Chi è Moondog, il bardo cieco della Sesta Avenue

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Due delle ricerche più effettuate su Google riguardo Moondog, il “vichingo della 6th Avenue”, sono le seguenti: “musica simile a Moondog” e “che genere è Moondog?”. Non è facile, in effetti, inserire il bardo americano all’interno di un particolare genere musicale, né tanto meno riferire alla sua sfaccettata personalità artistica maestri od epigoni. Questo signore, questo contemporaneo vichingo dell’America rurale, cieco come un Tiresia post-moderno, ha infatti attraversato mezzo secolo senza mai conformarsi ad alcunché.

A differenza di Tiresia, però, il nostro non è stato accecato dagli dei, se mai certezza, ad ogni modo, può esservi su ciò. Non è comunque la hybris la sua colpa, la cagione della sua menomazione. Fu un incidente nella fattoria del padre ad Harley, Missouri, ad accecarlo, il 4 luglio del 1932. Moondog aveva sedici anni e leggenda vuole che una carica di dinamite gli esplose in pieno viso, mentre il nostro, disseppellendola, cercava di capire di cosa si trattasse. Un attimo che segna la distanza tra questo mondo e il fondo più buio dell’Universo. Ed ecco a voi, signore e signori, Moondog il Nemico del Fato, ecco Moondog il Figlio della Disgrazia, rinato al mondo in un solo abbacinante momento, che segna la nascita di uno dei più autentici ed eclettici underdog d’America e allo stesso tempo il punto zero della sua epica. Già, perché quando si parla di Moondog, quando si ascolta la sua musica o si osservano anche solo distrattamente le sue foto, non si può non rimanere affascinati dall’aura sciamanica che lo circonda. Il mito lo riguarda da vicino, ne è l’essenza stessa si direbbe.

Se volessimo tracciare una parabola della sua vita, noteremmo che questa non si disintreccia mai dalla musica ma che si annulla e nobilita completamente in essa, e che quella musicale fu in definitiva la sola dimensione spirituale in cui il vecchio outsider barbuto si immerse, uscendone (forse) solo con la morte, avvenuta a Münster l’8 settembre del 1999. Da una delle principali arterie della prorompente New York alla tranquilla cittadina tedesca dunque, nota per essere stata nel XVI secolo la Città-Stato governata dal controverso anabattista Giovanni di Leida.

È d’altronde sufficiente guardare la figura di Moondog per capire quale fosse il suo orizzonte mitologico, la sua stessa fondazione ontologica, quali fossero gli estremi della propria “umanità”. Abbigliato come un novello Thor, cieco e nomade come Odino, appassionato ed esistenzialmente partecipe egli stesso dei miti norreni, descriveva il Reno come il Fiume Sacro della Sacra Terra, la Germania per l’appunto (“The Holy Land with the Holy River”), nazione in cui si decise infine a stabilirsi nel 1972. Di origini mitteleuropee, discendente dell’eroe del west John Hardin, aduso a vagabondare per gli States fin dalla più tenera età al seguito del padre predicatore e della madre organista, Moondog sceglierà quindi l’esilio europeo, ricongiungendosi alla terra da lui celebrata e idealizzata dei Padri. Là riposano oggi le sue ossa, è là che Moondog ha scelto di rendere alla terra le spoglie mortali, dopo un’esistenza trascorsa come un moderno Diogene. Un “cinico” nel senso più antico del termine, un uomo che si fece clochard per amor dell’espressione di sè e che scelse per definirsi il nome del cane che ne accompagnò l’infanzia.

Apprezzato tra gli altri da Stravinskij (che cercò di “inserirlo” nell’ambiente musicale della Grande Mela e lo aiutò a pubblicare alcune composizioni) e Charlie “Yardbird” Parker, Moondog è stato molte cose e sarebbe difficile, nel breve spazio di un articolo, rendere il giusto merito alla sua inventiva e al genio multiforme che la sua persona ha saputo esprimere. Una disamina ragionata della sua “carriera” richiederebbe probabilmente un intero tomo. Dai primi vagiti – dai fumosi, miserrimi anni spesi tra le strade newyorchesi, dove un giovane Moon si esibiva solitario e dinoccolato sulla Sesta, coi suoi cenci carnevaleschi, i suoi elmi e sandali in cuoio, il suo lungo, acuminato bastone da druido, inventando nuovi e stravaganti strumenti musicali – fino alle prestigiose (ma ben poco sponsorizzate) collaborazioni con artisti del calibro di Julie Andrews o Philip Glass, la London Saxophonic ed altre blasonate orchestre, di acqua sotto i ponti ne è passata. Quel che è rimasto costante negli anni è però l’anti-convenzionalità del personaggio e della propria produzione musicale e artistica più in generale, capace di surfare su mezzo secolo d’arte con una costante, innovativa propulsione, senza mai scendere a patti con l’“industria culturale” (quella, per intenderci, che il nostro Claudio Lolli definì come il mezzo più utilizzato dai cosiddetti intellettuali “per mantenere sempre gli stessi rapporti sociali”).

Libertà è la parola chiave per accostarsi alla musica di Moondog, ed è l’unica modalità dell’anima capace di penetrarlo per davvero e coglierne interamente la franchezza di spirito. Ogni pregiudizio va smantellato, perché la forma non rappresenta più nulla per artisti del genere, se non un inutile orpello da scardinare od evitare, a seconda dell’estro passeggero.

Volendo definire la sua arte si ricorre di solito a catalogazioni obiettivamente riduttive. Certo, almeno il grosso della sua produzione si avvicina ad un jazz d’impronta atonale, irrobustito da una buona dose di ritmica sud-equatoriale, con qualche elemento ambient (nel senso più basic del termine), e un uso non convenzionale di alcune strutture tipiche della musica classica, come il contrappunto ad esempio, ma le modalità in cui questi elementi, di volta in volta, si intrecciano e scavalcano tra loro, rende una varietà di tipologie musicali difficilmente sintetizzabile con etichette più o meno convenzionali.

Lasciamo Moondog al suo regno quindi, quello della creatività senza barriere, senza frontiere, dove l’espressione artistica non si lascia imbrigliare da stilema alcuno, ma galoppa libera nel libero cielo della propria auto-realizzazione.

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