Not Now John: il manifesto politico dei Pink Floyd

Not now John
We’ve got to get on with the film show
Hollywood waits at the end of the rainbow
Who cares what it’s about 
As long as the kids go? 
Not now John we’ve
Got to get on with the show

Non adesso, John. Non possiamo fermarci proprio adesso. Non adesso che siamo in mondovisione. Abbiamo uno show da portare avanti.

Con queste sarcastiche esortazioni verso un immaginario uomo comune, i Pink Floyd, nella voce del loro leader politico Roger Waters, manifestano un profondo disprezzo nei confronti della politica occidentale, sempre più miope rispetto alla tutela dei diritti umani fondamentali.

Così come in tutto l’album The Final Cut, pubblicato nel 1983, anche il singolo Not Now John è un disperato grido contro la brutalità della guerra, elemento centrale degli anni della guerra fredda.

Proprio gli anni Ottanta saranno infatti lo scenario dello scontro, la cui assurdità è criticata all’interno del brano, per il possesso delle Isole Malvinas/Falkland tra l’Argentina della dittatura militare e il Regno Unito nazionalista di Maggie Thatcher.

Lo stesso decennio è stato poi permeato da una presidenza Reagan fortemente dedita al conservatorismo economico e morale degli Stati Uniti, nonché alla volontà di aumentare la spesa militare per sconfiggere “l’orso sovietico”, che in quel periodo vedeva affacciarsi tra le file della sua politica Michail Gorbacev, poi cruciale per la fine della guerra fredda.

In un brano che non tradisce le sperimentazioni tipiche dei Pink Floyd, a base di rock e suoni distorti, Roger Waters decide perciò di manifestare pienamente un antiamericanismo mai troppo nascosto, né nelle dichiarazioni e tantomeno nei testi, di stampo nettamente pacifista.

La morte di suo padre, arruolato nelle truppe alleate e deceduto durante la campagna di Aprilia nel 1944, ha infatti sin da subito provocato nella rockstar britannica il desiderio di opporsi con fermezza a qualunque tipo di atrocità umanitaria, che risponda essa ad una presunta rivendicazione religiosa o che derivi dai classici interessi strategici ed economici degli stati più influenti.

Proprio perché spesso attento a svelare ai suoi ascoltatori le trame della geopolitica internazionale, in Not Now John Waters sottolinea il ruolo di potenza economica emergente che il Giappone stava progressivamente acquisendo negli anni Ottanta, iniziando a rendersi più autonomo dai rapporti commerciali con gli Stati Uniti, rappresentando perciò un pericolo per il bilancio del paese a stelle e strisce.

Fuck all that we’ve got to get on with these
Gotta compete with the wily Japanese
There’s too many home fires burning 
And not enough trees
So fuck all that 
We’ve go to get on with these

Altro elemento che dimostra la lucidissima capacità dei Pink Floyd, già presente in Welcome to the machine del 1975, di analizzare le contraddizioni del sistema mediatico in un’epoca sempre più aperta alla globalizzazione è la critica al racconto televisivo che iniziava in quel periodo ad accompagnare, in ottica fortemente romanzata, i conflitti internazionali.

Sin dalla fine degli anni Settanta infatti, proprio a partire dalle ostilità che hanno visto coinvolti gli Stati Uniti in Vietnam, i media hanno colpevolmente iniziato ad essere molto pervasivi all’interno delle guerre, veicolando messaggi spesso ricchi di stereotipi e subordinati agli interessi governativi. Questa tematica, precedentemente citata in Apocalypse now, capolavoro cinematografico di Francis Ford Coppola del 1979, sarebbe poi divenuta centrale nel corso di tutte le crisi internazionali dell’età contemporanea, sempre più soggette alla mistificazione mediatica.

No need to worry about the Vietnamese
Got to bring the Russian Bear to his knees 
Well, maybe not the Russian Bear 
Maybe the Swedes
We showed Argentina 
Now let’s go and show these
Make us feel tough 
And wouldn’t Maggie be pleased? 

Proprio perché visionario, innovativo e coerente è possibile considerare Not Now John come una pietra miliare della discografia dei Pink Floyd, ricca già in molte altre occasioni di spunti politici ma mai tanto incisivi come nel singolo scritto da Roger Waters nel 1983.

Proprio un impegno di questo tipo, che verrebbe quasi da definire giornalistico, sembra essere uno dei principali elementi mancanti della musica di oggi, più attenta ad essere raccontata che a raccontare; più attenta a non sporcarsi le mani nel contribuire a scongiurare crisi internazionali che, come nell’attualissimo caso venezuelano, avrebbero bisogno di essere raccontate in maniera più sincera dalle realtà mediatiche principali.

E di più sincero dell’arte, onestamente, c’è poco o niente.

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