Lady In The Water: dentro le allegorie del film di M. Night Shyamalan

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Questo articolo racconta il film Lady In The Water di M. Night Shyamalan in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

La storia è piena di incomprensioni. Figurarsi, poi, quella del Cinema, dove intere annate hanno visto prosperare opere anche di scarso valore estetico, linguistico o comunicativo costringendo, spesso, a relegare negli abissi dei dimenticatoi esistenziali soluzioni magari non remunerative ma dense di un contenuto non così estraneo alla forma. E poiché la Storia – pur essendo “finita” (cit.) – va comunque avanti almeno in certi ambiti sopravviventi, seppur a tentoni e zoppicante, ai nostri occhi continuano ad approdare errori e dimostrazioni di incomprensione al limite dell’irritante, specie laddove la via suggerita – non sempre la più complessa e contorta – proprio non la si vuole provare a considerare. Chissà, forse questa matrice di indifferenza nasce per paura di implicazioni universali, da diverso tempo nemiche giurate dell’individuo moderno.

Manoj Night Shyamalan può essere annoverato tra gli autori maggiormente vittime di fraintendimento in seguito ad allori primordiali meritatissimi ma ottenuti – seguendo un doveroso senno di poi – non in riconoscimento delle caratteristiche sbagliate, bensì per un riconoscimento iniziale mai realmente maturo nella coscienza di chi quegli allori li ha preparati secondo convenzione. Un film come Il sesto senso (1999), cioè, sconvolse le platee e le penne critiche dell’intero pianeta perché fornì un finale ultra-mega-rivelatore, non perché propose una chiusura del cerchio fondamentale al fine di riservare alla pellicola una seconda visione capace di conferire ad essa, per tramite imprescindibile di uno spettatore sacralmente attivo, un senso ulteriore, altro, estremamente capace di innalzarsi ben oltre il film, anzi facendone unicamente un veicolo per il necessario approdo comunicativo, un macrotesto interpretabile attraverso il comune senso dell’esistere. 

Il sesto senso non parlava di un bambino tormentato dalla visione di fantasmi disturbanti, e il suo punto di forza non è solo il finale rivelatore; Il sesto senso parlava delle difficoltà di comunicazione tra gli individui moderni per tramite di un bambino ossessionato da visioni spettrali (l’altro, il diverso da sé, l’inconoscibile se non con coraggio e pura forza di volontà) e per tramite di un finale rivelatore che, invece di stupire e basta, dovrebbe invogliare alla seconda visione esplicativa. Unbreakable (2000) non parlava della nascita di un supereroe ma del farsi forza, qui e ora, credendo nelle proprie capacità e aprendosi alla comprensione della propria stessa esistenza; Signs (2002) non era un film su un’invasione aliena ma rivolgeva l’attenzione all’importanza di una coesione con la propria stessa anima capace di incentivare anche i rapporti esterni; The village (2004) – fino ad oggi il vero capolavoro shyamalaniano – non era un oscuro racconto d’amore ma un contenitore incredibilmente enorme di considerazioni sulla Storia – e sulla contemporaneità – americana e umana, un pozzo senza fondo di considerazioni su ciò che l’individuo era una volta e ciò che l’individuo è adesso (non sempre sono due elementi differenti), un coacervo disarmante di riflessioni sullo scopo della propria posizione su questo pianeta.

Così, Lady in the water (2006) non è una fiaba allegorica ma un insieme sia visivo che, soprattutto, linguistico di soluzioni ed espedienti comunicativi utili ad offrire una duplice visione della realtà, vale a dire personale (quella dell’autore) e universale (quella che dovrebbe essere di tutti ma, di questi tempi, sta incespicando in qualche difficoltà di ricezione), proprio come duplice è il gioco di decifrazione al quale Shyamalan invita il proprio spettatore. Il tutto, ovviamente, sempre per tramite di una fiaba allegorica. Il cinema di Shyamalan, insomma, vive e urla a pieni polmoni in questa chiave di lettura (fatta eccezione per le ultime tre opere filmiche ben al di sotto delle reali potenzialità del loro autore).

La trama

Un incipit animato a mo’ di geroglifici accenna ad un’antica credenza che vedeva il pianeta Terra popolato di uomini ed “esseri dell’acqua”. I due gruppi cooperavano: gli esseri dell’acqua predicevano il futuro aiutando gli uomini ad evitare le intemperie e vivere sereni. Ma gli uomini, col passare delle ere, presero ad amare sempre di più i loro beni materiali, finendo per allontanarsi dalle acque e chiudersi nelle proprie solitudini terrene. Ancora oggi, la credenza vuole che questi esseri continuino a tentare di comunicare con gli uomini. Cleeveland Heep (Paul Giamatti) è il custode e tuttofare di un grosso condominio con tanto di piscina. La vita di tutti i giorni scorre tranquilla, ma una notte Cleveland sente qualcosa muoversi nell’acqua, quindi esce dalla sua abitazione e sorprende una ragazza che sparisce di lì a poco.

Preoccupato, Cleveland entra nella piscina ma, quando esce per chiedere soccorso, scivola e batte la testa sul bordo per poi risvegliarsi nella sua abitazione. La ragazza che lo ha riportato in casa si chiama Story (Bryce Dallas Howard) e dice di venire dal “mondo azzurro”. Cleeveland crede si tratti di una ragazzina autrice di una bravata, quindi le concede di andare via senza problemi ma nota in lei profondi segni di paura, un sentimento che diventa realtà quando l’uomo, nel portarla fuori, viene quasi assalito da una bestia feroce simile ad un lupo mannaro. Seguendo la narrazione capiamo che Story è una ninfa del mare con un compito ben preciso: trovare l’uomo – il “tramite” – al quale far percepire un messaggio di fondamentale importanza per il riscatto etico e morale del genere umano. Cleveland la aiuterà a cercare il tramite grazie al supporto della giovane coreana Young-Soon (Cindy Cheung) e delle storie tradizionali raccontate dalla madre che, però, coincidono perfettamente con quanto sta accadendo nella realtà. Trovato il tramite in Victor (interpretato dallo stesso Shyamalan) – uno scrittore in crisi di ispirazione – e consegnatogli il messaggio spirituale che rianima le sue idee, Story non riesce a tornare nel suo mondo perché uno “scrunt”, la bestia che l’aveva attaccata inizialmente, le si oppone con forza. Occorrerà, dunque, consultare la saggezza millenaria della madre di Young-Soon per scovare le persone adatte – tutte abitanti nel condominio – a costruire, con la loro unione, la difesa necessaria per il suo rientro.

Tra gli altri, c’è un personaggio che, per quanto apparentemente secondario, risulta invece fondamentale per la comprensione di uno dei tanti sensi convergenti espressi da un film incompreso come Lady in the water. Al di là della giustificabilissima pretenziosità insita nel desiderio di Shyamalan di interpretare (maluccio, a dire il vero) colui che salverà il mondo con la forza delle sue idee, il tratteggio riservato a Mr. Farber (Bob Balaban), un critico cinematografico altezzoso, odioso e supponente, ha dell’esemplare. Oltre alla splendida vendetta insita nell’attribuire il cognome Farber (che di nome fa Harry) a un personaggio di carattere completamente opposto a quello del povero paziente della moglie frustrata di Woody Allen in – per l’appunto – Harry a pezzi (nel cui cast figurava proprio Balaban), Shyamalan si serve della figura del critico saccente per riversare figurativamente su di esso tutte le colpe di una rischiosissima assenza di prudente altruismo, sentimento reso succube dei deliri di onnipotenza di chi crede di conoscere tutto del mondo e di non avere più niente da imparare. Ma proprio questa supponenza ingiustificabile rischia di mettere a repentaglio la vita di tutti nonché di mandare al macero, filmicamente parlando, l’intera costruzione narrativa.

Quando Cleeveland deve trovare le persone utili a costruire la difesa per il rientro di Story nel suo mondo, è a lui che si rivolge, senza pensarci due volte, in quanto “esperto di trame” e, di conseguenza, capace di decifrare una serie di indizi. Ma la fredda rigidità metodista di Mr. Farber metterà a rischio gli individui semplici, i comuni mortali. Il messaggio è fin troppo chiaro e forte, se lo si vuole cogliere per davvero: la vita non può essere fatta solo di schemi e strutture da seguire per far funzionare correttamente il procedere dei propri giorni; servono necessariamente personalità, spirito di iniziativa, coraggio, coesione, apertura verso il prossimo e affidamento verso le risorse sia individuali che collettive per mettere in piedi una vita che sia degna di questo nome. Un messaggio che è umano ma non solo. O meglio, il messaggio umano arriva a destinazione per tramite di una comprensione che lo spettatore/individuo – non il “critico” – deve obbligatoriamente attivare per decifrare quello che il linguaggio filmico gli comunica per tutta la durata del film (compresi i titoli di coda forti di una rivisitazione non casuale della The times they are a-changin’ di Bob Dylan).

L’interpretazione del film

Shyamalan dissemina continuamente una serie sterminata di indizi, particolari succulenti e dettagli più o meno lampanti, ma lo fa duplicando il potenziale di ogni singolo significante. Non c’è mai un solo possibile interprete per ogni ruolo costituente la salvaguardia della “storia”: sta a chi osserva – non a chi guarda – comprendere la funzionalità di ogni perfetto tassello, magari individuando quell’unica inquadratura, solo apparentemente insensata, in cui la soluzione è ripresa nella sua interezza, non a caso in un momento di inconsapevole unità complessiva. Ognuno ha un ruolo, ma questo ruolo deve essere legittimato da terzi per essere riconosciuto. Solo così può prendere forma la vitale catena dei riconoscimenti esistenziali, e non è un caso se, in Lady in the water, è proprio il Cinema o, meglio, il Cinema di Shyamalan ad avere questo potere. Lady in the water urla a gran voce – e in vece dei suoi predecessori – il senso assoluto di un’opera omnia.

Articolo pubblicato originariamente su La Seconda Visione e concesso ad Auralcrave per la ripubblicazione.

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