1994, la serie Sky: una guida ragionata

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In onda sul canale Atlantic, la produzione Sky/Wildside ideata da Stefano Accorsi ci ha regalato l’ultima stagione di una trilogia che ha l’ambizione di raccontare gli anni più burrascosi della storia italiana recente, quelli che portarono al tramonto della cosiddetta “prima Repubblica”.

Incassate le critiche di superficialità per l’indagine storico-politica, la serie si è fatta apprezzare per l’intreccio ricco di colpi di scena e intrighi; per un’alternanza degna di Sorrentino tra momenti alti – con citazioni cinematografiche e letterarie – e trash da soap-opera; ma soprattutto per un cast che ha saputo rendere credibile la rappresentazione di personaggi reali, tuttora in vita, o verosimili.

Ma è nell’evocazione del disfacimento – di un ceto e di un sistema politico – e del sorgere di un nuovo modello, che la serie fornisce interessanti spunti di analisi.

Un calcio alla politica

“Le idee. I miti. Sta tutto lì. Spargi le idee. Governa i miti. E controllerai la gente”

Giancarlo De Cataldo, Nelle mani giuste, 2007

La politica dei primi anni ’90 si svolge tra show televisivi e partite di calcio, veri antagonisti del palazzo e dei suoi riti e intrallazzi: ma se non è l’intrigo a sorprendere, ciò che distingue il contesto narrativo è la rappresentazione del potere taumaturgico esercitato da Berlusconi, vero monarca capace di dispensare sogni e creare nuove realtà nella percezione del pubblico, cambiando di fatto il paradigma politico.

Il Cavaliere ammalia e attrae coloro che possono essere utili ai suoi scopi con infiniti mezzi e risorse, promesse e savoir-faire; li invita infine ad assistere alle finali di Coppa del suo Milan, o alle partite dei mondiali della nazionale di calcio a traino milanista.

Neanche i riottosi alleati di governo della Lega Nord sfuggono a questo rito, anzi ricevono il privilegio di visitare la sala dei trofei: è in quel momento, sollevando tra le mani la Coppa dei Campioni appena vinta sul Barcellona, che il neo-ministro e tifoso milanista Bobo Maroni ha la percezione tattile del potere detenuto dal Cavaliere.

Perché quel trofeo rappresenta il risultato finale, il vertice di una complessa e costosa piramide che coinvolge una vasta platea di attori: calciatori, dirigenti, imprenditori, editori, giornalisti, semplici addetti e soprattutto milioni di tifosi in ogni angolo d’Italia.

La Coppa dalle grandi orecchie si trova ora nel salotto di casa di Silvio Berlusconi, che è al vertice di quella piramide e può influenzare le sorti di tutta la base che soggiace a quel gigantesco processo produttivo chiamato spettacolo sportivo.

È quello il Potere, capisce Maroni: in una forma nuova e mai sperimentata in Italia.

Come in una partita di calcio anche la politica torna ad essere polarizzata tra due schieramenti e relative tifoserie; complice la nuova legge elettorale maggioritaria e la retorica di Berlusconi sul pericolo rappresentato dagli “ex-comunisti”.

Ma il vero contendente del Cavaliere non è Achille Occhetto, leader dei progressisti: il suo avversario non può essere un politico, perché la politica sta vivendo il suo momento di crisi più acuta.

Il personaggio più acclamato d’Italia in quel momento è un magistrato inquirente, l’uomo di punta di quella procura di Milano che ha azzerato i vertici dei partiti di governo e del mondo imprenditoriale, portando il vecchio regime alla dissoluzione.

Antonio Di Pietro è un uomo del popolo, si atteggia ed esprime come tale, fiero delle proprie origini e del riscatto verso i potenti che le sue indagini rappresentano per tanti cittadini. Tanto popolare quanto tenace nelle indagini che toccano il gruppo Fininvest, al punto che Berlusconi dovrà agire come fosse in ambito calcistico: comprando i migliori calciatori sul mercato non solo per rinforzare il suo Milan, ma per toglierli agli avversari.

Proprio come nell’estate del 1992 con l’acquisto di Gianluigi Lentini – a un prezzo mai pagato prima nella storia del calcio – due anni dopo Berlusconi, fresco trionfatore alle elezioni, chiederà a Di Pietro di entrare nella squadra di governo offrendogli il Ministero dell’Interno: proposta che il magistrato rifiuterà, non senza indugi.

Lo show e l’iper-realtà

1994 appassiona e ci fa appassionare alle vicende della politica, rivelandoci implicitamente una verità: che lo spettatore e l’elettore si sono ormai sovrapposti fino a combaciare del tutto.

Un political drama non è troppo dissimile dalla politica reale osservata attraverso i media, con i suoi talk-show, il gossip e l’onnipresente dietrologia. Da quando l’agire politico ha abbandonato i suoi tradizionali luoghi di appartenenza (sezioni di partito, comizi, fabbriche, scuole, piazze) delegando le proprie necessità alla comunicazione mediata – televisione, web, social – si è generata questa confusione tra realtà e finzione.

La narrazione della politica operata dai media ci costringe a schierarci e simpatizzare per un personaggio nello stesso modo in cui reagiamo a un’opera di finzione televisiva. Come una soap-opera, la politica dei salotti televisivi ci intrattiene nel dopo cena, divenendo assai più significativa e interessante di quella reale.

Potremmo quindi affermare di non essere ben sicuri di cosa sia in realtà la politica: lo spazio di confronto in cui si decide come governare una comunità? Un’adesione acritica a una fazione, che ci fornisce un senso di appartenenza e ci permette di sfogare rabbia verso un nemico? O uno spettacolo di intrattenimento simile a un reality show, in cui ogni cinque anni vengono nominati coloro che devono abbandonare il gioco?

Seguendo le intuizioni del filosofo Jean Baudrillard, la messa in scena della politica – in un talk-show o in una fiction – assume la forma del simulacro: una copia prodotta e riprodotta in massa, così simile all’originale che i confini tra realtà e rappresentazione risultano annebbiati, rendendo difficile la possibilità di distinguerle.

Immersi quotidianamente in una dimensione iperreale creata da media sempre più invasivi e pervasivi, siamo prigionieri di una ragnatela invisibile: poter accedere al reale è la grande sfida della modernità.

Figure di mezzo

“Che vuoi capire, tu? Pensavi solo ai buoni e ai cattivi, ma la vita sta in mezzo!”

I tre protagonisti della serie sono figure che si muovono nella zona grigia della geografia politica: faccendieri, deputati alle prime armi usati come pedine, donne-oggetto che si fanno strada in un universo di segno maschile.

Tutti sono ricattabili e ricattatori, con vicende personali che si incastrano con quelle pubbliche: vivono il proprio romanzo di formazione in un mondo adulto e spietato, che accelera lo sviluppo del lato oscuro della personalità di ognuno.

Leonardo Notte: il protagonista interpretato da Stefano Accorsi è un pubblicitario rampante che diventa consigliere e faccendiere del re di Arcore. Vanta un trascorso giovanile di tossicodipendenza e di militanza politica nella sinistra extraparlamentare, nonché svariati tradimenti necessari alla sua sopravvivenza (e carriera). Cinico e amorale, coltiva un lato oscuro in stile anni ‘80 come un Patrick Bateman bolognese. Dongiovanni e nichilista, si esprime con frasi a effetto e slogan pubblicitari.

Pietro Bosco: il leghista rude che si ritrova catapultato nella tentacolare capitale ha il volto di Guido Caprino, che ci regala una performance degna di nota. È il barbaro calato dal Nord per scoperchiare il sistema che diventa ingranaggio nella grande ruota della politica. Come il suo antagonista Notte, anche il Bosco ci sorprende per i tradimenti e i doppi/tripli giochi che l’istinto di sopravvivenza gli impone: anch’egli con un buon corredo di scheletri nell’armadio, che lo costringono a gettare la maschera del duro e puro per indossare quella più intrigante del duro che si sporca le mani.

Veronica Castello: la bella Miriam Leone è il corpo della nuova politica che si esprime per immagini. Ex prostituta, poi showgirl e infine deputata, rappresenta gli ambienti di contorno al potere ora catapultati nel tritacarne della politica: i “nani e ballerine” che dalla corte craxiana diventano, nel Barnum berlusconiano, funzionali a un disegno politico di consenso populista-televisivo.

Tangentopoli come il ’68: rivoluzioni dagli esiti imprevisti

“Ma se io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni…”

Francesco Guccini

La serie mette in scena diversi personaggi provenienti dalla sinistra movimentista che hanno poi cavalcato gli anni ’80 con successo, a testimonianza della parabola vissuta da molti appartenenti alla generazione del sessantotto politico, grande fucina della classe dirigente dei decenni a venire.

Leonardo Notte in primis, gruppettaro marxista-leninista nella Bologna dei tardi anni ’70 in cui si distingue per leadership ed eloquio: qualche anno dopo diventerà un brillante pubblicitario di Publitalia, yuppie apprezzato prima da Dell’Utri e poi da Berlusconi.

E poi Sergio Cusani, con alle spalle una militanza nell’ala più radicale del movimento studentesco: negli anni ’80 sarà il consulente finanziario che organizzerà operativamente la maxi tangente Enimont, divenendo l’imputato chiave nei processi di Tangentopoli.

Il ’68 – e il decennio caldo che lo seguì – può essere interpretato come momento di accelerazione della storia recente, in cui vengono abbattuti limiti e conseguiti nuovi diritti e libertà – individuali e collettive: significò che una società strutturata in modo solido e gerarchico cominciò a liquefarsi e frammentarsi, con esiti talvolta diversi da quelli che la protesta giovanile aveva perseguito.

Come il ’68, anche gli anni di Tangentopoli furono uno snodo cruciale nella storia italiana, amplificati dal ruolo delle televisioni che cominciarono la spettacolarizzazione della politica.

Il crollo della Prima Repubblica, quella dei partiti, avvenne sotto i colpi della magistratura e davanti alle grida rabbiose della società civile; ma accadde principalmente per profonde ragioni storiche, per le quali non poteva sopravvivere un sistema politico corrotto e inefficiente, non più funzionale al nuovo ordine mondiale post guerra fredda.

Come e forse più del ’68, l’esito di quella piccola rivoluzione fu gattopardesco e paradossale: è uno dei collaboratori di Di Pietro a spiegarlo con amarezza nell’ultimo episodio della serie, con un presagio che ci porta al presente:

“La stessa gente che urlava Di Pietro Di Pietro nel 1992 poi ha votato Berlusconi nelle elezioni del ’94. La gente non ci capisce una mazza. E lei adesso gongola. Ma sta tarantella è cominciata con mani pulite. E più andrà avanti e più sarà peggio, a dare ascolto alla gente.”

Per chiudere il cerchio, è il caso di citare un film che esprime bene il clima di malcontento che si respirava nei primi anni ’90: Il portaborse di Daniele Luchetti, uscito un anno prima dell’inizio delle inchieste di Mani Pulite. Protagonista è il giovane ministro Botero interpretato da Nanni Moretti, individualista amorale e spregiudicato quanto il Leonardo Notte di 1994, simbolo di una mutazione antropologica ormai in atto nella società e nella politica. Il film, visto con il disincanto del presente, intenerisce per la sua ingenuità di farsa moralistica ma colpisce per la distanza – neanche trent’anni – che ci fa sembrare quel mondo come la preistoria: se pensiamo alle tecniche del consenso nell’era dei social – fake news, profilazione, algoritmi, bot – le risorse in mano al ministro Botero paiono così rudimentali e improvvisate da farci quasi rimpiangere quell’epoca come più autentica. E forse più umana.

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