The Handmaid’s Tale, la distopia atipica: il libro, la serie, il film

Posted by

“Nolite te bastardes carborundorum”

Dal 6 giugno in Italia è disponibile sulla piattaforma TIMVision la terza, attesa, stagione di The Handmaid’s Tale. Una serie, ideata da Bruce Miller nel 2017 per Hulu, che ha condizionato l’immaginario comune, toccando ora il settore della moda, ora i cortei femministi di tutto il mondo. La sua storia, però, è molto più lunga ed rappresenta un buon esempio di trans-medialità, essendo stata adattata nei più diversi contesti. Ripercorriamo la parabola che l’ha portata, da caso letterario, a soggetto cinematografico e infine televisivo.

La trama del romanzo

Il 1984 preconizzato dal padre della distopia contemporanea, George Orwell, è appena terminato. Un’autrice americana già affermata, Margaret Atwood, dà alle stampe un romanzo che riflette sulle condizioni della donna in una società patriarcale immaginaria ma drammaticamente vicina a quelle, nel tempo e nello spazio, realmente accadute. Il racconto dell’ancella ha tutti i caratteri della distopia impostata dallo scrittore de La fattoria degli animali: uno Stato opprimente, un potere centrale ed elitario, un panottico normativo fatto di poliziotti e guardie. la storia in prima persona di un protagonista dubbioso, una vicenda d’amore che lo avvicina alla resistenza clandestina.

Siamo a Galaad, una teocrazia sorta nel nord degli Stati Uniti a seguito dei disastri prodotti dall’inquinamento: buona parte delle donne sono diventate sterili e il tasso di natalità è ai minimi storici. Le poche donne fertili sono prelevate e addestrate forzatamente a svolgere il ruolo di ancelle: uteri con le gambe, in pratica, che prestano il proprio ventre alle mogli dei potenti funzionari di stato per assicurare una discendenza. Il mito fondativo che giustifica tale pratica è quello biblico del Genesi 30, 1-4:

Rachele, vedendo che non le era concesso di procreare figli a Giacobbe, divenne gelosa della sorella e disse a Giacobbe: “Dammi dei figli, se no io muoio!”.
Giacobbe s’irritò contro Rachele e disse: “Tengo forse io il posto di Dio, il quale ti ha negato il frutto del grembo?”.
Allora essa rispose: “Ecco la mia serva Bila: unisciti a lei, così che partorisca sulle mie ginocchia e abbia anch’io una mia prole per mezzo di lei”.
Così essa gli diede in moglie la propria schiava Bila e Giacobbe si unì a lei.

La procedura alla quale sono sottoposte le ancelle, una volta al mese, ricalca letteralmente quella raccontata dalla Bibbia. Le ancelle perdono il proprio nome, venendo indicate come proprietà dell’uomo di turno, ed educate dalle cosiddette Zie a svolgere il loro compito nel più totale rispetto delle istituzioni e di Dio. Il loro, dopotutto, sarebbe un dono benedetto, una missione di cui essere grate. Del proprio passato, della propria identità devono scordare tutto: vivono nelle case dei padroni, in stanze senza vetri e finestre perché siano a prova di suicidio, e hanno come unica opportunità di sfogo la passeggiata quotidiana al mercato. Ci vanno in coppie assegnate dall’alto, affinché si controllino a vicenda, e sempre vestite di lunghe tonache rosse e cappelli con visiere che fungono da paraocchi. La polizia, su modello della psicopolizia orwelliana, evita ulteriormente i loro tentativi di fuga o di ribellione associata. La passeggiata poi non è certo delle più amene: ai muri sono costantemente appesi, infatti, i cadaveri impiccati di lesbiche, stupratori e medici abortisti. Sprecare il seme, in una teocrazia tesa alla procreazione, è reato verso Dio prima ancora che verso le autorità. Va da sé che i pochi bambini nati sono di proprietà della coppia legittima, non della madre naturale.

Il romanzo è costituito dalle registrazioni segrete di Difred, ancella che appartiene, appunto, al comandante Fred, fra gli uomini più importanti della Repubblica. Difred, con uno stile sincopato, riflessivo e discontinuo, ci racconta ora del mondo di prima, ora del rapporto problematico con la moglie del comandante, ora delle pratiche tremende in vigore a Galaad. Ogni tanto si chiede che fine abbiano fatto sua figlia e suo marito, e sembra che nulla possa cambiare. Eppure Difred entra in contatto man mano con una rete di resistenza segreta, realizza di non essere sola, che nemmeno le altre ancelle sono macchine senza cuore né volontà. Soprattutto, riscopre la bellezza di quel tipo di sesso che non è imposto, che non somiglia al vero e proprio stupro istituzionalizzato cui è sottoposta ogni mese: inizia a fare l’amore con l’autista del proprio padrone, che non sa se faccia parte della resistenza o della polizia. Non tutto però segue la volontà di Difred: il suo racconto termina bruscamente con una sua fuga senza possibilità di sapere cosa la aspetterà. A giustificare tale finale aperto, subentra la metà-narrativa: la testimonianza di Difred è analizzata in un convegno archeologico di studi successivo all’epoca di Galaad. Raccontare le pieghe nascoste della Storia vuol dire far parlare i morti, richiamarli in vita come nel mito di Orfeo.

Una distopia atipica, quella della Atwood, perché lascia più di un barlume di speranza. Soprattutto, è una distopia non troppo lontana dalla realtà: le modalità di segregazione e utilizzo delle donne ricalca ora le società puritane dell’Era moderna, ora quelle del Medio Oriente, ora i precetti presenti, davvero, nei libri delle grandi religioni monoteiste. Una satira spietata sull’America, sì, ma anche sul mondo irrimediabilmente patriarcale di sempre.

Il film

Il romanzo di Atwood, nel 1985, diventa così un caso letterario. Impossibile non venisse presto riadattato per il grande schermo. Nel 1990 Volk Schlöndorff gira un film omonimo. Le premesse sono ottime: nel cast figura Faye Dunaway, lo sceneggiatore è il premio Nobel Harold Pinter e il romanzo di partenza è già un classico della letteratura contemporanea. Eppure il prodotto finale è inferiore alle aspettative. La sottile psicologia della sottomissione, la dialettica fra speranza e fatalismo senza emotività della Difred originale, i toni cupi e claustrofobici vengono abbandonati in favore di una protagonista, a confronto, quasi solare e rilassata. Il finale aperto e ambiguo cede il posto a una vera e propria ribellione dell’ancella, che uccide Fred e scappa con la resistenza. Soprattutto, Difred sa di essere rimasta incinta, cosa che nel romanzo viene lasciata all’interpretazione.

In definitiva, un prodotto di fantascienza piuttosto mediocre, soprattutto vista la fonte letteraria, ed evidentemente figlio della fine della Guerra Fredda che ormai è già in atto all’inizio degli anni ’90. Che il film andasse in una direzione diversa dal romanzo, era d’altronde già evidente dalla locandina, che rappresenta la protagonista in abiti discinti. Più che di una distopia feroce e satirica, di stampo femminista, sembra la presentazione di un film soft-porn boccaccesco con innesti di romanzo d’appendice.

La serie

Ci voleva uno showrunner del calibro di Bruce Miller a tradurre in visivo, infine, tutte le sfumature del romanzo. The handmaid’s tale, con Elisabeth Moss nei panni di Difred e Joseph Finnies in quelli di Fred Waterford, segue fedelmente la trama originale nella prima stagione, per poi moltiplicare le possibilità narrative verso territori nuovi.

La serie è un ottimo esempio di come un adattamento possa risultare attinente al modello e allo stesso tempo potenziarlo: ne vengono mantenuti lo stile sincopato e soffocante, la narrazione in prima persona e la psicologia dei personaggi, ne viene però accentuata la violenza già presente nelle parole. Il personaggio di Difred risulta meno succube e più combattivo: Elisabeth Moss ha dichiarato come Difred per lei sia un simbolo non solo femminista, ma riguardante tutta l’umanità oppressa, nel mondo e nella storia. Due Golden Globe e nove Emmy non bastano a rendere l’influenza che le prime due stagioni hanno esercitato sia nel rilanciare il romanzo di Atwood sia nel creare nuovi veicoli di significati della lotta per i diritti delle donne e delle categorie subalterne. Balletti per il teatro, collezioni di moda, slogan da manifestazione sono stati tratti da quella che potrebbe davvero essere una delle serie più rappresentative di questi anni.

Tensione emotiva, cura registica, interpretazioni efficaci ed estetica riconoscibile la rendono un prodotto apprezzabile per il grande pubblico e allo stesso tempo distinto, colto, in cui i dialoghi rivelano la matrice letteraria. Quanto a Margaret Atwood, il suo ruolo all’interno della produzione è quello di supervisore: si è però dedicata con energia, a quasi ottant’anni d’età, sul fronte promozionale. Dimostrando come il femminismo della cosiddetta seconda ondata, quella degli anni ’70, possa dialogare con le moderne forme di espressione.

Il nuovo romanzo

Le possibilità narrative del mondo distopico di Galaad, sorprendentemente, non sono ancora terminate. Nel settembre 2019, uscirà in Italia, per la casa editrice Ponte delle grazie, un sequel letterario dal titolo I testamenti. L’autrice, ovviamente, è l’infaticabile Atwood che torna, trentacinque anni dopo, alle vicende di Difred e delle sue compagne. Stando alle dichiarazioni della scrittrice, la vicenda si discosterà da quanto narrato nella serie e fornirà risposte ai numerosi quesiti lasciati aperti, primo fra tutti il destino della protagonista. Soprattutto, si tratterà di una nuova, potente denuncia delle ingiustizie statunitensi, nell’America di Trump, e mondiali. Realtà e finzione si intrecceranno nuovamente, così come si sono intrecciate le differenti interpretazioni e versioni dell’universo creato dalla Atwood.

Rating: 4.3/5. From 3 votes.
Please wait...

Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.