Il muro di Berlino, la musica e David Bowie

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Nel tempo in cui a Berlino sorgeva il Muro, dall’altra parte del mondo, a Los Angeles, un produttore discografico di nome Phil Spector innalzava il suo personale muro. Un muro di suoni, il mitico Wall of Sound.

Se il Muro nasceva per dividere due mondi uguali, la creazione di Spector agiva in senso opposto: unire due universi da sempre ritenuti distanti. La tecnica consisteva, infatti, nell’aggiungere a chitarra-basso-batteria, strumenti quali archi, ottoni, triangoli e timpani, che mai, in precedenza, erano stati utilizzati nella musica pop. Spector li sovrapponeva più e più volte, fino a ottenere uno spettacolare effetto di riverbero che amava definire “un approccio wagneriano al rock & roll: piccole sinfonie per i bambini”.

Per molti anni, quando nel rock si diceva “muro” era per parlare di quell’altro muro, quello sonoro. E qui si annida la prima anomalia. Perché il rock è sempre stata la più pronta delle arti a registrare le incongruenze, a illuminare le storture. Non nel caso del Muro di Berlino. C’è voluto tempo, per trasformare in arte una follia. E dire che, quasi ai piedi del Muro, dal 1964 avevano preso vita gli Hansa Studios, che spiccavano solitari nella tristezza di Potsdamer Platz. Il primo a credere in quel luogo, a preferirlo agli studi di New York, fu David Bowie. Dopo di lui, arrivarono Iggy Pop, Depeche Mode, Nick Cave, U2 e R.E.M. Al mondo esistono pochi studi di registrazione che abbiano ospitato musicisti così straordinari. Lì si è fatta la storia, anche se nessuna canzone parlava del Muro.

Quasi nessuna.

Nel 1977, David Bowie stava registrando Heroes, l’unico disco della trilogia berlinese ad essere registrato completamente a Berlino (Low è stato realizzato principalmente in Francia e Lodger tra Montreux e New York). David Bowie sceglie la sala più grande degli Hansa Studios, lo Studio 2, o Meistersaal. È famosa per la sua vicinanza al Muro di Berlino: dalle finestre dello studio si potevano vedere i poliziotti di frontiera della Germania Est che facevano la guardia. Si dice anche che le guardie osservassero lo studio con i binocoli e i fucili spianati: si tratta probabilmente di leggende.

Ma è evidente che un’atmosfera del genere abbia influito sui musicisti e il loro lavoro. Lo Studio 2, la Hall By The Wall, era stata una sala da ballo ai tempi della Repubblica di Weimar, ed era stata usata poi dai nazisti per i loro ricevimenti. La sala ha un riverbero naturale, un effetto cavernoso, che il produttore, Tony Visconti, riesce a catturare posizionando tre microfoni a distanze diverse da Bowie applicando su alcuni di questi dei noise gate, dei sistemi che li attivano solo quando la voce di Bowie raggiunge un certo volume. In un’unica take la voce di Bowie passa da un tono caldo e intimo a un lamento distante . Il cantato che esce fuori sarà sentito, sofferto, il migliore che abbia mai inciso.

Un giorno, seduto in regia agli Hansa Studios, scorge dalla finestra una coppia che si abbraccia, forse si bacia, all’ombra del muro. Sono il produttore Tony Visconti, suo amico, e Antonia Maass, cantante conosciuta in un locale di Berlino e diventata la corista della band. Anche se per molti anni Bowie ha detto che si trattava di un’anonima coppia di ragazzi, in quanto Visconti all’epoca era sposato… e non con la Maass, quella fu l’ispirazione. Immediatamente gli venne l’idea di scrivere una canzone su due ragazzi che si incontravano all’ombra del muro e che sognavano di poter essere eroi anche solo per un giorno.

La musica fu composta con Brian Eno, che ci costruì attorno un meraviglioso muro di chitarre, quasi un wall of sound alla Phil Spector. Il tocco finale venne dato dal lamento straordinario della chitarra di Robert Fripp, che caricò ulteriormente il brano di toni epici, romantici, insuperabili. Nelle intenzioni di Bowie, non c’era niente di tutto questo, anzi. Per evitare esagerazioni, aveva fatto stampare in copertina il titolo Heroes tra virgolette, come a dire: non prendiamoci troppo sul serio.

Fu quello il punto di partenza di un Nuovo Rinascimento e, anche, di una nuova consapevolezza. Il brano, che nel 1981 sarà inserito nella colonna sonora di Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, divenne immediatamente popolarissimo. E il Muro entrò a far parte dell’immaginario rock. Nel 1987, Bowie tenne un concerto a pochi metri da lì. Nella parte Est c’erano migliaia di ragazzi che non potevano assistere. Bowie urlò: “Saluto tutti i nostri amici che sono dall’altro lato del Muro”. Furono ovazione e pianti. Per la prima volta una rockstar li prendeva in considerazione. L’eco di quelle parole fu enorme. Quando Bowie morì, il Ministro degli Esteri tedesco disse: “Addio David Bowie. Ora sei tra gli Eroi. Grazie per averci aiutato ad abbattere il Muro”.

Ma qual è il significato della canzone?

Nella canzone ci sono frammenti della vita di Bowie: una relazione sull’orlo del baratro come quella dei protagonisti (il suo matrimonio con Angela), il non saper nuotare, né come un delfino né in alcun modo. E quel “bere tutto il tempo”. Heroes è considerata, erroneamente, un inno di ottimismo. In realtà racconta un’illusione, un volersi aggrappare a una relazione che potrebbe durare, forse, “solo per un giorno”. Anche per questo il titolo è racchiuso tra virgolette: è inteso in senso ironico.

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