Euphoria: trama, trailer, significati e pregi della nuova serie HBO

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Questo articolo racconta il film Giù La Testa di Sergio Leone in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

La vita è sempre di più un ininterrotto dialogo con noi stessi, mentre non esiste più socialità, non esistono più calore, verità e saggezza. Viviamo tutti il nostro personale viaggio in solitaria sulla luna. Senza certezze. Sogniamo in grande, ma ci teniamo in piedi con sogni in scatola, impacchettati come sardine “in a crushd tin box” (cit. Radiohead, Kid A).

Ci aiutano, ci aiutiamo con droghe di ogni tipo, naturali, eccitanti, chimiche, catodiche, informatiche. Vivere è diventata una condizione che richiede dell’anestetico. Così smettiamo anche di dialogare con noi stessi, ormai pronti per lo stupro indolore. La casa che avevamo costruito dentro di noi è pronta a bruciare. Le famiglie esplodono.

A partire da quelle della giovane Rue e della sua migliore amica Jules, le cui storie tristi e dolcissime sono ben raccontate nella nuova, sorprendente serie HBO Euphoria.

Le hanno strappate alla luce, come quasi-angeli ricondotti alla mondanità dell’esistenza terrena. “Una volta ero felice, appagata” racconta Rue, “sguazzavo nella mia privata piscina primordiale. Poi un giorno, per ragioni al di fuori del mio controllo, sono stata schiacciata ripetutamente, più e più volte, dalla cervice crudele di mia madre”. Smettendo ogni dialogo con noi stessi perdiamo l’armonia e la serenità, dimenticando la loro importanza soprattutto per un neonato: “Sono nata tre giorni dopo l’undici settembre. Mia madre e mio padre hanno passato due giorni in ospedale tenendomi sotto la luce offuscata della televisione, guardando quelle torri cadere in continuazione, finchè il lutto ha condotto all’insensibilità”.

Fin da piccolina le diagnosticano sindromi da deficit d’attenzione, disturbi d’ansia generalizzati, possibili disturbi bipolari. E la imbottiscono di medicinali. Per questo motivo non ricorda molto dell’età compresa tra gli otto e i dodici anni. Solo che il mondo andava veloce e il suo cervello andava lento. “Finché ogni secondo di ogni giorno ti ritrovi a cercare di superare la tua ansia. E francamente, sono stanca, cazzo. So che tutto può sembrare triste, ma sai cosa? Non ho costruito io il sistema, e non l’ho mandato io a puttane”. 

È una vita, questa? Rue s’interroga su quel suo gene, su quella soffocante stringa di DNA che, ogni giorno, le dice che non è dove avrebbe dovuto essere. Come avrebbe dovuto essere. E abusa di droghe. Un tempo i pescatori gallesi chiamavano Hera la nostalgia di una casa perduta, o che forse non c’è mai stata. Nella tragicità della sua esperienza, Rue riprende quindi un dialogo quasi ancestrale con i fantasmi che la tormentano e che tormentano quella nazione, voluta da dio, di cui fanno parte tutti i ragazzi del mondo. Lo spettro della falsità e del degrado completo. La scomparsa di ogni orientamento generale. Di ogni mappa stellare, che sia disegnata da un nonno, un padre, una madre o un fratello. È la stessa nazione di cui raccontano film indipendenti recenti come Don’t Come Back from the Moon (2018), in cui un genitore può lasciare alla figlia minorenne una sconclusionata lettera di sedici pagine, con consigli sul matrimonio, i soldi e altre cose, prevedendo di mancare per i prossimi trent’anni.

Dove vorrebbe essere, Rue? Tanto per cominciare, ben al di sopra di tutta questa sporcizia. Vorrebbe essere davvero un esempio per la sua sorellina, Gia, che la vede come un idolo. Vorrebbe non essere mai stata trovata incosciente proprio da lei. Vorrebbe essere una persona diversa. Perché è quello che vorrebbe la sua famiglia. “E lì dentro le bugie vengono a galla”.

Ma poi arriva “quel momento in cui il tuo respiro inizia a rallentare. E ogni volta che respiri, butti fuori tutto l’ossigeno che hai. E tutto si ferma. Il tuo cuore, i tuoi polmoni, il tuo cervello. E tutto quello che provi, desideri e vuoi dimenticare, sprofonda tutto e basta. E poi all’improvviso, gli dai di nuovo aria, gli dai vita di nuovo. Ricordo la prima volta che è successo, mi sono spaventata così tanto che volevo chiamare il 911. Andare in ospedale ed essere tenuta in vita dalle macchine e dal succo di mela. E con il passare del tempo, era tutto quello che volevo. Quei due secondi di vuoto”.   

Quanti ragazzi, dopo aver girato attorno alla luna con i loro potentissimi razzi per pochi anni che sono sembrati secoli, e non averci ricavato niente, ormai fantasticano e ragionano -a insaputa di qualsiasi istituzione- sulla possibilità di essere tenuti in vita solo dalle macchine e dal succo di mela, con regolarità, anche se per qualche secondo alla volta? A Euphoria il grande merito di porci questa domanda, suggerendo risposte mai così tragiche e così reali, così scollate dal sogno che ci sta dietro e che fa sempre più fatica a salvarci.

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