Bob Dylan: la storia di The Basement Tapes e Music From The Big Pink

Confusione è parola inventata per indicare un ordine che non si capisce”, diceva Henry Miller in Tropico del Capricorno e quello stile tra autobiografia, romanzo e saggio è ideale per descrivere quello che successe dopo la metà degli anni ’60 nei pressi di New York, durante un periodo di ripensamento a cui Dylan fu costretto da un incidente motociclistico nelle campagne di Woodstock, era il 1966.

Ormai le circostanze sono letteratura. Sostanzialmente Bob Dylan si ritrovò isolato dal mondo a riscrivere l’enciclopedia della musica “Americana”. Semplice.

Tra il suo studio personale e lo scantinato di una grande casa dipinta di rosa, coi musicisti già pagati a causa di un tour saltato, si trovò a incidere su pietra (nastri) gli standard di quel gigantesco universo “roots oriented” che comprende e sintetizza tutto ciò che è germogliato dalle radici folk, country e blues nel continente nord americano: r’n’b, soul, gospel e rock and roll compresi.

Un’impresa compiuta apparentemente senza sforzo da un ebreo newyorkese, un batterista dell’Arkansas e quattro canadesi di cui uno mezzo indiano. Bob Dylan e “The Band”.

Anni prima Levon Helm, batterista mai abbastanza stimato, si trasferì a Toronto di supporto a certo Ronnie Hawkins. Seguendo il suo fiuto musicale, raffinato dall’aria del Mississippi, legò con quattro canadesi che divennero compagni di vita e di musica, levigandosi reciprocamente gusti e influenze, Nashville soprattutto.

Una Nashville che già aveva messo pesante ipoteca addosso al trittico elettrico culminato in Blonde On Blonde, lavoro che battezzò l’unione tra un cantautore hipster e gli ex Hawks.

Nuovo metodo in una forma classica

In quegli scantinati dal pessimo riverbero i sei registrano privi di pressioni, in totale libertà, trapiantando le radici americane all’interno della nuova libertà formale e improvvisativa portata dal rock. Era l’edizione aggiornata della Anthology of American Folk Music (1952 Folkways Records) chiodo fisso di Dylan in quel momento, persino nell’approccio tecnologico. La parola “tapes” rimanda all’assenza di artefatti, ad un realismo emotivo precursore di tutta la nuova filosofia “low fi” dominante dagli anni ’90.

Il materiale di riferimento è perciò contenuto in due dischi paralleli, anzi tre, figli del momento e di un unico flusso creativo: ovviamente The Basement Tapes, registrati nel 1967 e pubblicati nel 1975, e dallo stesso scantinato Music from the Big Pink (Capitol Records, 1° luglio 1968) indimenticabile esordio a nome The Band.

Nuova luce su quei materiali è arrivata poi nel 2014, con l’uscita di quel gioiello che è The Bootleg Series Vol.11: The Basement Tapes Complete oppure nella versione ridotta The Bootleg Series Vol.11: The Basement Tapes Raw, la più diffusa, oggi anche su Spotify.

Agli inizi degli anni ’90 la Columbia Records volle soddisfare le richieste di materiale inedito e cominciò a pubblicare periodicamente le lavorazioni della discografia ufficiale di Bob Dylan, completando nel tempo la lettura dell’evoluzione sonora rimasta in ombra: The Bootleg Series.

Con questi tre lavori il quadro è completo. Ne capiamo sia l’intenzione, sia la direzione intrapresa; il metodo. E soprattutto leggiamo con chiarezza l’origine incontaminata di una quantità impressionante di musica che tutt’ora sgorga da quella fonte.

In special modo per i “nastri della cantina” che contengono in questo Vol.11 il leggendario Great White Wonder, il primo disco pirata della storia che si diffuse in modo endemico attorno alle leggende fiorite dall’incidente di Dylan, influenzando generazioni di musicisti con lo spirito rifondatore e libertario di queste edizioni.

Dal Country Pop da Fm fino a Springsteen, da Connor Oberst alias “Bright Eyes” ai Red House Painters o a Bonnie Prince Billy aka Will Oldham: dopo Music from the Big Pink/The Basement Tapes tutti sembrano essersi abbeverati a quel sicuro riferimento.

L’inizio della Restaurazione

I lavori tra inediti e alternate takes senza sovraincisioni, hanno in comune tre pezzi dai quali è interessante cogliere significative prospettive e poterci addentrare in questo mondo.

La Tears of Rage (take 3) dei Bootleg è pulita e sostanzialmente uguale all’edizione del ’75, ma la voce più libera e sguaiata, davanti al mix, avvalora la carica profetica di Bob Dylan, la sua imbarazzante attualità. The Band la usa invece per aprire il debutto; con un importante lavoro sonoro tra organo e chitarra (il famoso Leslie di Robertson) i nostri immortalano un’America al bivio, combattuta tra radici e pulsioni sociali.

This Wheels on Fire chiude con vena psichedelica i Basement Tapes originali ed è messa quasi alla fine del lavoro della Band, ivi prodotta in modo accattivante per le charts di quegli anni, così come la finale I Shall be Released, un classico che nella versione bootleg risulta decisamente più sobrio.

Se Robertson e soci hanno cercato un approccio più innovativo nell’utilizzo degli strumenti (Chest Fever) e ammiccato alle classifiche (The Weight), sicuramente non hanno tradito l’intenzione portante e hanno tracciato un solco netto tra le tendenze del periodo e il nuovo corso imposto dalla popolarità di Dylan e dalla sua conversione elettrica.

In questi tre lavori non vi è quasi traccia delle mode musicali del tempo: le influenze hippie e psichedeliche sono minuziosamente dosate in un contesto folk, l’esotismo e l’inserimento di elementi estranei alla cultura occidentale americana totalmente assenti. Nessun sitar o percussione che non fosse il raffinatissimo drumming di un Helm presente solo a tratti e Dylan sembra essere come mai prima, primo tra pari anziché leader assoluto. Senza poter in nessun modo attutire l’eco della sua personalità.

E tutto ciò diventò tendenza: segnando il definitivo declino della psichedelia anni 60. Pensiamo soltanto alla svolta country dei Grateful Dead pochi anni dopo, quella del 1970 con Workingman’s Dead e American Beauty.

Differenze, inediti e covers: i tesori del Bootleg

L’idea “circense” trasposta dalla copertina ai solchi sembra una lettura quasi imposta dalla distanza temporale fra le riprese e la pubblicazione. Distanza riempita da un lavoro ingombrante come quel John Wesley Harding la cui forte connotazione country rimescolò le carte in tavola.

Lungo tutto il percorso cronologico dei Bootleg si può intuire come la volontà di pulizia e la precisa intenzione naif del successivo intervento produttivo, avessero nascosto numerosi episodi degni di nota e assolutamente premonitori l’evoluzione del genere, decisamente tendente all’introspezione: un esempio è Ain’t no More Cane. Dallo spirito più solare e country della versione ufficiale, il bootleg ci dona una interpretazione struggente e volutamente approssimata, densa e credibile come oggi la canterebbe Will Oldham.

Addirittura in Don’t Ya Tell Henry la distanza tra nastri grezzi e produzione del ’75 si fa pesante: pensata e registrata nello sgangherato mood da funeral brass band, anticipando il Tom Waits di Swordfishtrombones, uscì anni dopo come un elegante rock’n roll da juke box.

Lo stesso trattamento su Million Dollar Bash in cui la take 1 dell’edizione Raw perde in precisione e pulizia, ma guadagna in emotività.

Alcuni pezzi invece sono quasi integralmente riportati: Crash on the Levee rimane la stessa nelle due versioni così come Clothes Line Saga, pigra come un afoso mezzogiorno del Mississipi.

Da quelle session tanti i brani a firma Dylan che non comparirono in The Basement Tapes. Testimoni di una placida iperattività, per la gioia del manager Albert Grossman, cito solo I’m Alright, Baby Won’t you be my Baby?, Dress It Up, Better Have it all… E non voglio sicuramente omettere Sign on The Cross.

Possedere “The Bootleg Series Vol.11: The Basement Tapes Complete” è se possibile reso ancora più necessario dalle covers. Se ci si incuriosisce per una Blowin’ in the Wind piegata al blues, a colpirci profondamente al cuore è una Folsom Prison Blues (delta style) in cui Dylan non fa rimpiangere nemmeno Cash.

Il country genuino di I Don’t Hurt Anymore, di 900 Miles from My Home e di una I’m not there da antologia, furono una boccata d’aria fresca in mezzo a tutti i fumi di Lsd che arrivavano da fuori.

E per chiudere in bellezza One Kind Favor, che poi sarebbe See That My Grave Is Kept Clean incisa per la prima volta negli anni ‘20 dal “Padre del Texas Blues”: Blind Lemon Jefferson.

Il dado era tratto, contro se stesso e il suo stesso successo Dylan e i suoi cucirono assieme passato e futuro in quelle stanze attorno a Woodstock: proprio accanto ai luoghi del Festival che consacrò la cultura hippie, ne fu celebrato il funerale: rigorosamente in stile texano.

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