di Friburgo. Partì un giorno, alle nove di mattina, dall’aeroporto di New York, e giunse in Germania alle dieci e quarantacinque ora locale”

Dario Argento, nell’introduzione del film

Quando Suspiria arrivò per la prima volta nei cinema, il mondo non aveva ancora visto qualcosa di simile sul grande schermo. Il regista Sam Raimi ricorda così la sua prima visione del capolavoro di Dario Argento:

“Quando vidi Suspiria a Detroit il pubblico impazzì completamente: volavano i pop corn, accadeva di tutto. Questo è Cinema!”

Suspiria è il cinema che torna ad essere una pura esperienza sensoriale: a differenza di quello che accadrà col successivo Inferno, in Suspiria c’è ancora una trama (seppur ridotta all’osso) ma ciò che conta, ciò che fa il film, è l’uso delle immagini, del colore, degli effetti sonori, della straordinaria e martellante colonna sonora prog dei Goblin e di tutto ciò che può trafiggere come una coltellata i sensi dello spettatore.

Suspiria è un film di pura avanguardia che, nel 1977, torna alle origini espressioniste del cinema, al Nosferatu di Murnau. Nulla in questo film è realistico, tutto è sopra le righe: bastano le primissime inquadrature per rendersi conto che l’illuminazione del film non segue alcuna logica di realismo e, proseguendo con la visione, ci si rende conto in fretta che anche i comportamenti delle protagoniste sono troppo bambineschi per essere davvero credibili. Questo potrebbe sembrare un difetto, specialmente oggi che sono passati diversi decenni dalla sua uscita, ma non bisogna lasciarsi ingannare: Suspiria è la materializzazione su schermo di un incubo, dove la logica cede il posto all’irrazionalità più sfrenata e dove le paure più profonde dell’essere umano si materializzano nelle immagini più impensabili.

Suspiria comincia a prendere forma poco dopo l’uscita di Profondo rosso, l’altro capolavoro di Argento. Con Profondo rosso il regista ha spinto all’estremo le possibilità del genere giallo, arrivando ad inserire un marcatissimo elemento sovrannaturale nella trama. Ora è arrivato per lui il momento di spingersi oltre e di abbracciare il sovrannaturale a trecentosessanta gradi. Profondo rosso ha anche segnato l’inizio del legame artistico e umano con Daria Nicolodi, che ora è pronta a collaborare con Argento per la stesura del soggetto del suo nuovo film. Tutto parte da un ricordo infantile della Nicolodi: pare infatti che sua nonna, la pianista francese Yvonne Loeb, le abbia raccontato di essere fuggita in gioventù da un istituto musicale che si era rivelato in realtà una scuola di magia nera. Da qui il pretesto per la trama: una ballerina americana giunge a Friburgo per frequentare una prestigiosa accademia di danza, scoprendo che quel luogo è in realtà un covo di streghe.

Le fonti d’ispirazione sono principalmente le fiabe; Biancaneve, Barbablù e Alice nel Paese delle Meraviglie in primis: Argento ha in mente una bambina che si aggira tra i corridoi di un sinistro edificio liberty, circondato dalla Foresta Nera. Porte che scricchiolano, strani rumori e macabre scoperte sono l’ingrediente essenziale. Oltre alle fiabe viene incontro al regista la lettura di Suspiria De Profundis, il libro di Thomas De Quincey, seguito de Le confessioni di un mangiatore di oppio, nel quale l’autore descrive l’incontro con le Nostre Signore del Dolore: Mater Lacrimarum, Mater Suspiriorum e Mater Tenebrarum.

Affascinato dalla lettura, Argento decide di intitolare Suspiria il suo soggetto e di utilizzare nel film la figura di Mater Suspiriorum, la Regina Nera, che si nasconde nelle vesti di Elena Markos, direttrice dell’accademia di danza al centro delle vicende.

Se le fonti d’ispirazione del film sono quanto di più classico ci possa essere (il ritorno alla fiaba), come del resto lo è anche la realizzazione tecnica, il risultato finale fa fare al cinema dell’orrore (e non solo) un notevole balzo in avanti. La fotografia di Suspiria è realizzata dal maestro Luciano Tovoli che, oltre a fare grande sfoggio di lenti anamorfiche e filtri, filma l’opera in Technicolor Process 5 utilizzando una pellicola Kodak a bassissima sensibilità, che richiede una notevole quantità di luce per essere impressa ma garantisce una profondità di campo ineguagliabile. Per l’illuminazione vengono utilizzate luci ad arco, ricoperte da stoffe colorate ed avvicinate il più possibile ai volti degli attori.

Argento, ormai libero da ogni minimo legame col realismo richiesto dal thriller, smette di preoccuparsi di dare un significato alla provenienza delle luci all’interno dell’inquadratura e quello che ne consegue è qualcosa di incredibile. Suspiria ha i tagli di luce impossibili del cinema espressionista tedesco, le secchiate di colore dei film di Mario Bava e una fantasia negli elementi visivi che non si vedeva da classici del cinema fiabesco come Il Mago di Oz e Biancaneve e i sette nani. Non è più un horror gotico (come la maggior parte di quelli di Bava) e, sebbene abbia fatto scuola, non è nemmeno assimilabile alle successive evoluzioni del genere: è un film che gioca in un campo tutto suo. La scena migliore per capire l’uso incredibile della fotografia in questo film avviene poco prima del minuto quaranta, quando le ragazze della scuola sono costrette a dormire nei corridoi in seguito all’incidente dei vermi: allo spegnersi delle luci non c’è il buio, come logica imporrebbe, ma una luce rossa forte quasi quanto quella precedente, completamente insensata in termini pratici ma talmente suggestiva da rendere quella scena indimenticabile già dalla prima visione.

Se l’aspetto visivo del film è originale in quanto estremizza e porta al limite una serie di esperimenti già fatti in passato (Bava, Fleming, Disney, il cinema espressionista), il sonoro è ciò che gli fa fare lo scatto definitivo verso la storia: non solo la già citata colonna sonora dei Goblin (alla quale collabora lo stesso Argento), memorabile quanto quella di Profondo rosso, ma anche il sovra-utilizzo quasi scriteriato di ogni tipo di effetto sonoro spaventoso umanamente immaginabile. Suspiria non colpisce solo per le trovate visive totalmente fuori controllo di Argento e Tovoli, ma anche perché è un film dannatamente rumoroso. Anche in questo caso, se mai si possa usare questo termine, quello di Suspiria è un rumore espressionista e basta il primo quarto d’ora di film per capirlo: la scena del duplice omicidio di Patricia Ingle (Eva Axèn) e della sua amica, che avviene all’interno di un edificio pieno di persone, è talmente fragorosa e sopra le righe (e proprio per questo così affascinante) che non potrebbe mai risultare credibile nemmeno in alcuni horror, eppure in questo film funziona meravigliosamente bene. Non mancano nemmeno scene in cui il terrore vero prende il sopravvento, come quella in cui il pianista cieco Daniel viene assalito e sbranato dal proprio pastore tedesco nel bel mezzo di una Königsplatz completamente deserta: quelle ombre di strega che attraversano la piazza e quei carrelli sospesi nel vuoto sono difficili da dimenticare.

Per questo film Argento aveva in mente un cast di bambine, tra gli otto e i dieci anni di età (in linea col taglio quasi fiabesco voluto a tutti i costi), ma il rifiuto dei distributori è totale. Il regista non rinuncia del tutto all’idea iniziale scegliendo l’attrice Jessica Harper, all’epoca già ventottenne ma dell’aspetto talmente giovanile da sembrare appena adolescente, nei panni della protagonista Susie Bannion, mandando su tutte le furie Daria Nicolodi che sognava quel ruolo (e che si allontanerà per un breve tempo dalla produzione). Con il suo volto da eterna bambina e gli occhi perennemente sbarrati dallo stupore, la Harper si aggira silenziosamente tra le scenografie liberty del film come una sorta di Alice nel paese degli orrori, circondata da un cast di ventenni che recitano come bambine, con tanto di linguacce.

Suspiria arriva nei cinema e il pubblico italiano non è del tutto pronto per un simile spettacolo: la critica è profondamente divisa, per non dire fredda, mentre il pubblico si reca in massa a vedere il film ma non gli fa raggiungere gli stessi risultati di botteghino che ottenne due anni prima Profondo rosso. Il film diventa invece un trionfo nel resto del mondo (la critica francese impazzisce per questo film, che in Giappone viene proiettato di fronte a trentamila spettatori in uno stadio), rimanendo ancora oggi la pellicola più nota di Argento a livello internazionale. Oggi forse non fa più paura come quando uscì (come del resto accade ad ogni film dell’orrore), ma Suspiria è e rimarrà per sempre un capolavoro, un film che da solo è più che sufficiente a far perdonare gli scivoloni della seconda metà della carriera del regista.

Visto al massimo del volume, Suspiria è ancora oggi un’esperienza indimenticabile: un film psichedelico, nel quale la trama (in realtà debole e incongruente come quasi tutte le trame di Argento) passa totalmente in secondo piano di fronte alla messa in scena. Una festa di morte in cui la violenza si trasforma in un’opera d’arte che, come nel caso del massacro iniziale, diventa qualcosa di esteticamente bello da seguire.
Idolatrato da Nicolas Winding Refn (che ne ha realizzato una sua personale rivisitazione con The Neon Demon) e da Luca Guadagnino (che ne ha diretto un remake infedele e sorprendente), Suspiria è forse la vetta massima mai raggiunta dal cinema fantastico in Italia: un’opera d’arte in movimento che trascende il genere e che merita di essere vista e rivista ancora oggi e per molto tempo ancora.

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