Scott Walker: la vita, la storia, le canzoni

Parlando di Scott Walker, e narrando di una carriera a dir poco bizzarra, non deve stupire trovare in cima e all’epilogo di una storia su di lui un paio di stranezze davvero particolari. La prima riguarda i Walker Brothers. La formazione che, diede i natali all’artista nel 1964 a Los Angeles era formata da John (chitarra e voce), Scott (basso e voce) e Gary (batteria), ma essi non erano né fratelli né tantomeno uno dei tre si ritrovava tale cognome sull’anagrafe. Ma, a detta loro, suonava bene, maledettamente bene. Come la loro musica, così easy listening e coesa di armonie che ben rientrava nelle coordinate dei complessi americani/inglesi del periodo, che tentavano di emanciparsi da scomodi paragoni stile The Beatles.

Il loro singolo Pretty Girls Everywhere venne rilasciato in quel periodo, pochi mesi prima che entrasse in formazione il batterista, partendo alla conquista dell’Europa, terreno più fertile rispetto alla patria, oramai colonizzata dal sound di Liverpool. Fu Johnny Franz a produrli e con il secondo singolo Love Her entrarono nella top 20 britannica in maniera immediata. Sfornando due ottimi dischi (L’omonimo e Portrait) e dividendo i palchi con gente del calibro di Jimi Hendrix (altro americano ai tempi più famoso nel regno britannico rispetto che in patria) e Cat Stevens. La stampa ipotizzava grandi cose per i Walkers Brothers, si narrava che il loro fan club, per un periodo, potesse numericamente combattere con quello di Lennon&soci. Poi qualcosa essenzialmente si ruppe.

Il successivo Images non fu all’altezza dei precedenti e la band cadde in una spirale di insoddisfazione e dissidi interni. Cosa però stava realmente accadendo alla fine di quegli anni 60? Erano appena usciti i Velvet Underground, The Doors, i Love, il primo disco dei Pink Floyd e lo stesso Jimi. I mondi del Pop e del Rock non erano più gli stessi, nemmeno i Beatles, che venivano usati per bruciare praticamente qualsiasi collettivo con strumenti in mano (chiedere anche ai futuri Badfinger), avevano il percorso di Rubber Soul. Ogni mese artistico era un susseguirsi di scosse di assestamento all’interno dello showbiz musicale, e quelle vibrazioni avrebbero portato linfa musicale per interi decenni. Dinnanzi a questo panorama, Scott Walker reagì disegnandosi nuovi contorni alla sua personale mappa evolutiva. Lui che già da diciottenne coltivava sogni Progressive Jazz, guardando film di autori europei (Fellini, Bergman e Bresson) e studiandosi la metrica della Beat generation.

Nello stesso anno in cui era capitolato Images dei suoi Walker Brothers, Scott fece uscire il suo esordio, titolato semplicemente a suo nome. Un lavoro barocco colmo delle sue ossessioni per Jacques Brel (era stato la sua ragazza di allora a farglielo conoscere) e Sinatra. Così nostalgico, orchestrale e poetico. Al punto che alla critica non suonava affetto come datato.

Da lì in avanti realizzerà tre album, differenziati solo numericamente in copertina, dalla qualità sempre crescente. Come se l’artista stesse affrontando un tirocinio verso sé stesso in una camera iperbarica di suoni retrò, giocati in una maniera brillantemente moderna da fornire comunque i suoi input sperimentali. Il capitolo due infatti, seguiva abbastanza i dettami del primo (comprese le cover), ma il mood è sempre più quello di un musical di Broadway oscuro, drammatico e meditativo. Una facciata b convincente, ma la prima realmente di livello, nonostante un umile Walker glissò tutto come “Un tentativo pigro”, in realtà alle spalle c’era molto di più e la critica lo sapeva bene, incensando il suo modo di fondere atmosfere chamber di stampo europee (soprattutto della scuola cantautorale francese) con melodie del suo continente di appartenenza.

Le vendite subirono un brusco calo con il terzo lavoro, Scott 3, l’audience si spaventò dinnanzi alla scelta di Walker di alzare sempre più l’asticella dei suoi esperimenti. Giocando una commistione fatta di melodie calde ed eleganti con basi non di rado dissonanti e “ostili” al mood che ci si aspetterebbe dal pezzo. Ne è l’esempio lampante proprio l’opener, It’s Raining Today, con quei suoi archi così lugubri rispetto alle vocals assai più serene.

L’album si schiude così, con Scott nelle vesti di un crooner solitario investito da archi che fanno il bello ed il cattivo tempo sulla sua ugola. Dentro c’è un po’ di tutto, dal “Chant Pastoral” di Debussy a Chopin. La critica scopre come sia possibile sperimentare anche così, in questo puzzle di elementi classici, raffinati e carismatici. Posti in fila come un mosaico fatto di seta. Il colpo grosso di Bender, film della saga di Futurama, collezionerà nella propria OST proprio una cover di 30 Century Man presente in tale disco e Marc Almond rifece Big Luise una quindicina di anni dopo.

Il picco di questo viaggio avanguardistico dell’artista ha tappa il novembre del 1969, quando uscì il capolavoro Scott 4, il primo album completamente composto dalla penna di Walker e senza adagiarsi minimamente alla stampella (seppur dorata) di Jacques Brel e di rimandi compositivi al passato. Si apriva con The Seventh Seal, basata dallo storytelling dell’omonimo film di Ingmar Begman del 1957, in un’atmosfera che potremo definire westerniana. Prologo di un avvincente disco cantautoriale di Folk, passionale e romantico, un inchiostro che non ha nulla da invidiare al valore di Cohen, Drake o Dylan. Come un primaverile Burt Bacharach, questa gemma verrà però bistrattata dal pubblico che quasi punì tale audacia compositiva.

Walker non stava cercando al momento la fama, anzi, viveva sulle sue praticamente dall’anno prima. Studiando musica classica, canti gregoriani e altre lingue del songwriting. Passando periodi in un monastero nell’isola di Wight in totale tranquillità. In tale periodo purtroppo pagò la sua libertà artistica, quando l’etichetta discografica gli presentò il conto. Al punto che Scott realizzerà, per il lustro successivo, dischi solo per onor di firma: tra ibridi che racchiudevano qualche inedito (’Till the Band Comes In) e una manciata di tributi verso pellicole cinematografiche e musica county. Limitando praticamente del tutto il suo songwriting originale con il passare di quegli anni di transizione. Quel periodo che va da inizio anni settanta alla metà venne praticamente disconosciuto dall’artista, per quanto si possa trovare al suo interno qualche raro passaggio pregevole, sono un documentario sonoro di un artista ingabbiato da un vincolo contrattuale, una fiera legata ad una catena di ferro che ci penserà due volte in futuro a farsi domare ancora.

In questo clima di accondiscendenza sembra quasi scontata la reunion con i Walker Brothers, ma riprendere tale nostalgico progetto era come muovere i fili di un cadavere pretendendo possa comportarsi da marionetta in un teatrino. I due dischi del collettivo vanno abbastanza male, così da far scappare a gambe levate la label e concedere al terzetto di fare finalmente il loro gioco nel terzo e ultimo tentativo, l’epilogo Nite Flights. Un disco in cui praticamente coabitano tra inquilini che si prendono i loro spazi a vicenda in cabina di regia. Scott firma i primi quattro pezzi e, manco a dirlo, sono i migliori del lotto, presentando un assaggio a come proseguirà la carriera solista dell’interprete. Visionaria New Wave inzuppata di elettronica e voci filtrate. Prese a sé, avrebbero potuto rappresentare un EP quasi miracoloso.

Per attendere un suo nuovo episodio solista però, serviranno altri sei anni. Non perché Walker sia restio a comporre ancora, ma perché pare nessuna etichetta gli offra la remota chance di fiducia, ci penserà alla fine la Virgin nel 1984 a donare questa possibilità, probabilmente esortata da una compilation curata da Julian Cope di qualche anno prima, che raccoglieva molta dell’arte di Scott. Il primo (e unico) disco di inediti dell’artista durante tale decennio fu quindi Climate of Hunter. Atipico affresco Progressive Pop in cui i musicisti session man partecipavano ad imbastire le sezioni delle canzoni senza nemmeno essere messi al corrente di come sarebbe stata la linea vocale o, tanto meno, il prodotto finale. Walker non lasciava attorno a sé demo o tracce guida, lasciandosi guidare dall’istinto che portò mezz’ora di musica superba e densa, vicina a certe soluzioni Art Rock di Peter Gabriel, Japan e Roxy Music ma senza il medesimo appeal radiofonico. Non c’erano singoli da offrire al mercato, ma un unico, astratto e fascinoso prodotto unico.

Alle soglie dei cinquant’anni, Scott Walker decise di intraprendere il percorso che l’avrebbe portato ad creare una trilogia di album tra i più ostici ma particolari della storia della musica moderna. Il primo capitolo viene intitolato Tilt. Il paragone con il gergo utilizzato per i flipper delle sale giochi sarebbe più che pertinente: rappresenta un reset quasi totale. Rispetto al Walker che conoscevamo negli anni sessanta, il suo chamber pop, le riflessioni verso i chansonniers francesi. Resta la sua profondissima voce a fare da interprete ad un funereo teatro che lega Dark Wave, Industrial e l’Ambient più cupa. Arrangiato maniacalmente e pieno zeppo di suoni, fascinazioni e spunti anche di natura letteraria (Pasolini).

Ovviamente questo terremoto artistico fa scappare buona parte dei suoi ascoltatori di vecchia data, i più coraggiosi che resteranno però, non solo si godranno la potenza espressiva di un superbo lavoro, ma vinceranno l’onore di duellare anche con il successivo The Drift, dopo undici anni, forse abbastanza per digerire la mole titanica del precedente. Volendo definire Scott Walker come il David Lynch della musica sperimentale, questo seconda parte della trilogia potremmo definirla come il suo Inland Empire.

In quanto a disobbedienza schematica, mood claustofobico e labirintici percorsi emotivi che schiude al suo passaggio. La forma canzone è maggiormente irrisa, a favore di una formula meno eterogenea. Con chitarre baritonali, atone acustiche, timbri disturbanti e momenti di totale improvvisazione con ritmiche create dalla percussione di carne da macello (no, non è una metafora) come fossero percussioni. Un mutante sinfonico che strascica verso l’udito dell’ascoltatore, cibandosi di ogni dettaglio che trova nella sua strada.

Trascorrono altri sei anni (e quindi il terzo decennio) di suspance prima dell’arrivo della chiusura di questa folle e dissacrante trilogia. Bish Bosch rappresenta il più ossessivo, logorroico (73 minuti) e dadaista capitolo. Nero, tragico e corposo, sarà il tomo da cui sicuramente David Bowie prenderà parzialmente spunto per il suo epilogo, Blackstar. Basti sentire il singolo (!) dal titolo Epizootics! e riflettere su come il Duca bianco si sia ispirato a queste paludose trame intricate.

Bowie da sempre era rimasto affascinato da questo istrionico artista, a partire dal modo di evolvere il proprio timbro vocale nei decenni, fino alle escursioni più spericolate nel suo lato di discografia meno accessibile alla massa (1.Outside) e omaggiarlo con qualche cover. Non per nulla è tra gli ospiti d’onore in 30 Century Man, un documentario che tributava l’importanza storica e silenziosa di questo artista nel corso dei decenni. Arricchito dalle testimonianze di Brian Eno, Damon Albarn, Sting, Johnny Marr, Gavin Friday, Goldfrapp e persino i Radiohead. Generazioni di musicisti, a volte insospettabili, uniti a cerchio verso una figura così elusiva che non scelse di vivere da recluso, ma in serenità la sua arte, imparando per essa nuovi percorsi, fuggendo quando questi ultimi si facevano troppo lineari e non mostravano i loro ponti d’interconnessione con altre mete.

L’ultima reale scena, tra gli intervalli di varie colonne sonore, viene rappresentato da Soused, un disco firmato con i Sunn 0))), scudieri moderni della musica Drone, che però appare quasi normalizzato rispetto a quanto assistito nella maestosità della trilogia presentata sotto l’egida della lungimirante (come sempre) 4AD. A confronto, Soused è il drappo finale di un vessillo già ben alto e sventolante. Critica, pubblico e nuove generazioni si stavano (lentamente) accorgendo e ri-innamorando della sua arte.

Scott Walker verrà a mancare cinque anni dopo causa di un cancro, dopo aver vissuto una carriera degna di un Benjamin Button musicale: nato artisticamente già celebre già a vent’anni, per poi inoltrarsi in una gavetta underground sempre più estrema nei successivi decenni mediatici, come un’esordiente entusiasta nella sua cameretta.

A riguardo, pochi mesi prima di morire, Scott fece una riflessione al The Guardian che gli chiedeva lumi in merito alla comprensione dei suoi lavori: “Scrivo per me stesso ma, allo stesso tempo, è come se scrivessi per chiunque. Solo che gli altri ancora non l’han scoperto. Lo faranno? Sicuro, quando io sarò già sei piedi sottoterra”. Concluse, con una fragorosa e profetica risata.

Rating: 5.0/5. From 1 vote.
Please wait...

Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.