Le Lolita di Kubrick e Nabokov: le differenze e il significato

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Vladimir Nabokov disse che la sua Lolita era nata da “un piccolo palpito” che “mi percorse alla fine del 1939 o all’inizio del 1940, a Parigi, in un periodo in cui ero costretto a letto”. Dall’immagine di una scimmietta dietro le sbarre ha tratto un racconto scritto in russo che, però, si è premurato di distruggere giunto negli Stati Uniti. Eppure quell’idea ha continuato a perseguitarlo per anni. Del resto lui è quel tipo di autore che “quando comincia a lavorare a un libro, non ha altro intento se non quello di liberarsi del libro medesimo”, quasi fosse un tormento.

Ed un tormento è stato Lolita, soprattutto per gli editori americani che lo avevano erroneamente ritenuto un romanzo pornografico, immorale e volgare, e per qualche sprovveduto lettore: “Perché devo leggere la storia di un maniaco?” Ciononostante, come accade sempre a tutti i grandi capolavori, Lolita è divenuto un best-seller. Il nome stesso Lo-li-ta (da notare che “la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti”) è entrato nel gergo di massa indicando una ninfetta (per dirla alla maniera di Nabokov) diabolica e seducente.

La storia, sotto forma di diario o memoriale che il protagonista scrive dal carcere, rivolgendosi spesso ad una giuria che valuterà il suo caso, è quella di un uomo, un professore di letteratura francese attratto dalle fanciulle, che ci descrive con estrema limpidezza le sue pulsioni perverse, derivate probabilmente da un amore inappagato per una bambina morta prematuramente, quando lui era ancora dodicenne. Ma il lettore non si aspetti parole o immagini oscene, perché ne rimarrà deluso, come ebbe a dire Nabokov stesso: “i lettori si aspettavano un crescendo di scene erotiche; quando quelle si interruppero, loro interruppero la lettura, sentendosi annoiati e traditi”.

La bellezza del romanzo sta proprio nella sua prosa raffinata e ricercata, che mette in primo piano quelle che sono le confessioni di un uomo frustrato, smarrito ma soprattutto innamorato: “Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi, mio peccato, anima mia”, e le emozioni “che se la loro espressione fosse stata svigorita da evasive banalità, resterebbero per il lettore fastidiosamente vaghe”. Il libro ha anche una sottotrama noir, dal momento che il protagonista sposa Charlotte Haze, la madre vedova di Lolita, solo per poter stare vicino alla figlia, cospirando continuamente per sbarazzarsene, finché il caso o meglio il fato non ci mette lo zampino e realizza il delitto perfetto. Humbert Humbert inizia quindi un lungo viaggio nel cuore degli Stati Uniti, attraversando paesaggi Hopperiani, in compagnia della sua figlia/amante. In tutto ciò i due vengono seguiti da un personaggio istrionico Clare Quilty, che nel film di Stanley Kubrick è interpretato da Peter Sellers (è su di lui che si concentra Kubrick piuttosto che su H.H.), metaforicamente il doppio di Humbert, che si rivelerà essere l’amante di Lolita e colui che le permetterà di fuggire.

Epppure la ninfetta del libro non ha un carattere poi così immediato, non è solamente un misto di ingenuità e volgarità come la definisce il protagonista padre/amante, ed è lì che Kubrick nella sua versione cinematografica gioca di più. Kubrick e il suo produttore Harris chiesero a Nabokov stesso di scrivere la sceneggiatura del film basato sul suo romanzo. Tuttavia le intenzioni dell’autore russo erano evidenti: “All I could do in the present case was to grant words primacy over action”. Ecco perché Kubrick, che amava sì trarre le storie dei suoi film da opere letterarie, ma non a tal punto da far prevalere le parole sull’azione (Kubrick fu un regista visivo per antonomasia, la crisi della parola come mezzo espressivo è evidente in tutte le sue storie di scrittori falliti, da Humbert Humbert appunto a Jack Torrance di Shining), prese solo il trenta percento di quello che aveva scritto Nabokov.

La Lolita di Kubrick è un mostro. Basti pensare allo stacco più forte del film: dal primo piano di Lolita che compie il gesto di togliersi gli occhiali da sole svelando uno sguardo ammiccante verso Humbert, al brusco primo piano di Frankenstein che poi si rivelerà essere l’immagine di un film che i personaggi stanno guardando in un drive-in. Kubrick mette visivamente in conflitto le due immagini, non per analogia ma per turbare il senso. È grazie a questo tocco di montaggio alla Ejzenstejn che il cinema ci mostra ciò che il romanzo non può dire con le parole: l’inafferrabilità del personaggio di Lolita.

Ma “monstrum” in latino significa prodigio, fatto o fenomeno eccezionale e non può non ricordarci un simbolo della filmografia kubrickiana che ancora oggi è oggetto di analisi: il monolito di 2001: Odissea nello spazio. Il parallellepipedo nero potrebbe significare tutto o niente, materia e antimateria, res cogitans e res extensa come l’immagine cinematografica stessa. O come Lolita che “era Lo, semplicemente Lo al mattino, (…). Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita”.

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