Spy Game: la spy story di Tony Scott e l’eredità di Sidney Pollack

Questo articolo racconta il film Spy Game di Tony Scott in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

L’immensa eredità cinematografica che ci ha lasciato Sidney Pollack è a dir poco incredibile. Rappresenta certamente uno dei cardini culturali del Ventesimo secolo su pellicola, avendoci donato capolavori come Diritto di cronaca con l’intramontabile Paul Newman, ma anche Western di un certo livello di intensità come Corvo rosso non avrai il mio scalpo, con un giovane e barbuto Robert Redford. Se c’è un genere però che ha più ha azzeccato il buon Sidney, è certamente quello spionistico. I tre giorni del Condor rappresenta più di un bel film ben girato e con un ottimo cast, tra cui ovviamente spicca nuovamente Redford e la divina Faye Dunaway: quel film era la pulce all’orecchio di un mondo che sarebbe sempre di più diventato pragmatico e figlio di interessi prima di pochi Paesi e poi, con l’avvento del nuovo millennio, della ignobile finanza e del suo continuo ruminare di crisi economiche e sciacallaggio delle Democrazie occidentali.

Il degno erede delle vicende del “Condor” Joseph Turner nel 2001 diventa Tom Bishop, alias Brad Pitt, sotto l’egida di Tony Scott, in Spy Game. Fratello minore del più famoso Ridley, il regista britannico è riuscito nella sua quasi trentennale carriera ad imprimere un segno considerevole nel cinema, soprattutto con thriller ad alta intensità. Regista del cult anni Ottanta Top Gun, si è poi riconfermato nel tempo con diverse opere apprezzabili, dirigendo attori di spicco come Robert De Niro, Tom Cruise e Robert Redford. Quest’ultimo compare nell’opera nei panni di Nathan Muir, un’agente della CIA alle prese con il suo ultimo giorno di lavoro che, trovandosi invischiato in una operazione di salvataggio, sarà mosso da uno spirito paternalistico per trarre in salvo il suo pupillo Brad Pitt. È proprio per questo che l’attore di Santa Monica potrebbe indurci a pensare ad un Condor oramai invecchiato, ma ancora pregno dello spirito che ne contraddistinse la fuga ed il salvataggio da Manhattan dopo il completo annientamento del suo dipartimento. A dire il vero i due attori avevano già lavorato insieme con alla regia Redford in In mezzo scorre il fiume, adattamento cinematografico del romanzo di Norman Maclean del ’76.

I continui flashback che defluiscono nella narrazione della trama sono utili a fare un breve ragguaglio allo spettatore, di quelli che sono stati a torto o a ragione i conflitti americani in un trentennio, e dove peraltro si sono sempre voluti trovare. Fortunatamente il regista è abile nel non fare un dramma del peso immenso della storia contemporanea, ostentando com’è giusto che sia l’amicizia tra il veterano e il suo giovane delfino. A condire questo duo di spessore del cinema americano c’è Catherine McCormack (i più la ricorderanno giovanissima ed angelica nel colossal di Mel Gibson Braveheart – Cuore impavido) e un piccolo cammeo del compianto David Hemmings (il protagonista esordiente del capolavoro di Michelangelo Antonioni Blow Up).

Così lo spionaggio americano, almeno su pellicola, ci sembrerà in qualche suo elemento umano e disposto una volta tanto a fare la cosa giusta, facendo presa su sentimenti nobili come l’onore e l’amicizia, nonostante la frammentazione di intenzioni all’interno dell’ufficio governativo. Redford rappresenta un abile burattinaio, che a differenza dell’Ed Hoffman di Nessuna verità si dimostrerà tutto d’un pezzo, non cinicamente ambiguo. Nello scontro generazionale di questi tempi, l’opera riesce a raccogliere il vecchio adagio che le leve più logore devono per forza di cose lasciare spazio al nuovo, cercando di renderli migliori e più abili di quello che sono stati loro, e la delicatezza narrativa su questo fronte si percepisce nascondendosi in una marea di azione. Ma alla fine non è l’azione stessa una dimostrazione di intenzione che può farci rinsavire?

Proprio questo fa funzionare al meglio la pellicola, dipingendola di un sapore rétro persino all’epoca della sua uscita nelle sale. Possiamo definire questo film uno degli ultimi superstiti di un cinema d’azione che si basava molto sulle dinamiche atlantiste, con un Redford che sovrasta nettamente il seppur bravo Pitt, forse più a suo agio in altri panni all’epoca. In sintesi Tony Scott riesce a costruire una spy-story con un retrogusto intellettivo considerevole, oggi così ottusamente messo da parte in nome degli eccessivi effetti speciali, che cozzano con trame più realiste e profonde. Il parallelismo ripreso dal regista nei personaggi, che come avvolti da una marea di scatole cinesi si prodigano nella propria morale senza mai sacrificarla, tengono in equilibrio, oltre che le loro vite, tutta la vicenda, lasciandoci una volta tanto appagati.  

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