Il Traditore: la storia di Cosa Nostra tra realismo e surrealismo

Il mandolino all’inizio del film Il Traditore ci preannuncia che la faccenda narrata è tipicamente italiana. E non lo è solo per la provenienza geografica dei suoi protagonisti, ma piuttosto perché presenta tutti i caratteri del melodramma del nostro paese: dalle love story al malaffare, dalle tradizioni etniche e religiose del Sud alla cultura degli emigrati in America.

Nell’era dei dibattiti giornalistici tra la positività e la negatività degli eroi che le varie serie tv presentano, l’abilità principale di Marco Bellocchio è quella di raccontare Tommaso Buscetta in tutte le sue ambiguità, mostrandolo allo spettatore come il personaggio controverso che realmente era.

Attaccato agli ideali della vecchia Cosa Nostra (in realtà mai esistiti), ma anche grande ammiratore di Giovanni Falcone, fervente sostenitore del ruolo sociale della famiglia, ma anche donnaiolo incallito, cattolico ma anche criminale.

La fotografia di Vladan Radovic, incastonata tra gli scenari esotici brasiliani e la Palermo della fine del secolo scorso, è di certo uno dei punti di forza del film, ed è emblematico della volontà della produzione di farsi largo nelle sale cinematografiche internazionali.

La Rio de Janeiro nella quale “Masino” trascorre gran parte della sua vita è infatti luccicante e metafisica, e denota una dimensione idilliaca per il boss, almeno fino a quando la macelleria messicana di Cosa Nostra non raggiunge anche i membri della sua famiglia. La storia del siciliano è quindi quella di una mafia che sa essere anche multiculturale, capacissima di adattarsi ai più disparati contesti socioeconomici in tutto il globo. Non che la vita delle favelas sia chissà come differente da quella di Brancaccio o dello Zen, ma la frequentazione dell’alta società locale da parte di Buscetta è certamente simbolo di particolare astuzia criminale.

Per questo, appare brillantissima la scelta di far parlare Pierfrancesco Favino in quattro lingue, portoghese, siciliano, inglese e italiano. Ciò contribuisce profondamente a rendere magistrale l’interpretazione di un personaggio labile psicologicamente, avvezzo a visioni oniriche e tentato costantemente dall’idea del suicidio.

Nonostante infatti per gran parte della sua durata il racconto si presenti in maniera molto realistica, ricalcando quasi lo stile del docu-film soprattutto nelle fasi processuali, non mancano nella trama scene un po’ grottesche e parodiche. La più ambiziosa è sicuramente quella che presenta Andreotti in mutande all’interno di una sartoria, metafora del periodo molto difficile dell’ex Presidente del Consiglio, costantemente evocato nel Maxiprocesso e processato per la presunta responsabilità nelle stragi di mafia, in un iter giudiziario che poi si concluse con la deludente prescrizione per il reato di associazione a delinquere.

Appare un po’ debole invece la caratterizzazione di Giovanni Falcone; difficile pensare che nei colloqui con Buscetta egli abbia pronunciato alcune delle sue frasi più celebri, come quella che definisce la mafia come un fattore umano e perciò mortale, proveniente in realtà da una sua intervista.

Altro punto oscuro è probabilmente un’analisi troppo superficiale delle ragioni che hanno spinto il boss siciliano a collaborare con la giustizia, sicuramente accompagnate da un travaglio interiore ben più profondo di quanto non emerga nel racconto di Bellocchio, colpevole di essersi soffermato poco sul tema delle garanzie che vennero offerte al pentito in cambio delle dichiarazioni.

Ma nonostante queste forzature, la regia del film è comunque molto coraggiosa, e non manca di critiche per quella parte della politica italiana che volontariamente ha abbandonato gli eroi della lotta alla mafia, addirittura ostacolandoli. Ne emerge perciò un desiderio di giustizia e verità sulle stragi che avvolge anche lo spettatore, soprattutto nel finale.

La scelta di presentare Cosa Nostra in una lente di ingrandimento che si divide equamente tra un realismo spietato e surrealismo sublime, è probabilmente l’aspetto di maggiore successo per lo spettacolo, molto innovativo nel suo genere. Nel complesso dunque un film da vedere.

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