1984, il libro che uccise George Orwell

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1984 è senza dubbio uno dei romanzi più influenti del XX secolo. Visionaria e distopica, l’opera di Orwell è stata letta, sin dalla sua pubblicazione, da svariate generazioni, mantenendo immutato il fascino suscitato su milioni di lettori che continuano ad amarla. Quella che qui vi raccontiamo è l’incredibile storia della creazione di questo capolavoro.

È singolare che un’opera così cupa, così carica di oscuri presagi, sia tanto amata. 1984 narra le vicende di un mondo nel quale la guerra è perpetua, un mondo governato da superpotenze dispotiche e totalitarie in cui ogni individuo è destinato a perdere la propria individualità per diventare oggetto funzionale alla perpetuazione dello stato. La potenza di questo romanzo non risiede, ovviamente, nella sua allegoria più superficiale. Non si tratta semplicemente della narrazione dell’orrore dei totalitarismi. Il fascino di questo capolavoro agisce su un piano allegorico ben più profondo, ognuna delle allucinazioni che costituiscono l’universo orwelliano racconta di minacce nascoste, incubi ed esasperazioni celati appena sotto la superficie della nostra realtà. Difficile non riscontrare nel Grande Fratello l’occhio invasivo della tecnologia, nel Bipensiero gli ingranaggi della “post-verità” o nella Psicopolizia il vendicatore di ogni reato d’opinione. Un romanzo seminale, fecondo di immagini simboliche che conservano intatta la propria forza.

1984

Siamo nel maggio del 1946. La vita di Eric Arthur Blair, meglio conosciuto come George Orwell è da poco andata in frantumi. A causa di complicazioni derivanti dall’anestesia praticata nei confronti di sua moglie Eileen, un intervento di routine costa la vita alla persona che ama. Orwell si ritrova padre e vedovo, la notorietà derivante dal successo è un boomerang di aspettative e pressioni, il mondo ha scoperto il suo genio e il suo prossimo lavoro è atteso con fervore.

È a questo punto che entra in scena la figura di David Astor. L’amicizia con quest’uomo è fondamentale per la nostra storia. Astor è l’editor dell’Observer, il giornale in cui, prima come critico letterario e successivamente come corrispondente, Orwell si guadagna da vivere. Ma, come detto, Astor non è soltanto un capo per Orwell, è un amico e capisce che il mondo gli sta crollando addosso. In seguito alla morte della moglie, si trova in una condizione di rimorso e disperazione: si getta a capofitto sul lavoro, scrive ossessivamente, schiacciato tra il fardello del successo e la voglia di reprimere il dolore.

Ma nella testa di Orwell un’idea, un tempo soltanto uno spunto, ma poi qualcosa di sempre più grande, sempre più violento, inizia ad assumere le sembianze di un’ossessione. “L’ultimo uomo in Europa”, questo il titolo che inizialmente avrebbe dovuto avere l’opera, è un seme coltivato sin dai tempi in cui Orwell si trovò coinvolto nella guerra civile spagnola. L’esperienza in Spagna, la violenza della guerra, i bombardamenti, sono esperienze che segnarono fortemente l’immaginario orwelliano e, insieme alla tragica scomparsa di Eileen, aiutano a comprendere le profonde ragioni della cupezza del suo romanzo, cupezza senza la quale, probabilmente, 1984 non avrebbe mai visto la luce.

Il demone della creatività e i suoi tormenti non potevano però andare d’accordo con le aspettative e le pressioni che si erano riversate su di lui. È così che nasce l’idea della fuga, un’idea di Astor che si rivelerà fondamentale per l’opera. In una remota isola scozzese, David Astor e la sua famiglia possiedono una proprietà: si trova nell’isola di Jura, un posto desolato e lontano dalla frenesia del mondo, il posto ideale per un uomo in cerca di sé stesso, per uno scrittore in cerca del suo capolavoro. Astor propone a Orwell di trasferirsi nell’isola, è il posto migliore per mettere insieme i pezzi in frantumi della sua vita e per lavorare con serenità al suo nuovo romanzo. Orwell accetta: è una grande idee per il romanzo, una pessima idea per la sua salute.

George-Orwell-2

La vita nell’isola, nei primi tempi, mantiene le sue promesse di tranquillità. Isolato da tutti, raccolto nell’intimità con il figlio Richard, Orwell trascorre alcuni mesi sereni. Ma la vita di Orwell è complicata e seppure l’isola sia servita a fuggire al clamore della città, nulla ha potuto per invertire la rotta del suo destino.

Orwell è da sempre sofferente al petto, la sua salute spesso precaria e in balia dei capricci del tempo. È vero, per quanto severe, le condizioni climatiche dell’isola sarebbero state accettabili. Ma il destino, di nuovo, decide di voltargli le spalle. Durante un’esplorazione lungo la costa in compagnia di Richard e alcuni amici, la piccola imbarcazione sulla quale viaggiano non regge all’impeto del famigerato whirlpool Corryvreckan.

È l’inizio dei suoi tormenti: uno inverno durissimo, come non si vedeva da tempo, si abbatte sull’isola, l’incidente in barca danneggia gravemente la già precaria salute di Orwell che, alla fine, scopre quello che temeva: la diagnosi di tubercolosi è senza appello e dovrà farci i conti per il resto dei suoi giorni.

Poco dopo aver appreso della sua malattia, in una lettera a David Astor, Orwell confesserà la più incosciente delle scelte razionali compiute nella sua vita: sapeva di essere malato e di aver bisogno di cure mediche, ma portare a termine il libro su cui stava lavorando era diventato troppo importante. Semplicemente, decise di rimandare la necessaria visita dal medico. Era l’agosto del 1947, si trovava in quell’isola dall’anno prima e non era facile prevedere quanto ancora mancasse per terminare l’opera. Passarono mesi prima che un medico venisse convocato da fuori l’isola e facesse la diagnosi: tubercolosi in stato avanzato.

A distanza di anni possiamo ammirare la bellezza di un gesto di autentico romanticismo nei confronti della letteratura, il trasporto totale del genio verso la sua opera. Ma si tratta anche della vittoria del demone della creatività e del sacrificio dell’uomo che ne ha ospitato il genio.

“Quasi inconsciamente, scrisse con le dita sul tavolo coperto di polvere: 2+2 = 5”

Quasi inconsciamente, scrisse con le dita la sua fine. La scelta di non farsi curare tempestivamente, la ferma volontà di non interrompere il lavoro sul libro, furono tutte decisioni irrazionali. Come il Grande Fratello era riuscito nel suo intento di convincere Winston Smith che due più due fa cinque, così il demone della creatività lo ha intrappolato nelle sue spire.

Dopo l’incidente in barca, la vita di Orwell si sarebbe rapidamente consumata in brevissimo tempo, e con lei la possibilità che 1984 vedesse la luce. Ma ancora una volta, David Astor decide, in un ultimo disperato tentativo, di venire in soccorso del suo amico scrittore. Astor riesce infatti, volando negli Stati Uniti, a trovare un farmaco in via di sperimentazione: si tratta di un rimedio ancora da testare ma che riuscirà a produrre su Orwell quei miglioramenti che gli consentiranno di portare a termine il romanzo.
Il farmaco fa miracoli: le condizioni di Orwell sembrano migliorare sensibilmente e, benché i medici gli abbiano consigliato di spostarsi verso climi più temperati, l’ossessione per la fine del romanzo, insieme alle pressioni dell’editore del libro affinché esso sia portato a termine, convincono Orwell a rimanere sull’isola per completare il suo lavoro.

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Verso la fine dell’ottobre del 1948 il libro era quasi ultimato. Come rivelò allo stesso Astor, si trattava delle ultime fasi della dura lotta per portare a termine questo “sanguinoso libro”.

Fissata la scadenza della consegna per la metà di dicembre, a Orwell non restava che un ultimo sforzo per il completamento della sua impresa titanica. Benché la bozza fosse completata era necessario che essa fosse revisionata e battuta a macchina. Orwell versava in condizioni di salute così precarie che persino stare in piedi gli era precluso. Eppure la complessità dell’opera, la presenza dei suoi ormai celebri neologismi e la paura che il lavoro potesse essere eseguito male, lo portarono ancora una volta a seguire il suo istinto: decise di occuparsi lui stesso del lavoro, avrebbe battuto tutto dal suo letto e lo avrebbe fatto entro dicembre. E questo fu esattamente quello che avvenne.

Nel giugno del ‘49, 1984 verrà pubblicato. Pochi mesi dopo, il 21 gennaio 1950, Eric Arthur Blair morirà in un ospedale di Londra per il cedimento di un’arteria polmonare.
Oggi la sua opera è riconosciuta universalmente come un capolavoro. Creatività e verità hanno raramente conosciuto un rapporto così intenso e la sua opera testimonia non soltanto il genio artistico dello scrittore, ma anche l’incredibile forza d’animo dell’uomo:

“Forse non si desiderava tanto essere amati quanto essere capiti”

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