Pi, Il Teorema del Delirio: la spiegazione del film

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“9,13. Nota personale:

Quando ero piccolo mia madre mi diceva che non bisogna mai guardare fisso il sole, ma una volta, a sei anni, l’ho fatto.

I dottori non sapevano se i miei occhi sarebbero guariti, io ero terrorizzato. Ero solo, in mezzo a tutto quel buio. A poco a poco la luce iniziò a farsi strada attraverso le bende e io riacquistai la vista.”

Con questo episodio narrato dal matematico e protagonista Maximilian Cohen si apre il film di Darren Aronofsky π – il teorema del delirio, del 1998.

Max Cohen, matematico geniale ed intuitivo ma allo stesso tempo cinico, reputa che in natura vi sia un Principio Regolatore basato su leggi matematiche. Egli è convinto che l’Ordine matematico sia ovunque e tenta di provarlo attraverso lo studio dell’andamento delle quotazioni in borsa.

Questi sono i suoi postulati che richiamano alcune idee dei pitagorici:

“13.26, annuncio di nuovo le mie teorie:
1. La natura parla attraverso la matematica.
2. Tutto ciò che ci circonda si può comprendere e rappresentare attraverso i numeri.
3. Tracciando il grafico di qualunque sistema numerico ne consegue uno schema, quindi ovunque in natura esistono degli schemi.”

Dati tali postulati, Max fissa il suo obiettivo: risalire al Principio Regolatore presente in natura elaborando degli schemi calcolati matematicamente. La curiosità e l’ossessione per la ricerca sono caratteristiche che il protagonista ha sin dalla tenera età, quando tenta di fissare il sole travalicando il divieto impostogli dall’autorità materna, rischiando di procurarsi dei danni permanenti alla vista. Lo svolgimento del film lascia dedurre che il sole abbia una valenza accostabile al concetto di Ordine, opposto a quello di Caos rappresentato invece dalle tenebre, situazione in cui Max vi si trovava a causa dell’eccessivo bagliore solare. Le tenebre lo terrorizzarono, ma a poco a poco, la luce del rigore matematico iniziò a farsi strada attraverso le bende. Max vinse le tenebre e abbracciò la luce della ricerca matematica, la sua stella danzante.

Sebbene il protagonista sia convinto dei suoi principi, nel corso della pellicola si avverte la presenza di qualche entità che si sottrae alla sua comprensione logica. Frequenti emicranie lo colpiscono, visioni inquietanti provenienti da uno stile cinematografico lynchiano, ad un tratto un’entità ignota tenta di aprire il protone blindato del suo ufficio, questi episodi lasciano intuire una presenza altra al di là dell’ordine matematico con cui il protagonista tenta filtrare la realtà. Jacques Lacan probabilmente avrebbe denominate questa presenza “Das Ding” (trad. “La Cosa”), un’entità proveniente dal profondo dell’Essere, refrattaria ad ogni forma di schematismo logico o al modello cognitivo adottato dal protagonista Max basato su principi e leggi generali appartenenti al campo matematico.

“Das Ding” è anche ciò che si manifesta nella scacchiera del Go, gioco di origine Orientale in cui si cimentano Max ed il suo amico e mentore Sol durante le discussioni su teorie e studi elaborati da entrambi. La scacchiera del Go è suddivisa da un reticolato geometrico, momento dell’equilibrio, in cui durante lo svolgimento della partita ogni giocatore pone una pietra per turno valutando la mossa effettuata dall’avversario. È deducibile dunque che nonostante la scacchiera sia ordinata geometricamente, le possibilità che si verifichino due partite identiche è nulla. L’obiettivo di Max consiste nel voler afferrare il flusso della vita attraverso dei reticolati geometrici, ma come nel gioco del Go, vi sono degli elementi che eludono la razionalità calcolatrice. L’impossibilità di afferrare il flusso della vita, in questo caso del gioco, da parte di un reticolato geometrico è evidente.

È interessante notare come la contrapposizione tra Luce e Tenebre, tra Ordine e Caos sia evidenziata anche dall’eccellente scelta del regista di girare il film in bianco e nero. Inoltre è perfettamente calzante al contesto la selezione dei brani che costituiscono la colonna sonora. Le musiche di Aphex Twin, Autechre, Massive Attack, Orbital, Gus Gus, Clint Mansell ed altri artisti cardine del panorama della musica elettronica conferisco al film un’atmosfera claustrofobica, consona alla trama.

Man mano che le ricerche di Max proseguono, le emicranie diventano sempre più frequenti. Esse gli procurano un dolore lancinante a tal punto che nel finale egli afferra un trapano per sradicare una vena soprastante l’orecchio, sua fonte di dolore, anch’essa circoscritta da Max con un rettangolo inciso da un pennarello. Nella scena successiva, il volto in primo piano del protagonista sfuma in dissolvenza, infine il bianco candido invade lo schermo lasciando spazio a molteplici interpretazioni.

Di una poeticità inenarrabile è la scena finale del film. Max non riesce a rispondere a degli elementari quesiti di matematica che gli vengono posti da una bambina, sua vicina di casa. Egli infatti ha dimenticato ogni legge matematica ma tutto sommato il suo volto è sereno come mai lo è stato durante il film. Successivamente Max volta lo sguardo verso delle foglie. Il loro sciabordare al vento, la luce del sole che penetra tra esse e la musica elettronica ora distensiva, concedono allo spettatore degli istanti di quiete corrispondenti allo stato d’animo attuale del protagonista. Una volta decaduti gli schemi geometrici e le leggi matematiche Max torna ad essere “sensibile alle foglie”, ossia alla realtà circostante.

Quando l’atto di perseguire un obiettivo astratto, in questo caso la ricerca del Principio Regolatore, diventa l’unica ragione di vita, ossia un’ossessione, si perde la sensibilità con l’ambiente circostante in quanto il procedimento di astrazione scinde il Soggetto dall’Oggetto. Tale astrazione può condurre ad una insoddisfazione permanente, generando un vuoto nell’animo umano. Per scardinare questo meccanismo perverso è necessario recuperare il rapporto tra l’Io e l’ambiente circostante in modo da ripristinare la sensibilità insita nell’Uomo.

“Ferma il cervello Max, affidati all’istinto, usa l’intuito!”

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