I sogni appesi a un arto: il repertorio musicale per mano sinistra

Il mestiere del musicista professionista è rinomatamente arduo: ansia da prestazione, competitività, stress, responsabilità. Raramente però ci si interroga su cosa accadrebbe alla star di turno se fosse improvvisamente privata dei suoi strumenti di lavoro; non parliamo di palchi e microfoni, ma di braccia o capacità neurologiche. Qui presentàti dei brevi accenni alla tragica vicenda di Paul Wittgenstein, fratello del filosofo Ludwig ed importante musicista della prima metà del Novecento, e al disturbo della distonia focale.

Ludwig Wittgenstein: la giovinezza e la tragedia fisica

Nato a Vienna il 5 Novembre 1887, fin da giovane visse in una condizione di stabile benessere economico (era figlio di quel Karl Wittgenstein non soltanto ricco industriale, ma pure importante mecenate artistico) e a stretto contatto con musicisti quali Johannes Brahms, Richard Strauss e Gustav Mahler. Nonostante l’osteggiamento da parte del padre, che lo avrebbe voluto tra le file dei dirigenti dell’ azienda familiare – proprio Brahms testimoniava che in quella famiglia si scontravano ‘quasi fossero in tribunale’ -, Paul non rinunciò mai alla sua passione per le note: poco dopo la morte della figura paterna si esibì nel suo primo concerto pubblico, ormai ventiseienne.

Era il 1913, e suonò a Vienna a proprie spese; ebbe discreto successo, ma non immaginava certo che a breve si sarebbe presentato un ingente banco di prova per la sua inesauribile forza di volontà. L’anno successivo infatti, appena scoppiata la Grande Guerra, durante gli scontri armati presso Zamość (Polonia orientale), fu colpito al gomito destro dal fuoco nemico. In seguito alla vittoria russa si ritrovò trasferito in Siberia, dove ebbe modo di prendere piena coscienza del futuro: amputato il braccio destro, certo la sua auspicata carriera sarebbe terminata lì. A meno di una trovata geniale ed insolita, a quel tempo per nulla diffusa: decise infatti di specializzarsi nel repertorio strumentale pianistico per sola mano sinistra. Il primo ad intraprendere una carriera simile era stato un allievo di Liszt, ancora vivo al tempo di Wittgenstein e presto in contatto epistolare col Nostro, ossia Géza Zichy. Questo rappresentò una svolta per la storia della professione stessa.

L’ingente sviluppo del repertorio per mano sinistra ad inizio Novecento

Il caso di Wittgenstein è quello tipico della profezia che si auto-avvera: il suo investimento in una scelta artistica nonché lavorativa rischiosa, non esente dalla possibilità di insuccesso, si risolse nell’esponenziale ampliamento della letteratura per il solo arto mancino. Interessante evidenziare innanzitutto che originariamente la produzione di brani scritti per una sola mano – la sinistra piuttosto che destra: esiste comunque una più esigua produzione anche per quest’ ultima – è da rintracciare in due motivazioni, una tecnica ed una ideologica. Quella tecnica: praticamente tutti, rare le eccezioni, abbiamo un emisfero debole ed uno forte; dunque l’esigenza didattica in primis ha fatto sì che celebri compositori scrivessero pagine apposta per allievi ed aspiranti concertisti: sono i casi di Berger, Berens, Bonamici. Vi è poi quella ideologica: chi ha perseguito tutti i costi la finalità virtuosistica, si pensi a Skrjabin e Godowsky, provava una certa soddisfazione nel mettere alla prova quella che rimane solitamente la mano più debole della maggior parte dei pianisti, nonché degli individui in generale, proprio la sinistra.

Per commissione di Wittgenstein però, per la prima volta, grazie alla sua ingente disponibilità economica, si assiste alla produzione di capolavori confezionati appositamente per esecutore diversamente abile: ben diciassette furono le manifatture artistiche elaborate da giganti quali Prokofiev, Hindemith, Britten, Strauss e Ravel. Il concerto per pianoforte e orchestra in Re maggiore di Maurice Ravel rappresenta forse l’apoteosi: la sua difficoltà esecutiva e tutta la serie di elementi innovativi che offre (moltissimi quelli preannuncianti il Jazz) ne fanno una pietra miliare della storia della musica prima ancora che della tastiera.

Non solo problemi fisici: la distonia focale

D’altro canto uno dei più seri problemi di natura non prettamente fisica, bensì neurologica, consiste nella cosiddetta distonia focale, disturbo che coinvolge i neuroni della corteccia sensomotoria. Può interessare in primis chi abbia esercitato intensamente, per lungo tempo, quest’area cerebrale: avvenendo una vera e propria sovrapposizione delle ‘mappe mentali’ adibite al controllo di ogni articolazione o muscolo, la piena padronanza di una specifica parte del corpo diventa letteralmente impossibile. Si va dai casi di assoluta gravità a quelli meno sintomatici.

Celebre è la vicenda di Leon Fleisher. Rinomato pianista, nato nel 1928 e tutt’ora vivente, nel registrarne i primi passi Monteaux lo definì ‘la scoperta pianistica del secolo’; Artur Schnabel lo accolse nel ristrettissimo novero dei suoi allievi, nella prosecuzione di una linea di insegnamento che prende avvio addirittura da Beethoven. Durante la preparazione ad un tour che lo avrebbe condotto ad esibirsi attraverso l’Unione Sovietica, anno 1964 (nel vivo della carriera, dunque), iniziò a sperimentare i primi sintomi della malattia: due dita erano sempre più incontrollabili, e nel giro di dieci mesi queste se ne stavano irrimediabilmente serrate al palmo della mano.

I medici erano sbigottiti. Entro trent’anni sarebbero arrivate le prime scoperte scientifiche: dapprima si è capito che la tossina botulinica è in grado di alleviarne i sintomi – grazie a questo trattamento Fleisher ha ripreso a suonare a due mani nel 2004 -, successivamente il lavoro indefesso di molti medici (su tutti Nancy Byl e Joaquin Farias) ha consentito di elaborare un vero e proprio programma di rieducazione, permettendo di non far uso della dannosa proteina.

Proprio quest’anno un importante esponente del pianismo italiano, il pratese classe ’86 Giovanni Nesi (anche lui prosecutore diretto di un autorevole asse musicale, quello che procede da Ferruccio Busoni a Maria Tipo e Andrea Lucchesini) ha realizzato un album per sola mano sinistra, in conseguenza della forma di distonia che lo ha colto nel 2017: l’ascolto delle sue tracce contempla un susseguirsi di trascrizioni operate sia dal Wittgenstein che dallo stesso Nesi, con la collaborazione del musicista contemporaneo Claudio Sanna.

Tanto il caso di Fleisher quanto quello di Nesi hanno avuto come presupposto una lunghissima riabilitazione giornaliera. Questo tipo di rieducazione deve necessariamente essere accompagnato da una disposizione serena del paziente: abitudini ripetitive, stress mentale, ossessività nei movimenti possono favorire l’ acutizzarsi della malattia.

Ho avuto personalmente la possibilità di accedere allo studio di Giovanni Nesi, per osservare la serie di strumenti riabilitativi di cui si serve (elastici, pesi e contrappesi di varia natura, strisce di materiale diverso da collocare sui tasti): fondamentali ma inutili se, come accennavo, il cervello continua ad associare ad un certo gesto tecnico emozioni negative (rappresenta dunque una condizione molto vicina a quella del balbuziente). Perciò è sì faticoso, ma assolutamente possibile guarire, dato che grazie ai pazienti – pazienti in tutti i sensi – fin ora trattati è stato possibile comprendere che una cura ben condotta porta con sé alte probabilità di ritorno alla condizione di normalità.

Per concludere riportiamo alcune considerazioni degli stessi Fleisher e Nesi:

‘Per ovvi motivi mi sono interessato molto alla figura di Wittgenstein: se nei trent’ anni della mia malattia ho potuto continuare a suonare, devo dire grazie a lui […] Tutte queste musiche continuo ad eseguirle anche se fortunatamente mi sono lasciato questo problema alle spalle: ho recuperato l’ uso della mano destra da ormai dieci anni ma non mi sembra ancora vero, e sono talmente felice che mi sembra di camminare a un metro da terra.’

Leon Fleisher

‘Sono addirittura riconoscente per questa opportunità che mi è stata data, così da aver avuto la possibilità, reale, di esplorare certi lati inosservati della mia personalità. Su molti mai avevo riflettuto a sufficienza: quante prospettive nuove, quante occasioni di migliorarmi innanzitutto come uomo! La mia concezione del lavoro che svolgo si è fatta improvvisamente più spontanea, profonda ed intuitiva: il musicista deve trasmettere emozioni al pubblico, deve essere benefattore, missionario dell’ animo che cerca ristoro! Ho iniziato a concepire la vita come un’ unica manifestazione esistenziale, ricca, da non far coincidere con il profitto lavorativo. Molti input di matrice cosiddetta occidentale ci esortano a cercare solo la realizzazione professionale: saper godere delle amicizie, di una passeggiata, di un paesaggio è fondamentale. Tutto ciò è possibile solo vivendo qui ed ora, ‘hic et nunc’, come ci insegnano i Latini e la maggior parte delle tradizioni filosofiche orientali.’

Giovanni Nesi
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