Qualcuno volò sul nido del cuculo e l’arte della sovversione

Questo articolo racconta il film Qualcuno volò sul nido del cuculo di Miloš Forman in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

L’emarginazione è sempre stato un tema ricorrente nel cinema, in molti casi con percorsi più o meno travagliati. L’argomento in essere è un cardine dell’arte in generale, quanti musicisti ad esempio hanno portato in musica la loro frustrazione per un mondo discriminatorio e che non gli apparteneva? Chi è nato tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta avrà sicuramente ben impresso tutto il movimento Grunge di Seattle che conquistò il mondo, e dove i cosiddetti esclusi la facevano da padrone. Perché, parliamoci chiaro, non c’è arte se non c’è sofferenza ed emarginazione. Se pensiamo ad esempio che uno dei maggiori capolavori artistici nella storia dell’umanità come Guernica di Pablo Picasso rappresenta una immane tragedia, forse il concetto diventa più chiaro. È proprio questo il carburante, il sentimento scatenate che produce capolavori.

Miloš Forman, esule cecoslovacco e reduce dalla Primavera di Praga, riesce ad entrare in uno stato d’animo certamente a lui congeniale. Con una storia molto travagliata alle spalle: i genitori, entrambi deportati a Buchenwald ed Auschwitz per attività partigiane, purtroppo non fecero più ritorno a casa, e lasciarono Miloš praticamente ancora bambino nelle mani degli zii. Così è proprio da giovanissimo che comincia ad interessarsi di cinema, guardando avidamente i film di Charlie Chaplin, John Ford e Buster Keaton. Questa passione gli consentirà di iniziare il suo percorso con la facoltà di cinematografia a Praga, e con una delle sue prime opere (Gli amori di una bionda) otterrà anche una candidatura all’Oscar come miglior film straniero.

La storia travagliata di Qualcuno volò sul nido del cuculo ha inizio con il romanzo dello scrittore statunitense Ken Kesey, scritto alla fine degli anni Cinquanta, dopo il lavoro come inserviente in un ospedale per veterani di guerra in California. Kesey riuscì a trarre ispirazione per i suoi personaggi parlando non soltanto con i soldati del nosocomio, ma anche con pazienti del reparto di psichiatria. Ricordiamoci che stavano per esplodere negli Stati Uniti i movimenti per i diritti civili, atti a sovvertire lo status quo del conformismo degli anni Cinquanta, e così facendo, lo scrittore nativo del Colorado scoperchiò un sistema altamente repressivo e razzista nei confronti dei disturbi mentali. Anche in Italia saremmo riusciti a correggere questa enorme ingiustizia qualche decennio dopo grazie al neurologo e psichiatra Franco Basaglia.

Kesey addirittura sperimentò droghe psicoattive come LSD, psilocibina e mescalina, in modo da poter appuntare gli effetti con resoconti molto precisi. Anche dopo la stesura del libro però, continuò a sollazzarsi con tali sostanze, effettuando dei veri e propri esperimenti di gruppo: tra cui spiccavano negli invitati alcuni dei padri della Beat generation come Hunter S. Thompson e Allen Ginsberg. Questi ultimi descriveranno tali esperienze in alcune delle loro opere letterarie.

Il protagonista della storia è interpretato da un Jack Nicholson che dopo questo ruolo si consacrerà come uno dei migliori attori della sua generazione, nonostante avesse già all’attivo moltissimi film ed un ruolo da protagonista nel Chinatown di Polański, condito da una piccola parte nel capolavoro di Dennis Hopper del Sessantanove Easy Rider. L’attore di Neptune in questo caso rappresenta l’eroe negativo, che nonostante le sue malefatte, ammalia lo spettatore portandolo dalla sua parte, ribellandosi alle innumerevoli cattiverie e coercizioni che il personale medico infliggerà a lui ed a tutti gli “inquilini”  dell’ospedale psichiatrico, tanto da organizzare una fuga insieme ai suoi compari, prontamente sedata dopo aver assaggiato un barlume di libertà.

Il titolo dell’opera, dal sapore decisamente particolare, deriva da una filastrocca per bambini che proprio per il suo contenuto fa presagire alla pazzia ed influenza sin da subito l’animo del film, che nonostante l’argomento nasconde una umanità molto variegata e piena di buoni sentimenti. La pellicola, nonostante sia giunta nelle sale da più di quarant’anni, rispecchia tematiche che tutt’ora sono d’attualità: ad esempio il cittadino contro un’autorità becera ed inflessibile, a cui poco importa del benessere dello stesso, ed un sistema che predica l’inclusione, ma in realtà profondamente discriminatorio.

Questa pellicola conserva insieme ad altri due film – Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme e Accadde una notte di Frank Capra – il traguardo dei cinque premi principali alla notte degli Oscar: Miglior attore ed attrice non protagonista (Jack Nicholson e Louise Fletcher), miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura non originale. Un plauso particolare, se quest’opera letteraria è diventata poi uno dei film più iconici della storia del cinema, va a Kirk Douglas: infatti l’attore, classe 1916 e conosciuto per diversi ruoli tra cui l’Ulisse di Mario Camerini del Cinquantaquattro, acquistò i diritti, credendo di riuscire ad interpretare anche il protagonista, ma per la fine degli anni Cinquanta il tema appariva ancora molto controverso (il libro poi uscirà nel Sessantadue). A riprendere in mano le ambizioni paterne sarà Michael, che affida a Forman la regia, così facendo la storia.

Un inno alla libertà, contro il conformismo imperante in cui ora ci siamo impantanati e che nei decenni passati era fonte di interrogativi. Ecco, questo è lo scopo del film: lasciarci, nonostante l’amaro finale, di fronte a numerosi interrogativi e convinzioni che forse dovremmo tutti rivalutare.  

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