Darkest Dreaming: i sogni oscuri di David Sylvian

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L’album Dead Bees on a Cake, che nel 1999 riporta David Sylvian sulle scene, è il risultato di una lunga, difficile gestazione; un percorso fatto di vicoli ciechi e false partenze.

Le sedute di registrazione, avvenute in vari studi degli Stati Uniti (dove Sylvian si era trasferito a seguito del matrimonio con l’autrice e cantante Ingrid Chavez) e poi ultimate nei Real World Studios di Peter Gabriel a Bath, in Inghilterra, si avvalsero della collaborazione di uno stuolo infinito di musicisti, celebri e non (spiccano i nomi di Marc Ribot, chitarrista feticcio di Tom Waits, e di Bill Frisell, altra chitarra altisonante del panorama jazz d’avanguardia). Inizialmente, a produrre il lavoro era stato convocato il fido Ryuichi Sakamoto, ma la collaborazione tra i due non portò ai risultati sperati (Sakamoto contribuì comunque con delle parti di pianoforte e piano rhodes, e con meravigliosi arrangiamenti orchestrali).

Alla fine di questo lungo processo creativo, perlopiù completato in perfetta solitudine, Sylvian si ritrova con i pezzi del puzzle da riordinare. Gli elementi caratteristici del suo sound sono presenti; tuttavia, non mancano prospettive nuove. La musica è pervasa da una positività di fondo piuttosto inedita. Dead Bees celebra l’amore e una ritrovata serenità spirituale: l’amore per la famiglia (la moglie Ingrid e le due figlie Ameera e Isobel), e la devozione religiosa (nello specifico, l’avvicinamento all’induismo e agli insegnamenti della guru Shree Maa).

Tra le note di copertina troviamo una citazione del poeta americano Robert Hass:

If we make a poem of celebration, it has to include a lot of darkness for it to be real

Se scriviamo una poesia celebrativa, deve contenere molta oscurità per essere reale

In effetti, era consuetudine di Sylvian servirsi di chiaroscuri molto netti. Se Waterfront, potente traccia conclusiva di Secrets of The Beehive (1987, l’ultima uscita da solista prima di Dead Bees on a Cake) ci lasciava con un interrogativo spiazzante, “Is our love strong enough?” (Il nostro amore è forte abbastanza?), la chiusura di Dead Bees con Darkest Dreaming ci accompagna in un’atmosfera cupa che però s’illumina quando “il cielo si apre” (the sky is breaking), con la consapevolezza che “esiste un posto desolato e solitario prima del raggiungimento dell’illuminazione spirituale” (anni dopo, la metafora diviene ancor più esplicita, ma spogliata dei riferimenti religiosi, con la canzone A Fire in the Forest, che suggella nel 2003 un disco pivotale nella carriera del cantante, Blemish: “There is always sunshine, far above the grey sky”; il sole splende sempre, lontano al di sopra del cielo grigio).

Dove Waterfront poneva una domanda importante, Darkest Dreaming afferma l’intimità, la profonda complicità di un amore forte. Il testo si apre con due parole semplicissime: Stay tonight, rimani qui questa notte. Non andare via. E poi, we’ll watch the full moon rising; sorge la luna piena, la guarderemo insieme. La sottotraccia buia della vita che si dissolve in un solido abbraccio (hold on tight): non voglio mai più stare da solo, con i miei sogni più oscuri (I don’t ever want to be alone, with all my darkest dreaming).

È lo stesso David Sylvian a illustrarci meglio i retroscena tematici della composizione:  

“C’è questo desiderio struggente di trovare un partner nella vita, che può essere un partner fisico o, diciamo, un’alleanza con Dio. Prende un po’ il sopravvento su tutte le nostre altre emozioni. Per noi questo senso di solitudine non è naturale, ma dobbiamo attraversarlo, vivere con esso fino a quando non troviamo questo luogo dentro di noi, dove ci sentiamo a nostro agio con chi siamo, cosa siamo e cosa siamo oltre questo. È più o meno ciò a cui allude la canzone. Spero comunichi questo senso di desiderio struggente. [A volte] quando un brano finisce senti di essere sceso da una montagna e di aver provato un’esperienza liberatoria che incorporava tristezza, felicità e tutte le emozioni conflittuali di cui siamo capaci”.

Musicalmente, il brano è un intenso viaggio onirico che si completa in appena quattro minuti. Veniamo cullati da un sound design etereo, magistralmente modellato dal solo Sylvian, con note lunghe di chitarra che si sovrappongono ad atmosfere e note basse suonate con i sintetizzatori. Ad accrescere ancora l’impatto emotivo, il campionamento di una registrazione di Djivan Gasparyan, musicista armeno, virtuoso del duduk. La traccia, ben udibile a metà e nel finale della canzone, proviene dal brano Mother of Mine, contenuta nell’album Moon Shines at Night di Gasparyan (1988).

Con gli anni, Darkest Dreaming ha raggiunto lo status di canzone cult, anche al di fuori della cerchia di appassionati. Il brano è stato utilizzato nella colonna sonora di un episodio della serie americana CSI, nonché in una scena del film Ma che colpa abbiamo noi del nostro Carlo Verdone (da sempre un fan dichiarato, e profondo conoscitore, della musica di David Sylvian).

Analogamente alla filosofia del regista russo Andrej Tarkovskij, Sylvian si è concentrato sulle ombre per far sì che la luce risplendesse. Nelle sue parole:

“Penso che non proviamo mai un’emozione in senso puro. L’opposto di quest’emozione è sempre presente e attorno a essa vi è tutta una complessità di emozioni. Per far sì che una canzone funzioni devi accettare tutto questo.”

Questo articolo contiene alcune citazioni incluse nel libro At the Periphery: David Sylvian: a Biography (Malin Publishing, 2013) di Christopher Edward Young.

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