Il vero significato del secondo album dei Queen

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Registrato nel ’73 da una band ancora ignota, Queen II è un uragano di musica eccentrica, ambiziosa e sorprendente. Offre canzoni che è impossibile accostare a Radio Ga Ga, We Will Rock You o Don’t Stop Me Now senza un brivido d’incredulità: folletti, gong, atmosfere cupe, strutture contorte. Ascoltandolo ci si accorge che ha una coesione, un’autenticità che nessuno degli album successivi eguaglia, a parte Innuendo. Ed è anche una confessione, spudorata e grandiosa, del conflitto sessuale vissuto da Freddie.

Il disco è diviso in due lati: il Lato Bianco, affidato alla scrittura di May, e il Lato Nero, opera di Mercury. Ogni lato svela una delle due facce della Regina.

Questo dualismo ha un chiaro riscontro psicologico in Freddie. Cresciuto in una famiglia zoroastriana, ne aveva assorbito i miti. All’origine di tutto, figli del Dio supremo Ahura Mazdā, sono due dèi. “Due gemelli, dotati di autonoma volontà” in cui nulla concorda, “né il pensiero, né la fede, né le parole, né le azioni, né le concezioni del mondo, né le nostre anime stesse” (Avestā, Yasna). Uno è il Bene, l’altro il Male. Facile immaginare come il giovane Freddie, per sua stessa ammissione “gay come un narciso”, avesse interiorizzato questa metafisica. Anche lui ha due anime, una buona, l’altra proibita.

Apre il Lato Bianco Procession, uno strumentale breve e ieratico. Segue Father To Son, un inno che fonde prog e hard rock. The Who e Led Zeppelin sono i maestri, ma l’andatura maestosa e la concezione sinfonica, tra cori e sovrincisioni di chitarre, sono peculiari. Il testo racconta il passaggio di valori tra padre e figlio, uno dei pilastri del Bene in ogni cultura. Il cuore del set è White Queen, un’evocazione della Regina Bianca. La canzone, sostenuta da tessiture strumentali magiche ed eteree, è guidata dalla voce di Freddie, mai così androgina. May s’ispira al saggio di Robert Graves La Dea Bianca, che descrive il mito della Dea Madre, visione lunare, sorgente d’amore, origine della poesia (chissà se i detrattori che accusano i Queen di superficialità l’hanno letto). Chiude la suite Some Day One Day, un folk-rock medievale cantato con nostalgia da May.

Contrasto maggiore non potrebbe esserci tra il mondo quasi preraffaelita dipinto dal colto chitarrista e la serie di visioni inquiete, bizzarre ed oscure evocate da Mercury nel secondo lato. Infatti fa da cerniera The Loser In The End, unico brano di Taylor.

Il Lato Nero inizia con una battaglia, Ogre Battle. La canzone è una cavalcata heavy metal, ricchissima di invenzioni: chitarre e gong in reverse, e un riff di chitarra palindromo, ideato dallo stesso Freddie. La bizzarria aumenta in The Fairy Feller’s Master Stroke, un’incredibile acrobazia vocale guidata dal clavicembalo. Il testo descrive la riunione del Piccolo Popolo nell’omonimo quadro di Richard Dadd, tra damerini fatati, ninfe e trombettieri-libellula. Svanito il nitore del Lato Bianco, l’ascoltatore si trova immerso in un sottomondo ambiguo, in cui si smarriscono i confini tra reale e fantastico, tra bene e male. Nevermore è uno struggente madrigale per voce e piano, forse un addio alla White Queen.

Ecco infatti che si manifesta la Regina Nera. The March Of The Black Queen é una mini-opera di sei minuti, una fantasia travolgente di temi e sperimentazioni, tra campane e cori allucinati. E’ di fatto una prova generale per la futura Bohemian Raphsody. Non ne ha la brillantezza solo perché il conflitto sessuale che lì si scioglie, qui è ancora contorto, irrisolto. La Regina Nera è la puttana, la pervetitrice, la pulsione oscura che finalmente esplode. Ha “smalto nero sulle unghie delle mani e dei piedi”. Allinea i bambini e li fa marciare, li conduce nel regno della notte e nella città delle lucciole. “I’ll be a bad boy, I’ll be a bad boy” canta il nostro, finalmente dannato, finalmente libero. Il coro di peccatori si lancia in una folle danza attorno al fuoco nella successiva Funny How Love Is, esplosione di gioia ed inno all’amore.

Questa suite è un percorso di iniziazione. Non si risolve con la sconfitta del Male, come nella religione. Piuttosto, con una reintegrazione delle energie represse. La Regina Bianca toglie il velo e voilà, è anche la Regina Nera. Bisogna accettare il proprio lato oscuro, esporlo alla luce. Interpretarlo, come farà Freddie sul palco, ombretto e smalto nero, spalleggiato da Brian May nei suoi vaporosi abiti bianchi.

Infatti l’energia reintegrata consente di intonare la conclusiva Seven Seas Of Rhye, primo brano iconico dei Queen. Freddie si rivolge a predicatori e increduli, descrivendo la propria manifestazione divina: “Scendo dai cieli sulla terra, sto nudo di fronte a voi. Sopravviverò in mezzo a fulmini e tuoni infuocati. Sfiderò le leggi della natura”.

Signore e signori, è nato Freddie Mercury.

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