Zone pericolose della musica pop: il ritorno degli Slow Wave Sleep

Un videoclip interattivo, canzoni da 11 minuti, concept album su entità platoniche. Chi ha detto che l’underground italiano non riserva sorprese? In un’epoca in cui l’it-pop sembra aver appiattito ogni narrazione al livello del minimo quotidiano, Slow Wave Sleep è un tentativo di andare oltre, fare musica che descriva altri mondi.

Il “sonno ad onde lente” è la fase notturna in cui prevalgono le onde delta. La mente sperimenta il buio assoluto e l’organismo può rigenerarsi. Dal punto di vista metafisico si può considerare l’esperienza più profonda possibile, uno stato di non-mente. Forse è questo che ha affascinato l’inquieto autore del progetto, Emilio Larocca Conte.

Slow Wave Sleep nasce dalle pagine a quadretti del diario di Emilio nel 2015. Pagine piene di storie e personaggi, che decidono di prendere vita, diventare dischi. Emilio si presenta come una di quelle personalità adrenaliniche per cui creare è questione di vita e di morte. Non ha ancora pubblicato un disco che già sta scrivendo il successivo.

Il nuovo album Spiro nell’Ecosistema (AR Recordings, 2020) è l’ultimo capitolo della grande saga che Emilio scrive da anni, fra cortometraggi, libri e perfino un videogioco. L’hanno affiancato Andrea Cascini (chitarre), Stella Canonico (basso e cori), Gabriele Larocca Conte (batteria) e il tastierista Gilberto Ongaro, già titolare di un progetto personale molto creativo.

Protagonista della saga è Rèfles, “un essere fatto di plasma, gelatinoso ma elegante.” Disceso dal mondo degli Archetipi, Rèfles s’incarna in Spiro ed esplora, lungo la tracklist, gli alti e i bassi dell’animo umano. Spiro appare marchiato sul volto da tre strisce nere, come vediamo nei videoclip della band.

La musica spazia da un folk fiabesco a cavalcate hard ed oscure. Ci sono crescendo quasi sinfonici, botta-e-risposta tra coro e solista, momenti di astrazione quasi elettronica. Si potrebbe chiamare progressive, capace com’é di articolare un racconto in architetture musicali complesse, senza mai abbandonare il terreno della band. Infatti buona parte delle canzoni sono state registrate in presa diretta. Due riferimenti citati da Emilio danno l’idea dello spettro sonoro entro cui si muove la musica: Lucio Battisti e i Rammstein.

Il disco si apre con Fiore di loto, un’invocazione alla Musa. “Il mio tormento Ti affido da quaggiù / è la cosa più cara che ho / facci un disco / o tienilo per te”. Il canto è delicato, doppiato dalla chitarra classica, su uno sfondo di synth stellari, prima di aprirsi al grido di “genesi”. 

Tra le altre tracce, Caveat Emptor descrive la nascita del protagonista e la parallela formazione soprannaturale di Rèfles, mostrando di cosa è capace la band in sette minuti di continue variazioni. Ragnarök, che nella mitologia norrena è la battaglia dell’Apocalisse, descrive la lotta impari tra individuo e società, spaziando dal folk ad un hard rock marziale. Shiroi è il brano più avventuroso del disco. Dopo la società si affronta la natura, evocando la storia di Moby Dick. Fra cori, sussurri ed ondate travolgenti di musica, il viaggio e il naufragio durano ben undici minuti. Elogio della follia racconta la terza lotta, quello con la propria mente. La follia striscia su un ritmo in tre quarti, mentre voci sibilline sussurrano “tic tac / tic tac” sui canali destro e sinistro.

Garuda, tenue ballata pianistica, è il momento della consapevolezza e della disillusione. Lanciata come singolo, il suo video-clip presenta per lo spettatore la scelta interattiva fra due finali. Pillola rossa o pillola blu? Valzer nero, a dispetto del titolo, non è un valzer ma una canzone dall’incedere ubriaco che, in una sarabanda di improvvisazioni, racconta l’energia ritrovata per andare, nonostante tutto, avanti. Mentre Parresìa, altro piatto forte, ricapitolando tutte le invenzioni stilistiche dell’album, racconta la saggezza conquistata dal protagonista: “Giunti alla fine sarò sincero con voi / Quello che fate non porta a niente / Quello che fate non diverte / A meno che non contraddica tutto.”

Angela, cantata da Gilberto, chiude il viaggio con un messaggio d’amicizia. Sul suo delicato tintinnare acustico sembra di veder scorrere i titoli di coda.

Ad una personalità che cita fra i propri ispiratori Bretòn, David Bowie e Wagner, capace di sfornare storie con attitudine cross-mediale, è lecito fare i migliori auguri. Non ci sono parole migliori delle sue per i curiosi:

“Slow Wave Sleep racconta la realtà attraverso i sogni. Rappresenta un riparo per chi si sente circondato da immondizia culturale. Uno stimolo per chi si sente in ritardo con tutto. Un grido per chi ha perso la voce o la voglia di gridare.”

Slow Wave Sleep
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Testo: Andrea Liuzza

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